mercoledì 11 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.
“Matrix, la TAC e l’illusione dell’immortalità (versione corsia 3)”.

Eccomi supino, immobile come un reperto archeologico di me stesso, su una macchina che sembra progettata da un ingegnere fanatico di Matrix e di Star Trek.
Il tecnico, giovane, calmo, quasi zen, mi spiega il rituale iniziatico:
“Ora una flebo. Sentirà calore ovunque e un sapore metallico in bocca. 
Tranquillo. 
Se ha problemi, alzi il braccio.”
Alzi il braccio.
Come se, nel bel mezzo del tunnel della vita, bastasse alzare un braccio per fermare il sistema.
Io però mi fido. Dei giovani mi fido ciecamente, hanno ancora quell’aria da “non sappiamo tutto, ma ci proviamo con dignità”, che già è una rivoluzione.
Parte la macchina.
Entro nel tunnel.
Un vortice ruota intorno a me come se stessi per essere scaricato in un server cosmico.
E arriva il calore.
Un caldo epico, totalizzante, quasi mistico.
Mi sento ufficialmente collegato alla Matrix sanitaria nazionale. 
“Benvenuto, paziente Pugliese, livello di coscienza, ironico ma collaborativo”.
Il corpo è lì, fermo.
La mente invece parte per un viaggio interstellare, futuro, scenari, possibilità, paure, speranze, sogni.
Mentre la macchina gira, io giro dentro me stesso.
E penso, chissà cosa vedono di me queste immagini.
File, pixel, sezioni, numeri.
Io ridotto a dati.
Un avatar biologico da interpretare.
Poi tutto si ferma.
Silenzio.
“Abbiamo terminato.”
Nessun oracolo, nessuna rivelazione, nessun Morpheus con gli occhiali da sole.
Solo Caronte, versione infermiera, che mi traghetta sulle mie gambe verso la mia camera.
Altro che barca sullo Stige, qui il traghetto è sulle mie gambe e profuma di disinfettante.
Torno in camera.
Colazione che mi guarda speranzosa come se dicesse: “Dai, facciamo finta che tutto sia normale”.
Telefono a casa, “Ho finito la TAC.”
Fine del bollettino.
La vita, anche quando è sospesa tra un referto e l’altro, continua con una banalità disarmante.
E allora penso che forse siamo questo.
Un miscuglio di carne, memoria, ironia e paura.
Un file temporaneo in un universo che fa backup senza chiederci il consenso.
Ma finché possiamo raccontarci, prenderci in giro, immaginare Matrix dentro una TAC e Caronte con il lascia passare della clinica, forse non siamo solo pazienti.
Siamo narratori di noi stessi.
E questa, in fondo, è la vera ribellione al sistema.
Fine puntata.
La Matrix può attendere. Io devo finire il tè.

📝 Diario di bordo n°109 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°109 – Febbraio 2026.
“La TAC e il portale della verità”.

“Pugliese, chi è Pugliese?”
La voce è imponente, metallica, degna di un comandante di astronave.
Mi sento chiamato come Neo quando scopre di essere l’Eletto, solo che al posto del trench nero indosso un pigiama blu con un pantaloncino.
È lei, la mia Caronte della clinica, versione reparto TAC.
Passo deciso, sguardo da “oggi il mondo non mi capisce”, e una scia di nervosismo che potrebbe alimentare una centrale elettrica.
Mi accompagna lungo i corridoi come se fossimo in una missione top secret della Nebuchadnezzar, con infermieri e pazienti che attraversano il campo visivo come comparse digitali.
Arriviamo davanti alla porta della sala TAC devo attendere con pazienza che arrivi il mio turno.
Io resto lì, in una specie di limbo, mentre intorno a me si materializza un via vai di anime perse.
“Da dove si esce?”
“Scusi, l’ascensore?”
“Questo è il reparto giusto?”
Ed ecco che, senza volerlo, divento il Portinaio dell’Oracolo.
Indico porte, ascensori, corridoi, come un NPC gentile di un videogioco ospedaliero.
Finalmente la porta si apre.
Appare una ragazza giovanissima, gentilissima, con quell’aria rassicurante che ti fa pensare, “Ok, se mi scansionano l’anima, lo fanno con garbo”.
Subito dopo compare un altro ragazzo, dietro una porta piena di luci e schermi.
Matrix puro. Io al centro, loro i tecnici del sistema.
Mi spiegano tutto, nei minimi dettagli.
Il tipo è così preciso che penso, “Questo sa più cose del mio manuale di istruzioni per la vita”.
E io, da buon matusa, annuisco con rispetto, come un discepolo davanti al Maestro della Tomografia.
Mi stendo sul macchinario.
La TAC davanti a me sembra una bocca cosmica pronta a inghiottirmi per restituirmi in formato digitale.
Neo aveva la pillola rossa e quella blu.
Io ho il mezzo di contrasto e il cortisone.
E mentre mi preparo alla scansione, penso che questa è la mia Matrix, non una realtà virtuale, ma una realtà fin troppo reale, dove la tecnologia ti guarda dentro, e tu cerchi di non perdere quello che hai fuori, l’ironia, la voce, il racconto.
Il resto ve lo racconto nella prossima puntata.
Per ora, mi avvicino al portale, e mi chiedo:
“Cosa vedranno dentro di me, e cosa, invece, nessuna macchina potrà mai scansionare?”

📝 Diario di bordo n°108 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°108 – Febbraio 2026.
“Nel mezzo della TAC, tra Morfeo e cortisone”.

Buongiorno a voi, anime in transito sulla mia personale Commedia clinica.
Sono in attesa della TAC, quella macchina-oracolo che leggerà le mie viscere come un notaio legge un testamento.
La notte, sorprendentemente, è passata indenne.
Alle 21:30 una infermiera, novella Beatrice del reparto, ha spento le luci e io, con la furbizia di un contrabbandiere di sonno, ho socchiuso gli occhi.
Morfeo, senza chiedere il consenso informato, mi ha preso tra le braccia come un anestesista sentimentale.
Verso mezzanotte, ecco un’altra infermiera che mi sveglia per il cortisone.
Prendo la pasticca come un pellegrino prende l’ostia, mi riaddormento, mi risveglio, mi riaddormento, una piccola Divina Commedia in tre atti, senza Virgilio ma con tante pillole.
Alle sei, altra sveglia. 
Altre compresse.
Il corpo ormai risponde per riflesso, suona qualcosa, io ingoio.
Siamo diventati una coppia affiatata, io e la farmacia.
Arriva la signora delle vivande, con il carrello che sembra quello dei peccati capitali, ma io niente colazione, digiuno mistico in preparazione alla TAC.
Mentre gli altri addentano biscotti e fette biscottate, io sto supino come un monaco penitente, a contemplare il soffitto e i miei pensieri.
E mentre aspetto, penso che questa macchina mi vedrà dentro più di quanto io abbia mai osato guardarmi.
La TAC è una specie di giudizio universale in miniatura, separa il buono dal sospetto, il normale dal problematico, l’ignoto dal già condannato.
Io, intanto, scrivo.
Per non sentirmi solo un corpo da scansionare, ma un uomo che attraversa il suo Inferno con una penna in mano e una battuta pronta sulle labbra.
E se anche oggi mi sento un po’ Dante smarrito nella selva oscura, mi consola una cosa,
finché posso raccontarlo, vuol dire che non sono ancora un referto, ma una storia viva che cammina (o almeno aspetta) verso il suo Purgatorio.

📝 Diario di bordo n°107 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°107 – Febbraio 2026.
“La TAC, la pasta e altre rivelazioni proletarie”.

Domani mi tocca la TAC con il contrasto.
La TAC.
Quella creatura mitologica di cui tutti parlano come se fosse una divinità laica della medicina moderna, onnisciente, onniveggente, un po’ sadica.
Io l’ho sempre immaginata come una signora elegante, un po’ fredda, che ti guarda nudo dentro senza chiedere permesso.
Domani, questa monella, tocca a me.
Nel frattempo mi hanno iniziato a dare il cortisone.
Una parola che suona come una benedizione e una condanna insieme.
Qui il tempo non passa, si trascina, come un vecchio proletario stanco dopo un turno di fabbrica.
Ogni minuto è un compagno di stanza silenzioso che ti guarda e ti dice, “Io sono tuo, ma ti costerò caro”.
E poi il pranzo.
Il pranzo in clinica è un’esperienza antropologica.
Di solito brodino, simbolo universale della sofferenza ospedaliera, un brodino che sembra fatto con l’acqua dei sogni infranti.
Oggi invece sorpresa, pasta al sugo.
Mi strizzava l’occhio dal piatto, rossa, popolare, quasi sovversiva.
Ho pensato, questa è la vera rivoluzione, altro che i decreti legge.
Un piatto di pasta in corsia è un atto politico.
E per una "zecca rossa" come me, va anche bene.
Mentre mangiavo, mi è venuto da pensare che il corpo è un campo di battaglia e anche una borgata, pieno di contraddizioni, di miserie e di bellezza.
La TAC guarderà dentro le mie periferie interiori, le mie zone degradate e quelle ancora vitali.
Speriamo trovi ancora qualche bar, qualche piazza, qualche bambino che gioca.
Domani mi sdraierò in quella macchina rumorosa come un treno di notte,
e lascerò che mi leggano come un libro che nemmeno io ho mai finito di comprendere.
Intanto mi godo questa pasta sovversiva, questo cortisone borghese, questo tempo proletario.
Perché anche in corsia, tra una flebo e una TAC, la vita resta scandalosamente, ostinatamente, meravigliosamente viva.

martedì 10 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°106 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°106 – Febbraio 2026.
“Canto dell’uomo che trema e a paura”.

Mi dite di combattere.
E io combatto, sì.
Ma vi assicuro che non sono un eroe, né un super uomo.
Non ho mantelli, non ho superpoteri, non ho frasi da film motivazionale.
Ho solo un corpo stanco e una mente che ogni tanto vacilla, come una barca in un mare troppo grande.
Tutti abbiamo paura.
Tutti portiamo timori nascosti, come cicatrici sotto i vestiti.
Chi li racconta, chi li espone alla luce, sembra forte, sembra invincibile.
Ma è un’illusione.
Io, che scrivo e parlo, mi sento spesso più fragile del più fragile tra di voi.
E forse proprio per questo scrivo, per non sprofondare nel silenzio per non tradire le emozioni.
Scrivo per sconfiggere il male che mi attanaglia, e che avanza senza tregua, ma so bene che, in fondo, scrivo soprattutto per convincere me stesso che la speranza è ancora una possibilità, che il dolore non è l’ultima parola, che la notte non ha l’esclusiva sul tempo.
Oggi anche scrivere mi pesa.
Perché l’angoscia è una nebbia che non resta solo addosso, può scivolare anche sugli altri ed è quello che non voglio.
Questo Diario era nato per sorridere, per scherzare sulle pietre d’inciampo che la vita ti riserva, per dire che si può inciampare e ridere nello stesso istante, come clown filosofici in un circo chiamato vita.
Perciò basta piagnistei.
Basta lacrime trasformate in parole troppo scure.
Voi, amici miei, meritate luce, non solo ombre.
Vi abbraccio, davvero.
E vi do appuntamento alla prossima puntata.
Perché qui, tra flebo e corridoi, tra silenzi e macchine che fanno bip, la vita continua a scorrere.
E se continua lei, continuerò anch’io a raccontarla.
Magari tremando, magari sorridendo, ma sempre camminando per guardarla in faccia.
E come direbbe un Dante con la tastiera in mano, “E quindi uscimmo a riveder le stelle… o almeno il neon del corridoio.”

📝 Diario di bordo n°105 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°105 – Febbraio 2026.
“Il dolore, la dignità e il primo passo”.

La notte è stata durissima.
Supino, immobile, con il corpo che reclama attenzione e la mente che cerca tregua.
Dolori lancinanti, come messaggeri ostinati che non conoscono il silenzio.
Ho trattenuto i lamenti, più per pudore che per eroismo, come se il dolore, quando è condiviso, dovesse chiedere permesso.
Due angeli infermieri hanno vegliato su di me.
Hanno fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità, e forse anche di più.
In quei gesti professionali, ripetuti mille volte, ho percepito qualcosa di raro, una forma silenziosa di compassione operativa.
Non parole, ma azioni.
E per questo sono loro grato.
Poi l’alba.
Arriva sempre, anche quando non la si aspetta più.
Sono stanco, più stanco del dovuto, come se la notte non avesse solo sottratto sonno, ma anche pezzi di energia vitale.
Con il cambio turno arrivano le OSS.
Altri angeli, con un nome meno poetico ma con una presenza altrettanto umana.
Entra la signora con il carrello per l’igiene personale.
Ho sempre rifiutato, per pudore, per quella strana idea di dignità che spesso confondiamo con l’orgoglio.
Ma oggi no.
Oggi ho davvero bisogno di essere aiutato.
Mi armo di forza per nascondere la vergogna e mi lascio fare.
Lei mi tratta con la delicatezza di una madre.
Capisce il mio imbarazzo, lo accoglie, lo sdrammatizza.
In quel momento capisco che la vera dignità non è nel fare tutto da soli, ma nel sapersi affidare senza perdere il rispetto per se stessi.
Quando finisce, mi sento più pulito, più leggero, più umano.
Chiedo se posso alzarmi.
Ricevo il consenso, con mille raccomandazioni.
Mi siedo sulla sedia, un gesto minuscolo per il mondo, enorme per il mio corpo.
Le OSS cambiano le lenzuola.
Io guardo il letto come si guarda una trincea appena lasciata.
È un piccolo passo in camera.
Ma è anche un grande salto nella guarigione.
O forse è solo una tregua, ma oggi mi basta.
Alle 8 entra il medico che mi ha operato.
Parla.
Ascolto.
Per me non ci sono buone notizie.
Eppure, mentre lo ascolto, penso che la vita sia una strana negoziazione continua tra ciò che vorremmo e ciò che ci viene concesso.
Non sempre scegliamo le carte che ci vengono date, ma scegliamo sempre come giocarle.
Oggi ho imparato che anche sedersi su una sedia può essere una vittoria, che affidarsi a mani estranee può essere una forma di umanità, e che la verità, anche quando è dura, resta l’unico punto solido da cui partire per continuare a pensare, a sperare, a essere.
Ho tanta paura.

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.
“La stanza delle gocce e delle speranze”.

Questa volta è dura.
No, anzi, questa volta sembra davvero dura.
Ma io, testardo come un mulo filosofico, continuo a sperare. 
Anche quando la logica suggerirebbe prudenza, io mi aggrappo all’irrazionale, al “magari”, al “e se…”.
Guardo la flebo.
Le gocce scendono lente, regolari, disciplinate come soldatini in marcia.
Ma oggi non mi sembrano gocce fisiologiche, mi sembrano lacrime.
Lacrime silenziose, come le mie, che in questa stanza sterile scendono senza fare rumore, senza disturbare nessuno, come se anche il dolore avesse imparato le buone maniere.
Piango?
Sì.
Ma non per disperazione totale. Piango perché sono vivo, perché ho paura, perché ci tengo.
E chi se ne frega se un uomo piange, è solo il corpo che fa manutenzione all’anima.
Io ce la devo fare.
Non per eroismo, non per retorica da film americano.
Ce la devo fare perché la vita, anche quando è storta, è ancora mia. 
E io sono geloso delle mie cose, pure quando fanno male.
Ora non resta che aspettare.
Aspettare l’istologico, aspettare i verdetti, aspettare che qualcuno, in un laboratorio lontano, decida quanta speranza posso permettermi.
E nel frattempo incrocio le dita, le braccia, le gambe e, se serve, pure le convinzioni metafisiche.
E sì, perché no, spero anche in qualcosa che va oltre il materiale. 
Una specie di bonus cosmico, una spinta invisibile, un “dai Giovanni, resisti ancora un po’”.
Intanto premo il campanello.
Arriverà l’infermiere a cambiare l’ennesima flebo.
Un gesto tecnico, pratico, quasi banale.
Eppure ogni sacca nuova è come un piccolo patto con il futuro, continuiamo.
E mentre aspetto che qualcuno entri con guanti, camice e professionalità, penso che forse la speranza funziona come una flebo,
non fa miracoli immediati, ma goccia dopo goccia ti tiene ancora qui.
E finché sei qui, hai ancora diritto a rompere le scatole all’universo.

📝 Diario di bordo n°103 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°103 – Febbraio 2026.
“Nel girone sterile, con Morfeo in panchina”.

Eccomi in sala operatoria.
Un via vai degno di una stazione ferroviaria dell’aldilà, infermieri, medici, addetti alla sala… una coreografia perfetta, sincronizzata, quasi coreografata come un balletto infernale diretto dal Primario Supremo.
Il gelo è sempre quello.
Le luci bianche, lattiginose, cliniche, ti guardano come occhi di un Dio fluorescente.
Sono lì, steso sulla barella, immobile come un’anima in attesa di giudizio, mentre i pensieri corrono più veloci delle flebo.
Paure, ricordi, domande esistenziali, una jam session mentale degna del Purgatorio.
Fa un freddo cane. 
Anzi, no, fa un freddo da cerchio polare sanitario.
Con la coda dell’occhio cerco di capire quanto tempo mi resta prima di diventare un ghiacciolo umano con cartellino clinico.
Penso, se mi dimenticano qui, mi scongeleranno a Pasqua.
Arriva una dottoressa (o un’entità angelico-sanitaria) che mi fa una specie di interrogatorio esistenziale.
Poi compare lui, il mio pusher preferito, l’anestesista.
Mi saluta con entusiasmo, come se fossimo vecchi amici al bar: “Oh, Giovanni! Bentornato!”.
Bentornato? Ma questa è la terza stagione della serie!
Infine una dolce infermiera cerca di rassicurarmi, con quella voce che mescola professionalità e umanità, una cosa rarissima e preziosa come l’acqua nel deserto.
Mi fanno l’epidurale.
E qui decido di fare il ribelle, niente Morfeo, niente viaggio nel sonno eterno.
Questa volta resto sveglio. Voglio vedere. Voglio capire.
E infatti guardo l’intervento su un monitor, come se stessi seguendo una puntata di “Chirurgia estrema – versione Giovanni”.
Surreale. 
Il mio corpo diventa una serie TV, io il pubblico pagante.
Finito tutto, chiedo informazioni al chirurgo.
Le risposte non sono rassicuranti.
Ma questo è materiale per la prossima puntata.
Per ora mi limito a dire questo: nell’Inferno sterile della sala operatoria, ho capito che la paura non è il contrario del coraggio. 
È solo la sua ombra.
E io, anche oggi, ho deciso di camminare lo stesso.

p.s. questa volta è dura.😖

📝 Diario di bordo n°102 – Febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°102 – Febbraio 2026
“Nel girone dei tre letti e dei portantini fraterni”.

La stanza, come da liturgia ospedaliera, è un triangolo sacro, tre letti, tre anime, tre destini sospesi.
Al momento siamo in due, io, veterano del girone, e un novizio che guarda il soffitto come se stesse cercando Dio tra le crepe dell’intonaco.
Mi chiede informazioni, con quella voce che ha già capito tutto ma spera che io menta.
E io, novello Virgilio in pigiama, gli spiego il percorso: accettazione, attesa, barella, sala operatoria, risveglio mistico con flebo incorporata.
Parliamo di noi, dei nostri guai, delle paure che qui diventano più educatamente sincere. In corsia la maschera cade, e resta l’essere umano, nudo come un Wi-Fi senza password.
Alle 10:20 rientra il terzo pellegrino.
Taciturno, occhi spalancati, sguardo di chi ha visto il girone precedente e ha deciso di non recensirlo su TripAdvisor.
Lo salutiamo come si saluta chi torna da un viaggio di cui non vuoi i dettagli.
Ore 10:40.
Ecco il suono epico: il cigolio della barella.
È la mia chiamata alle armi.
I portantini arrivano come angeli custodi con accento pugliese.
“Fratè, sempre qua stai?”
“Fratm”, aggiunge l’altro, che evidentemente ha brevettato l’abbreviazione affettiva.
Mi sento a casa.
In fondo, quando ti chiamano per soprannome, vuol dire che sei diventato parte del mobilio umano dell’ospedale.
Mi caricano sulla barella e partiamo, io e il mio destriero a rotelle, lungo i corridoi fluorescenti.
È il mio pellegrinaggio quotidiano, con meno canti gregoriani e più cloro.
Attraverso i corridoi come Dante tra i gironi, ma senza Virgilio, solo con un portantino che fischietta e un neon che giudica.
E mentre scivolo verso la sala operatoria, mi viene da pensare che questa è una strana Commedia, non c’è Inferno, non c’è Purgatorio, non c’è Paradiso.
C’è solo l’attesa, che è il vero girone moderno.
Eppure, in mezzo a tutto questo, ci scappa una risata, un “fratm”, un dialogo con uno sconosciuto che ti racconta la sua vita come se foste vecchi amici.
Forse è questo il paradosso, che nei luoghi dove si entra più fragili, si esce un po’ più umani.
E che anche su una barella, tra un neon e un corridoio, si può ancora sentire una cosa rarissima, la fraternità.
E allora vai, avanti tutta, o pellegrino Giovanni.
Il girone continua, ma tu continui con lui.
E questo, alla fine, è già una piccola vittoria..

lunedì 9 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°101 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°101 – Febbraio 2026.
“Caronte ero io (e non me n’ero accorto)”.

L’attesa è snervante.
E mentre aspetto, in questa anticamera dell’Ade sanitario, mi colpisce un pensiero degno del miglior Dante versione reparto ospedaliero, il mio Caronte sono io.
Chi meglio di me può traghettare questo povero corpo, ormai veterano di corsie, flebo e corridoi infiniti, verso la stanza del ricovero?
Altro che barcaiolo infernale, qui il biglietto lo pago io, la barca la spingo io, e pure il remo me lo sono comprato in farmacia.
Ecco, mi chiamano.
Saliamo insieme, un piccolo corteo di anime con la valigia, ciascuna con il proprio girone personale.
Io ormai sono un veterano, sì. Ma non un supereroe. 
Le paure stanno lì, sedute accanto a me, educate ma insistenti, come parenti a pranzo la domenica.
Questa volta ho fatto il professionista, mi porto il cuscino da casa.
Niente furti, niente colpi di mano notturni come nel ricovero precedente. 
Ho deciso di restare nella legalità, almeno in materia di biancheria ospedaliera. 
Un passo avanti per l’uomo, un balzo per il paziente incallito.
Eccomi in camera.
È la stanza della prima volta. Un déjà vu che sa di ritorno alle origini, come Ulisse che torna a Itaca… ma con il camice aperto dietro e le ciabatte antiscivolo.
Sistemo le mie cianfrusaglie, i miei talismani tecnologici, il caricabatterie come fosse un rosario, e infine indosso il camice.
Il mantello ufficiale del pellegrino sanitario.
A dopo. 😘
Se Caronte sono io, allora significa che, in fondo, il viaggio lo sto scegliendo io. 
E questa è forse la parte più difficile, ma anche la più umana, continuare a salire sulla barca, nonostante tutto.

📝 Diario di bordo n°100 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°100 – Febbraio 2026.
“Centesima puntata e il mio Caronte”.

Ecco, ci siamo.
Sveglia alle 6. Il caffè scende come una benedizione laica e io faccio mente locale sulle ultimissime incombenze, come se stessi partendo per un viaggio intercontinentale e non per una sala operatoria. 
In fondo, è pur sempre un viaggio. 
Solo che il souvenir è una cicatrice.
Alle 7 si parte. Con me mia moglie e mio figlio, la mia scorta armata d’amore.
Appena varco la porta, i gatti del giardino mi guardano come se sapessero tutto. 
Mi salutano con quello sguardo da filosofi zen: “Umano, torna. E ricordati di darci da mangiare”. 
Mi fanno una tenerezza infinita. Forse anche loro percepiscono che oggi il loro coinquilino bipede va a fare una cosa seria.
Arrivo alla clinica. La guardo da fuori.
Imponente, fredda, un po’ minacciosa.
Per un attimo mi viene il pensiero classico, entro o scappo?
Scappo dove, poi? 
Al massimo fino al bar a prendere un altro caffè e poi tornare indietro come un cane col guinzaglio invisibile.
Entro. Non ho alternative. 
E in fondo, non voglio alternative.
Dentro ci sono altri come me. 
Facce tese, sorrisi di circostanza, occhi che raccontano romanzi interi. 
È strano come, in questi luoghi, ti senti improvvisamente parte di una comunità silenziosa. 
Non siamo eroi, non siamo martiri. 
Siamo solo persone che cercano di restare qui un altro po’.
Ora attendo il mio “Caronte”. 
Quello che mi accompagnerà in stanza, verso questa nuova avventura chirurgica.
Spero solo che il traghettatore oggi sia di buon umore e non abbia visto troppi film drammatici.
Che Dio me la mandi buona.
A dopo, cari lettori.
O perlomeno… lo spero.
E se torno, vi racconterò tutto. 
Con ironia, ovviamente, perché anche l’Ade, se lo racconti bene, può sembrare un capitolo di commedia.

📝 Diario di bordo n°99 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°99 – Febbraio 2026.
“Il cotton fioc con ambizioni politiche”.

Questa mattina missione tampone.
20 euro. Ventiii.
Altro che prevenzione pubblica, qui la prevenzione è a tariffa oraria, tipo parcheggio in aereoporto, ma per le narici.
In clinica vogliono essere certi che io non entri come un moderno cavallo di Troia virale nel reparto. 
Giusto, sacrosanto. 
Però ogni volta che ti ammali scopri una verità semplice e brutale, la malattia è anche un mutuo, solo che è senza la casa.
Una volta avevamo il welfare che faceva invidia al mondo. 
Oggi, se non hai i soldi, puoi anche metterti in fila, fare amicizia col muro e aspettare con calma. 
Magari ti fanno pure un monumento: “Qui giace Giovanni, in attesa del turno”.
Ore 9:30, rione Tamburi, farmacia Clemente.
Altro che farmacia, un ipermercato della salute. Ti manca il latte? Ce l’hanno. Ti manca l’ossigeno? Probabilmente pure quello.
Vado alla cassa, pago, e nemmeno il tempo di salutare che arriva l’addetta con un cotton fioc degno del bastone di un’antenna tv.
Mi perfora entrambe le narici con la delicatezza di un sondaggio politico, “Vediamo cosa pensa il tuo cervello del mondo”.
Dieci minuti di attesa. 
Io lì, a fissare il muro come se fosse un oracolo greco.
Esito: NEGATIVO.
Appost. Pass timbrato. Via libera al ricovero.
Una piccola vittoria, un'altra bandierina piantata.
E mentre torno a casa penso che la sanità, oggi, è un po’ come questo tampone, una procedura rapida, precisa, ma che ti ricorda quanto sei fragile e quanto costa difendere quella fragilità.
Però, oh, almeno per oggi, il nemico è fuori.
Dentro resto io, con le mie paure e un naso che non dimenticherà facilmente questa giornata.

venerdì 6 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°98 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°98 – Febbraio 2026.
“Spoiler sanitario non autorizzato.”

A quanto pare ho creato un piccolo caso mediatico.
Mi stanno arrivando una valanga di messaggi del tipo: “Giovanni, com’è andata?” – “Sei già fuori?” – “Ti sei operato?”
E lì capisci che forse, ma dico forse, nella puntata precedente ho corso un po’ troppo con la fantasia… o con la narrazione.
Facciamo chiarezza, che qui rischiamo il bollettino di guerra, mi opero lunedì 9 febbraio.
La puntata precedente non era il resoconto post-operatorio, ma un’anteprima emotiva. 
Un trailer. 
Un “coming soon” dell’anima.
Era il mio stato d’animo in avvicinamento all’intervento, non il finale di stagione.
Prendo atto, devo stare più attento quando scrivo, perché tra una metafora e una barella immaginaria rischio di farvi partire l’ansia da pronto soccorso. Mea culpa.
Prometto solennemente di mettere un bollino “attenzione, contenuti emotivi forti” la prossima volta.
Detto questo, lasciatemelo dire con sincerità, sapere che in tanti vi siete preoccupati, che avete scritto, chiamato, chiesto… beh, quello sì che fa bene.
Non abbassa la pressione, non cura i tumori, ma scalda parecchio il cuore. 
E in certi momenti è già una gran terapia.
Vi abbraccio tutti.
Tranquilli, il protagonista è ancora in scena. 
E la prossima puntata sarà quella vera.
Spero ...

📝 Diario di bordo n°97 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°97 – Febbraio 2026.
“Anche gli eroi, prima o poi, chiedono l’anestesia."

Ci siamo quasi.
Il giorno dell’operazione è lì che mi guarda, con quell’aria da appuntamento che non puoi rimandare.
Per la terza volta mi tocca entrare in sala operatoria. 
Sempre lei, fredda, asettica, impersonale. Una stanza che non ti fa sconti e che ti ricorda, senza troppi giri di parole, che il controllo non ce l’hai tu.
Ti caricano sulla barella e via, come un pacco fragile con sopra scritto “maneggiare con cura (forse)”.
L’attesa, lì dentro, è la parte peggiore. 
Non succede niente, ma succede di tutto nella testa. 
Le immagini scorrono veloci, spesso senza permesso, paure, ricordi, domande che non avevi chiesto di farti.
In quel momento capisci una cosa semplice e potente, non sei un eroe. 
E va bene così.
Poi arriva lei, la flebo. Poche gocce e addio dignità, addio pensieri profondi.
Ti affidi. Spegni la luce. Fine della trasmissione.
Quando tutto è finito riemergi piano, come chi torna da un viaggio strano e non sa bene dove si trovi. 
Sei ancora mezzo addormentato, ma quella semi-incoscienza è quasi gentile, ti tiene al caldo, come a dire: tranquillo, per ora resta qui.
Ti riportano in camera.
E lì, lentamente, realizzi la notizia migliore di tutte, anche questa volta è andata.
Sei ancora vivo.
Non sarà eroico, non sarà elegante, ma è tremendamente reale.
E oggi, credetemi, basta e avanza.

sabato 31 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.
“Promosso… con anestesia (si spera).”

Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco clinico a livelli crescenti.
Tocca all’RX toracico.
Ora, io continuo a chiedermelo, a cosa diavolo serva per l’operazione che dovrò fare non l’ho mai capito. 
Nessuno lo sa spiegare davvero. 
Misteri della scienza moderna. 
O forse è solo per tenermi occupato.
Ad attendermi trovo due giovanissimi in camice bianco. Un ragazzo e una ragazza che, con tutta probabilità, hanno l’età di mio figlio… se non meno.
Ed è lì che realizzo una verità dolorosa, la mia generazione non è vintage, è proprio fuori produzione.
Gentilissimi, sorridenti, professionali. 
Fanno i raggi, mi salutano e io via, come un pacco ben spedito.
Prossima tappa: il boss finale.
L’anestesista.
Il famigerato personaggio si fa attendere perché impegnato tra una sala operatoria e l’altra. 
Io, nel frattempo, mi piazzo in un angolo e osservo il mondo che scorre.
Corridoi pieni di storie. 
Infermieri e infermiere che sfrecciano come particelle impazzite.
E io lì, seduto, con il telefono in mano.
Mi rendo conto che quel rettangolo luminoso mi protegge, ma allo stesso tempo mi isola da persone che forse avrebbero solo bisogno di una parola, di uno sguardo, di un “come va?”.
È strano come la tecnologia ti tenga compagnia mentre ti allontana dagli altri.
Finalmente arriva lui.
L’anestesista.
Un omaccione col camice verde, che sembra uscito direttamente da Forrest Gump. 
Manca solo la panchina.
Inizia a chiamare. Io ho fame, sono stanco, mentalmente cotto.
Poi sento il mio nome. Entro.
Mi guarda fisso e se ne esce con: «Buongiorno… ma lei è il giornalista?»
Blackout.
«Ma nooo… quale giornalista!» rispondo io, con lo sguardo di chi ha appena capito di essere stato scoperto.
E lì realizzo che mi leggono anche in clinica.
E allora sì, un attimo di autocensura mi attraversa il cervello. 
Perché va bene l’ironia, va bene la goliardia… ma sempre meglio che l’anestesia venga fatta con i farmaci giusti e non con un cazzotto ben assestato sulla mia testa, nel caso in cui mi si fraintende su quello che scrivo. 😳
Colloquio fatto.
Esami ok.
Risultato finale: promosso.
Il 9 febbraio si può operare.
Esco stremato, affamato, ma con una certezza in più.
La giornata è finita. Si torna a casa.
Mi aspetta una prossima puntata. 
Perché anche gli eroi stanchi hanno diritto a una sana e corretta narrazione delle proprie disavventure.
E alla fine lo penso davvero, senza ridere,
in mezzo a camici, corridoi e attese infinite,
essere “promossi” non significa essere guariti,
ma avere ancora il permesso di continuare a lottare.

📝 Diario di bordo n°95 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°95 – Gennaio 2026.
"Il cornetto gommoso."

Colazione al bar della clinica.
Caffè dignitoso, cornetto invece ambiguo, crudo ma gommoso, una roba che non capisci se devi masticarla o denunciarla.
Probabilmente è un esperimento clinico anche lui.
Mi siedo. Attendo. Osservo.
In queste sale d’attesa diventi inevitabilmente sociologo, filosofo e un po’ veggente.
Scruti i volti come fossero libri aperti, anche se nessuno ha voglia di leggere ad alta voce.
C’è chi parla del tempo, chi della fila, chi del medico “che l’altra volta era più simpatico”.
E poi ci sono quelli che tacciono.
Ecco, quelli dicono molto di più.
Negli occhi leggo sofferenza.
Quella vera, non quella da lamento da bar.
Quella che conosco bene anche io, quella che non ha bisogno di parole perché pesa già abbastanza così.
Ogni tanto però spunta la speranza.
Timida, quasi imbarazzata.
Sta lì, seduta composta, come a dire: “Scusate se esisto ancora, ma senza di me qui non si va avanti”.
Nel corridoio passano le valigie.
Quelle dei ricoveri.
Le riconosci dal rumore, un cigolio che sembra un lamento metallico, una specie di colonna sonora dell’attesa.
Si mescola ai sospiri, agli sguardi bassi, a quella paura educata che nessuno vuole disturbare.
Poi li vedo, una signora anziana, piena di acciacchi, e il nipote che la accompagna.
Due generazioni diverse, una cammina piano, l’altra aspetta.
E in quel passo rallentato c’è una lezione di vita che nessun primario ti spiegherà mai.
La cura, a volte, è solo restare.
Il tempo passa. Sempre lui, puntualissimo quando non serve.
Poi la voce dal fondo del corridoio: “Pugliese! Chi è Pugliese?”
Eccomi, dico io.
Mi alzo. Tocca a me. A dopo.🧏‍♂️
E mentre mi avvio penso che questi posti sono strani.
Ti fanno ridere per non piangere, ti fanno riflettere anche quando vorresti solo scappare.
Qui capisci che siamo tutti fragili, anche quando facciamo finta di essere indistruttibili.
Che il corpo a volte cede, ma l’umanità, quella no, resiste.
E forse è questo il vero esame da superare ogni volta, non perdere la capacità di guardare gli altri, di sorridere anche davanti a un cornetto immangiabile, e di ricordarsi che, finché rispondi “eccomi”, sei ancora dentro la vita.

📝 Diario di bordo n°94 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°94 – Gennaio 2026.
“Sangue blu e vene part-time.”

Sono ancora qua.
Eh già. Contro ogni pronostico, pure oggi mi sono presentato all’appello.
Sveglia alle 6:15, quella sveglia cattiva che non suona, ringhia.
Auto, buio, pensieri sparsi e via verso la clinica Carlo Fiorino, ex San Camillo, rione Tamburi. Ormai in clinica mi salutano per nome.
Mi metto in fila, ordinato, composto, con la dignità di chi sa che sta per incontrare il “Dracula” di turno. 
Quello con l’ago facile e la vena difficile.
Arriva il mio momento. Entro.
Mi accoglie un’infermiera alta un metro e ottanta. 
Un gigante gentile. 
Io, davanti a lei, con le mie vene vergognose che fanno parkour sotto pelle.
Cinque minuti buoni a tamburellarmi il braccio come se stesse cercando il Wi-Fi.
Niente. Le vene giocano a nascondino.
Poi, all’improvviso, zac. 
L’ago affonda. Io stringo i denti, lei inizia una danza rituale di boccette: una, due, tre… pare stia facendo la collezione completa.
Alla fine mi guarda seria e dice:
«Qui abbiamo un sangue blu».
Io sgrano gli occhi.
«Blu? In che senso? 
Sono nobile e non lo sapevo?»
Lei sorride e mi spiega: denso, scuro, forte.
«Lei non è anemico. Per niente.»
E io penso: almeno una cosa buona, oggi.
Il tumore fa il bullo, le vene scappano, ma il sangue tiene botta.
Qualcuno, là dentro, resiste.
Esco e mi guardo intorno. Corridoi pieni. 
Gente seduta, in piedi, appoggiata ai muri.
Ognuno con il proprio faldone invisibile di paure, speranze, diagnosi.
Qui la sofferenza non fa rumore, ma pesa.
Ora mi aspetta il prossimo livello del videogioco, la visita cardiologica 😳👨‍⚕️
Io sono qui, in anticamera, a scrivere.
Perché scrivere, ormai, è il mio modo per restare intero.
E alla fine lo penso davvero, senza ironia.
Non so quanto sangue blu mi scorra nelle vene,
ma so che finché scorre, io ci sono.

📝 Diario di bordo n°93 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°93 – Gennaio 2026.
"L’ospite nervoso e la vigilia degli esami."

Oggi è una di quelle giornate che partono storte e non fanno nulla per raddrizzarsi. 
Il mio fisico protesta più del solito, come se l’ospite indesiderato avesse deciso di battere i pugni sul tavolo e ricordarmi, con arroganza, che lui è ancora lì. 
Nervoso lui, nervoso io. 
Un dialogo silenzioso, ma tutt’altro che educato.
Domani mi aspetta il pre-ricovero, una mattinata intera fuori casa, cinque o sei ore di esami, attese, corridoi, sedie scomode e numeretti da stringere come fossero biglietti vincenti. 
Io che faccio il duro, ma dentro penso solo a una cosa molto semplice e molto umana: “Spero di reggere”. 
Perché a volte la vera impresa non è l’esame, ma starci dentro fino alla fine.
Incrocio le dita, come si fa prima delle cose importanti, anche se ormai le dita le ho incrociate così tante volte che dovrebbero essersi annodate. 
E allora niente eroismi inutili, oggi mi ritiro strategicamente. 
Mi metto a letto, abbasso il volume del mondo e provo a riposarmi un po’.
Perché anche i combattenti, ogni tanto, hanno diritto a una tregua.
E domani… domani si ricomincia. 
Con paura, sì. Ma anche con la schiena dritta.

mercoledì 28 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°92 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°92 – Gennaio 2026
“Il faldone, la tessera e i 47,80 euro.”

Missione compiuta (quasi) presso l’ANMIC.
Raggiungere la sede è stata un’impresa degna di un rally africano, trenta minuti buoni solo per parcheggiare l’auto. 
Taranto, città di mare, sole e… parcheggi impossibili. 
Alla fine lasci la macchina dove capita e ti affidi al destino, sperando di ritrovarla intera.
Entro. 
L’aria è quella tipica delle sale d’attesa dove il tempo rallenta e la vita pesa un po’ di più. 
Colpi di tosse, sospiri, qualche lamento sommesso. 
Tutti seduti con il faldone in mano, il faldone come simbolo universale della sofferenza certificata. 
C’è chi ne ha uno, chi due, chi probabilmente a casa ne ha un terzo di riserva, non si sa mai.
Io stringo il mio con l’insicurezza di chi sa di essere completamente ignorante in materia, ma prova comunque a sembrare preparato. Spoiler: non lo sono.
La segretaria prende nota, io annuisco con aria grave, come se stessi capendo tutto. 
Poi arriva il mio turno.
L’esperto dell’associazione mi riceve, gentile, umano, chiaro. 
In pochi minuti fa ordine nel caos dei miei pensieri e delle mie carte. Quando l’umanità incontra la competenza, il mondo sembra un posto un po’ meno ostile.
All’uscita, però, lo sguardo cade su un cartello.
Tesseramento: 47,80 euro.
Non 45. Non 50. Quarantasette e ottanta.
Perché? 
Perché 47,80 e non una cifra tonda, rassicurante, rotonda come un abbraccio? Misteri della burocrazia. O forse una prova iniziatica: se accetti i 47,80 senza fare domande, sei pronto per tutto il resto.
Esco con un sorriso amaro e un pensiero serio.
Dietro quei faldoni, quei numeri strani, quelle attese silenziose, ci sono persone. 
Vite che chiedono solo di essere riconosciute, ascoltate, rispettate.
E alla fine capisci che non è il costo della tessera a pesare di più, ma il prezzo che molti pagano ogni giorno per vedersi riconosciuti dei diritti che dovrebbero essere scontati.

📝 Diario di bordo n°91 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°91 – Gennaio 2026.
"Pre-ricovero: il ritorno dell’uomo-colabrodo."

Tra un paio di giorni si ritorna in clinica.
Pre-ricovero. 
Già la parola è tutto un programma, una specie di trailer dell’horror che verrà.
So già come andrà, mi faranno il braccio come un colabrodo, perché, come dico sempre io, le mie vene sono timide, vergognose, anarchiche. Appena vedono l’ago si danno alla macchia, manco fossero ricercate dall’Interpol. L’infermiera guarda, stringe, palpa, sospira. 
Io sorrido e penso, “tranquilla, non è personale, è che le mie vene fanno sciopero.”
Poi il solito controllo cardiaco. 
Ormai il mio cuore è più monitorato di una centrale nucleare. 
Batte, lo sanno, lo sanno bene. 
Ogni tanto mi viene da dirgli: “Cuore, fai il bravo, che qui ci ascoltano tutti.”
Subito dopo l’rx toracico, che continuo a non capire che relazione abbia con il mio problema. Ma ormai non faccio più domande, annuisco, mi metto in posa e penso che da qualche parte, in un manuale segreto, ci sarà scritto: “Nel dubbio, facciamo anche quello.”
Sarà una mattinata immersa nella sofferenza.
Non solo la mia.
Incontrerò altre storie, altri volti, altre attese. Alcune simili alla mia, altre molto più pesanti. Sguardi che parlano senza bisogno di presentazioni. 
Lì capisci che il dolore non fa rumore, ma riempie le stanze più di qualsiasi parola.
Ormai sono di casa.
Conosco i corridoi, gli odori, i silenzi. 
Sono rodato, come un vecchio attrezzo che funziona ancora, anche se scricchiola. 
Ci scherzo su, perché l’ironia è l’unica medicina che non ha controindicazioni e non te la tolgono mai.
Ma sotto la battuta resta una verità semplice e dura, ogni volta che varco quella porta, porto con me la paura.
E ogni volta, nonostante tutto, continuo ad entrare.
Perché il coraggio non è non avere paura,
è tornare, ancora una volta, dove la paura ti aspetta.

📝 Diario di bordo n°130 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°130 – Marzo 2026. “La flebo, il Paese e la pazienza degli italiani”. Ore 15,30. Rieccomi a casa. La prima b...