sabato 28 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°139 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°139 – Marzo 2026.
"Il paradosso del pesce (e della chemio)".

Esiste una forma di ironia che non appartiene agli uomini, ma al calendario. 
Una ironia sottile, quasi medievale, degna di quei monaci amanuensi che tra una miniatura e l’altra si divertivano a disegnare diavoletti nascosti tra le lettere sacre.
Il primo aprile, giorno consacrato alla menzogna giocosa, alla beffa innocua, alla verità travestita da scherzo. 
Una sorta di carnevale laico, dove il mondo si concede il lusso di mentire sapendo che, per convenzione, nessuno ci crederà davvero.
Ebbene, quest’anno il calendario ha deciso di esercitare su di me una forma di umorismo decisamente più sofisticata.
Il primo aprile, con una puntualità quasi svizzera ma con un gusto tipicamente italiano per il grottesco, inizierò il secondo ciclo di chemioterapia. 
Quattro ore abbondanti di terapia, un tempo sufficiente per leggere mezzo romanzo, riflettere sull’esistenza, oppure più realisticamente contemplare il soffitto cercando di convincersi che anche quello, in fondo, ha una sua poetica.
Ora, già questo basterebbe a rendere la giornata degna di nota.
Ma il destino, che evidentemente ha letto troppi romanzi postmoderni, ha deciso di inserire un ulteriore livello narrativo.
Nel pomeriggio di ieri ricevo un SMS dalla ASL. Linguaggio asciutto, burocratico, quasi ascetico nella sua freddezza, convocazione per visita presso la Commissione Invalidi Civili. Data? Naturalmente il primo aprile. 
Orario? Le 15:00.
E qui la realtà smette di essere lineare e diventa letteratura.
Perché a questo punto non è più una coincidenza, ma una costruzione narrativa. Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che il protagonista dovesse essere messo alla prova secondo le più classiche unità aristoteliche, tempo, luogo e azione. 
Tutto concentrato in una sola giornata, quasi a voler verificare la tenuta del personaggio.
Prima la chemio. Poi la commissione.
Una sorta di maratona esistenziale, dove il corpo diventa il campo di battaglia e la burocrazia il giudice imparziale, o forse semplicemente distratto.
“Io speriamo che me la cavo”, verrebbe da dire. Ma non con l’ingenuità di chi lo spera davvero. Piuttosto con quella consapevolezza un po’ ironica di chi ha capito che, nella grande enciclopedia della vita, esistono voci che non si possono correggere, solo attraversare.
E allora mi immagino questo primo aprile come un racconto dentro il racconto, il giorno in cui lo scherzo non è più distinguibile dalla realtà, e la realtà stessa assume i contorni di una beffa.
Ma forse è proprio qui che si nasconde una verità più profonda.
Perché la vita, quando smette di essere prevedibile, diventa incredibilmente autentica. Ti costringe a stare dentro ogni minuto, senza sconti, senza scorciatoie. 
Ti mette davanti a una domanda semplice e brutale, quanto sei disposto a resistere?
E io, con un filo di sarcasmo e una discreta dose di ostinazione, credo di conoscere già la risposta.
Non si tratta di cavarsela.
Si tratta di restare in piedi, anche quando il calendario decide di fare lo spiritoso.

📝 Diario di bordo n°138 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°138 – Marzo 2026.
"Il paziente invisibile (dopo una lettura inquietante)".

Caro diario, questa puntata nasce da una lettura. 
Non una lettura qualsiasi, ma di quelle che ti lasciano addosso una sensazione strana, a metà tra il fastidio e la rassegnazione. 
Ho appena finito un articolo di Pino Bruno, pubblicato sulla Corriere del Mezzogiorno, e confesso che più che informato mi ha fatto sentire… esposto.
Esposto come un paziente senza storia, senza memoria, senza identità.
Perché il punto è tutto lì, oggi puoi essere un cittadino perfettamente tracciato dal sistema sanitario, con una vita clinica interamente digitalizzata… e allo stesso tempo risultare invisibile nel momento in cui conta davvero.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico esiste. Funziona. È pieno di dati. 
Ma è come un libro chiuso in una biblioteca senza bibliotecari, o peggio ancora, senza lettori.
E allora accade qualcosa di quasi grottesco, il medico del pronto soccorso si trova davanti a te e deve improvvisare. 
Non perché manchino le informazioni, ma perché non può leggerle. 
Non le vede. Non le ha. 
È come curare qualcuno bendati, nel secolo in cui persino il frigorifero è connesso a Internet.
La Puglia, raccontava l’articolo, è l’emblema di questo paradosso. 
I numeri sono perfetti, quasi commoventi nella loro efficienza formale. 
Indicatori rispettati, piattaforme attive, milioni investiti. Ma la realtà è un’altra, il sistema non viene usato.
E qui, caro diario, viene fuori la solita verità che ci ostiniamo a ignorare, non basta costruire strumenti avanzati se poi nessuno li integra nella propria vita quotidiana.
Il dato che più mi ha colpito, e qui l’ironia lascia spazio a un sorriso amaro, è quel 98,2% di medici che ha “fatto almeno un’operazione” nel Fascicolo. 
Una. Una sola. 
Come se bastasse entrare una volta in una biblioteca per potersi definire lettori abituali.
E intanto il cittadino medio non sa nemmeno di dover dare un consenso. 
Non sa cosa sia il Profilo Sanitario Sintetico. Non sa che dentro quel sistema c’è, letteralmente, la sua vita.
La verità è che abbiamo costruito un’infrastruttura digitale straordinaria senza accompagnarla con una rivoluzione culturale. Abbiamo pensato che bastassero i soldi del PNRR, come se l’innovazione fosse un atto contabile e non un processo umano.
E invece no.
La sanità digitale, se non viene capita, resta muta. 
Se non viene usata, è inutile. 
Se non viene spiegata, diventa perfino sospetta.
E così ci ritroviamo in questa situazione surreale, un sistema progettato per salvare vite che resta fermo ai box, mentre la realtà corre a cento all’ora.
Ti dirò di più, caro diario, con un pizzico di sarcasmo, siamo pronti per condividere i dati sanitari in tutta Europa entro il 2027… ma non siamo ancora capaci di farli usare dal medico di famiglia sotto casa.
Un capolavoro di incoerenza.
Alla fine, leggendo quell’articolo, mi è rimasta una domanda semplice, quasi brutale, a cosa serve avere una memoria perfetta, se nessuno la consulta nel momento del bisogno?
Forse il problema non è la tecnologia.
Forse il problema è che continuiamo a innovare senza educare.
E così, nel momento più delicato, restiamo quello che non dovremmo più essere, pazienti invisibili.
E questa, più che una mancanza, è una responsabilità collettiva.

venerdì 27 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°137 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°137 – Marzo 2026.
“Le giornate senza trama e il tempo che osserva”.

Le giornate scorrono.
Non passano, scorrono. 
Come quei fiumi pigri che non hanno fretta di arrivare da nessuna parte.
Senza sussulti, senza colpi di scena, senza nemmeno una comparsa degna di nota.
Se la mia vita fosse un romanzo in questo periodo, l’editore mi avrebbe già telefonato,
“Giovanni, qui bisogna inserire un po’ di azione, altrimenti il lettore si addormenta.”
E invece no.
Qui l’azione è tutta interna, invisibile, quasi clandestina.
Fuori, la primavera sembra essersi presa un permesso non retribuito.
Il freddo insiste, le giornate uggiose si presentano puntuali come funzionari statali, e il sole, quando compare, lo fa con quella timidezza sospetta di chi non vuole impegnarsi troppo.
Io, nel frattempo, mi sono trasformato in una creatura domestica.
Una specie di animale in letargo che però, ogni tanto, deve uscire dalla tana non per cercare cibo, ma per farsi analizzare.
Le mie uscite sono diventate selettive, quasi aristocratiche, visite mediche, controlli, e qualche breve evasione con la famiglia, concessa come una tregua tra una battaglia e l’altra.
Eppure, nonostante tutto, il mio fisico reagisce.
Tiene botta, come si dice dalle nostre parti.
E questa è una notizia che non fa rumore, ma pesa.
Il prossimo appuntamento è fissato per mercoledì 1 aprile.
E già questo ha qualcosa di ironico.
Passerò le mie brave quattro ore, abbondanti, perché qui si esagera sempre, sdraiato su un letto, a osservare quel liquido che scende dalla flebo e entra nel mio corpo.
Una scena che, a raccontarla così, sembra monotona.
Quasi banale.
E invece, se la si guarda bene, è un piccolo spettacolo metafisico, un uomo fermo, un liquido in movimento, e il tempo che fa da regista silenzioso.
Mentre i giorni passano, mi accorgo che il vero cambiamento non è fuori, ma nel modo in cui li guardo.
Perché quando la vita rallenta, o sembra fermarsi, ti costringe a osservare ciò che prima ignoravi.
Le pause. I vuoti. Le attese.
E forse è proprio lì che si nasconde qualcosa di importante.
Non nei grandi eventi, non nei momenti straordinari, ma in questa apparente immobilità che, sotto sotto, continua a lavorare.
Come la cura.
Come il corpo.
Come la speranza.
Silenziosa, ostinata, e sorprendentemente viva.

sabato 21 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°136 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°136 – Marzo 2026.
“La leggerezza delle accise e il peso della malattia”.

Oggi non voglio parlare di me.
O meglio, farò finta di non parlarne. 
Perché in fondo, quando si parla di sanità, si parla sempre di qualcuno che respira, che aspetta, che spera. 
E oggi quel qualcuno potrei essere io, potresti essere tu, potremmo essere tutti.
Immagino questo Paese come una città invisibile, di quelle che si reggono su equilibri fragilissimi, sospese tra ciò che è necessario e ciò che è conveniente.
E in questa città, qualcuno ha deciso che per alleggerire il peso del carburante per venti giorni, venti, come una breve stagione, si potesse togliere ossigeno a ciò che tiene in piedi la vita, la sanità.
Ottantasei milioni.
Una cifra che, scritta su un foglio, sembra astratta, quasi elegante.
Ma che, tradotta nella realtà, diventa meno medici, meno tempo, meno cura.
È curioso, se ci pensiamo.
Si interviene su qualcosa che scorre, il carburante, sacrificando qualcosa che resta, la salute.
Io, da frequentatore ormai abituale del Servizio Sanitario Nazionale, mi sento come uno che abita stabilmente in questa città invisibile e che, all’improvviso, scopre che le fondamenta sono state alleggerite.
Non per necessità, ma per scelta.
E allora mi domando: che tipo di leggerezza è questa?
Perché esiste una leggerezza intelligente, quella che solleva senza togliere sostanza.
E poi esiste una leggerezza irresponsabile, quella che taglia dove non si dovrebbe, lasciando gli altri a sostenere il peso.
Qui non si tratta di numeri.
Si tratta di tempo.
Il tempo di una diagnosi.
Il tempo di una visita.
Il tempo, prezioso e irripetibile, di chi aspetta una risposta.
E chi è malato, il tempo lo misura in modo diverso.
Non in giorni o settimane, ma in possibilità.
Forse il vero paradosso è questo, si prende una decisione “leggera” per far respirare il presente,
ma si appesantisce il futuro di chi, quel respiro, lo sta già contando.
Non voglio fare retorica.
Non mi appartiene.
Ma una cosa la posso dire, con la semplicità di chi oggi vive sulla propria pelle certe scelte,
quando si toglie qualcosa alla sanità, non si sta tagliando un servizio.
Si sta togliendo un pezzo di fiducia.
E la fiducia, quando si rompe, non si ricostruisce con venti giorni di sconto alla pompa.
Si ricostruisce con rispetto.
E con la capacità di capire che ci sono cose che non possono essere trattate come una voce di bilancio qualsiasi.
Perché dentro quella voce ci siamo noi.

📝 Diario di bordo n°135 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°135 – Marzo 2026.
“Salvate il soldato Giovanni (con due buchi e una risata)”.

Eccomi qui.
Pronto. Deciso. Motivato.
Nemmeno dovessi partire per una missione segreta.
Secondo step del primo ciclo di chemio.
Detto così sembra quasi un piano industriale… in realtà è il mio corpo che apre il cantiere.
Steso sul lettino, braccio sinistro in bella mostra, manco fosse una sfilata, e si comincia.
O meglio… si prova a cominciare.
Perché le mie vene, questa mattina, hanno deciso di giocare a nascondino.
Timide, riservate, direi quasi pudiche.
Due tentativi. Due buchi.
Niente.
A quel punto mi sono immaginato la scena, le vene riunite in assemblea sindacale che votano all’unanimità, “Ragazzi, oggi sciopero!”
E allora si cambia braccio.
Destro.
E finalmente… trovata!
Parte la flebo.
E io mi metto lì, buono buono, mentre questo liquido, che non è certo un cocktail tropicale, entra lentamente nel mio corpo con l’idea di fare pulizia.
E siccome non posso usare il telefonino, la mia mente decide di non stare ferma.
No, no… troppo facile.
Divento regista.
Anzi, divento Steven Spielberg.
E parte il film:
“Salvate il soldato Giovanni”.
Con scene epiche, colonna sonora da Oscar e io protagonista assoluto, un po’ acciaccato, un po’ stanco, ma con quella faccia da uno che, in fondo, non ha nessuna intenzione di mollare.
E così passa il tempo.
Tra una goccia e l’altra, tra una fantasia e un pensiero vero.
E alla fine… ultima flebo.
Sipario.
Devo solo ricordarmi di ritirare la cartella clinica, con tutte le prossime tappe, analisi del sangue settimanali, controlli, e la prossima seduta di terapia.
E qui arriva il colpo di scena finale.
La prossima chemio è fissata il primo aprile.
Ora… ditemi voi se la vita non ha anche un certo senso dell’umorismo.
Io lì, con la flebo, e lei che mi guarda e mi fa,
“Tranquillo Giovanni… pesce d’aprile!”
E invece no.
Tutto vero.
Però, a pensarci bene, forse è giusto così.
Perché se non impariamo a sorridere anche dentro le cose serie, rischiamo di diventare più malati della malattia stessa.
E allora io continuo così.
Con due buchi, una flebo… e una risata.
Perché magari non guarirà tutto,
ma aiuta a vivere meglio anche mentre si combatte.
Ringrazio ancora una volta i miei cari per la pazienza che dimostrano nei miei confronti.

lunedì 16 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°134 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°134 – Marzo 2026.
“Il corpo che protesta”.

Ore 9 del mattino.
Eccomi pronto, o almeno convinto di esserlo, per la terapia. 
La seconda del primo ciclo.
Entro nel reparto con quella strana miscela di determinazione e fatalismo che impari quando la malattia diventa parte del calendario.
So che questa roba, la chemio, mi farà soffrire, ma so anche che è l’alleata necessaria nella battaglia contro il mostro.
E allora si va. Senza troppe cerimonie.
Eccomi davanti a Sabrina.
Prima il prelievo, poi la terapia. 
Il rito è sempre lo stesso, quasi liturgico.
Ma mentre il sangue scorre nella provetta, il mio corpo decide di dire la sua.
Sudo freddo.
La testa comincia a girare come una giostra mal regolata.
Capisco subito che qualcosa non va. Ma provo a resistere. 
È un riflesso umano, quasi stupido, fare finta che tutto sia sotto controllo.
Poi è un attimo. È come un cortocircuito. 
Quando riapro gli occhi mi vedo circondato.
La dottoressa, Sabrina, un altro infermiere.
Le loro voci arrivano come da lontano: “Come va? Come ti senti?”
Sabrina si muove con la velocità di chi conosce bene il mestiere e anche l’umanità fragile che ha davanti.
Flebo immediata. Pressione misurata.
Il verdetto è semplice, un malore dovuto ad un calo.
Il mio fisico ha pagato dazio.
In fondo non c’è niente di poetico in questo.
Il corpo, quando viene spinto troppo, prima o poi presenta il conto.
Mi riprendo.
Dico che è tutto ok. 
Che possiamo procedere.
Ma la medicina, per fortuna, non si fa con l’orgoglio dei pazienti.
La dottoressa decide che bisogna aspettare. Prima gli esami del sangue, poi un elettrocardiogramma.
Mi sdraio su un lettino.
Accanto a me i miei cari. Silenziosi, presenti. Come sentinelle affettive.
Il tempo passa.
Io che pensavo di cavarmela in un paio d’ore.
Arriva la macchina dell’elettrocardiogramma.
Il cuore, per fortuna, fa il suo mestiere.
Poi arrivano gli esiti del sangue.
Tutto bene.
Nel frattempo sono le due del pomeriggio.
Il tempo ospedaliero è una creatura strana, dilata le ore come se fossero elastici.
Sabrina arriva con la decisione finale della dottoressa.
La terapia si rinvia a mercoledì.
Fine della giornata. Sono debolissimo.
Ed io che avevo programmato tutt’altro.
Per un attimo mi viene da sorridere amaramente.
La malattia ha una capacità quasi pedagogica, distrugge i programmi con una naturalezza che nessun filosofo è mai riuscito a spiegare così bene.
Ci ho provato.
E questo, in fondo, è quello che conta.
Perché la vita, quando diventa fragile, ti insegna una lezione semplice, non siamo padroni del tempo.
Possiamo solo provarci.
E poi accettare che a volte il corpo, con una specie di onestà brutale, dica semplicemente,
oggi no.

sabato 14 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°133 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°133 – Marzo 2026.
"Il grande inganno della birra analcolica".

Ieri pomeriggio mio figlio mi guarda con quell’aria che hanno i figli quando decidono di salvare temporaneamente il mondo.
Il mondo, in questo caso, ero io.
«Papà, cosa dici se ti chiedo se te la senti di passare un paio di ore al pub?
Ovviamente offro io… e senza limiti di spesa.» 😊
Ora, nella storia dell’umanità esistono inviti difficili da rifiutare.
Quello di un figlio che propone al padre una serata al pub rientra esattamente in questa categoria.
Ho riflettuto per circa… tre secondi.
Il tempo necessario al cervello per fare una riunione straordinaria con lo stomaco e con l'intero fisico.
«Rischiamo» ho risposto.
E così siamo andati nel nostro pub, quello a cui siamo affezionati da tempo. 
I luoghi, quando li frequenti per anni, diventano quasi parenti, ti conoscono, ti riconoscono e non fanno troppe domande.
Arrivati lì, con la solennità di chi sta prendendo una decisione geopolitica, ho ordinato il mio panino, doppio hamburger, nido di cipolla, melanzane grigliate e formaggio fuso.
Una composizione gastronomica che, se fosse esposta in un museo, probabilmente qualcuno definirebbe arte contemporanea commestibile.
E poi è arrivato il momento tragico.
La birra.
La birra, per me, purtroppo è proibita.
E questa è una delle più grandi ingiustizie della storia recente dell’umanità.
Così ho dovuto ordinare… una birra analcolica.
Ora, la birra analcolica è una creatura filosoficamente interessante, somiglia alla birra, ha il colore della birra, arriva nel bicchiere come una birra… ma dentro di sé custodisce un piccolo segreto esistenziale.
Non è una birra.
È un’ipotesi di birra.
Una teoria della birra.
Una citazione della birra.
Di fronte a me mio figlio brandiva invece una Weiss vera, luminosa, dorata, quasi mistica.
Abbiamo fatto cin cin.
Il suo boccale con dentro il nettare degli dei.
Il mio bicchiere con dentro una… discussione filosofica sul concetto di birra.
Ma sapete una cosa?
La serata è stata bellissima.
Abbiamo parlato, riso, scherzato.
Per un paio d’ore ho dimenticato la malattia, le analisi, le visite, i pensieri.
Sono tornato, per un momento, quello di prima.
E a un certo punto mi è venuto da pensare che la vita è una strana faccenda, ti toglie la birra vera… ma ti regala un figlio che ti porta al pub per farti respirare di nuovo il mondo.
E forse, se proprio devo dirla tutta, ieri sera ho capito una cosa importante.
La felicità non è sempre nel contenuto del bicchiere.
A volte è semplicemente nel brindare insieme. 🍻

📝 Diario di bordo n°132 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°132 – Marzo 2026.
"Trattato semiserio sulla terapia solare e altre coccole necessarie".

Questa mattina ho scoperto una nuova terapia rivoluzionaria.
Non la troverete nei protocolli ospedalieri, non è prescritta da nessun primario e non compare neppure nei bugiardini dei farmaci.
Si chiama sole sulla faccia e coccole sull’anima.
Funziona così, si prende una sedia a sdraio, la si trascina lentamente verso la finestra, con quella dignità un po’ barcollante tipica dei malati che fingono di essere in forma, e ci si lascia baciare dal sole.
Non è un bacio passionale.
È più un bacio alla maniera di una nonna, lungo, paziente, silenzioso.
E io, stamattina, ne avevo proprio bisogno.
Lo dico sottovoce, quasi con pudore, i dolori sono leggermente diminuiti. 
Non è la pace universale del corpo, sia chiaro. Piuttosto una tregua armata.
Il corpo e il dolore si sono seduti a un tavolo di trattativa e hanno firmato un accordo temporaneo, “Ti lascio dormire un paio d’ore… poi però torno.”
E io, da bravo diplomatico della sopravvivenza, accetto.
Dormire a piccoli capitoli, due ore alla volta, è comunque una gioia immensa.
Perché quando la notte ti concede anche solo qualche pagina di riposo, al mattino ti svegli come uno che ha trovato una moneta per terra, non è un tesoro, ma è pur sempre una fortuna.
Naturalmente bisogna monitorare tutto.
Il corpo, in queste fasi, diventa una specie di laboratorio ambulante, controlla questo, evita quello, mangia piano, bevi con giudizio, non fare lo scemo.
E io ci provo.
Dico “ci provo” perché, come ogni essere umano dotato di un minimo di spirito ribelle, ieri sera ho trasgredito.
Dopo una settimana passata in casa, che a un certo punto comincia a sembrare più una clausura monastica che una convalescenza, ho varcato la soglia.
Due ore fuori.
Due ore soltanto.
Ma vi assicuro che due ore fuori casa, quando sei stato chiuso dentro per giorni, valgono come un viaggio intorno al mondo.
Merito di mio figlio e di mia moglie, che mi hanno accompagnato in questa piccola evasione controllata.
Mi hanno protetto come si protegge un pacco fragile, con cura, con attenzione… e con quella dolcezza un po’ imbarazzante che si riserva a chi si vuole bene davvero.
È stata una piccola botta di vita.
Ma questa è un’altra storia.
La racconterò nella prossima puntata, perché ogni buon diario, come insegnerebbe qualche vecchio studioso, vive anche di sospensioni narrative.
Nel frattempo resto qui.
Sulla mia sedia a sdraio.
Il sole entra dalla finestra e io penso che, alla fine, la vita è una cosa curiosa.
Passiamo anni a correre dietro a mille cose inutili, orari, scadenze, discussioni, ambizioni, perfino polemiche sui social che dopo cinque minuti nessuno ricorda più.
Poi arriva un momento in cui la felicità si riduce a tre elementi fondamentali, un raggio di sole,
un paio d’ore di sonno, e qualcuno che ti accompagna fuori casa senza farti sentire fragile.
E allora capisci una cosa semplice, quasi banale.
Che le coccole non sono un lusso dell’infanzia.
Sono una necessità della vita.

venerdì 13 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°131 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°131 – Marzo 2026.
“La supercazzola terapeutica”.

Intanto molti di voi mi fanno sempre la stessa domanda, “Giovanni, ma come fai a scrivere così? 
A essere sarcastico, ironico, a volte pure un po’ sfacciato mentre racconti di questa bestiaccia che ti sta tormentando?”
E io, con tutta sincerità, non lo so.
Non ho una risposta scientifica, non c’è una formula chimica che spieghi il fenomeno. 
Non è che il medico mi abbia prescritto, due flebo di chemio e tre battute sarcastiche al giorno dopo i pasti.
Forse lo faccio per esorcizzare il momento.
Forse perché se la prendi troppo sul serio, la paura diventa un macigno e ti schiaccia come un topolino in autostrada.
Oppure, e questa è un’ipotesi che mi piace molto, lo faccio perché dentro di me vive uno spirito un po’ giocherellone, uno di quelli che davanti alla tragedia non piange subito… prima ci prova con una bella battuta a sdrammatizzare.
E allora io combatto così.
Con la chemio da una parte e con la battuta pronta dall’altra.
Un po’ come nel film Amici miei, quando la vita diventa troppo seria, troppo pesante, troppo ingiusta… qualcuno tira fuori una supercazzola liberatoria e per un attimo il mondo torna respirabile.
Magari è anche un modo per convincermi che non sia vero.
Che questa storia sia solo un brutto capitolo di un romanzo un po’ troppo lungo.
Oppure, diciamolo pure senza vergogna, è anche un modo per prendermi le vostre coccole.
Che fanno bene. Eccome se fanno bene.
Perché quando scrivo e vedo arrivare i vostri messaggi, le vostre parole, gli incoraggiamenti, mi accorgo che questa battaglia non la sto combattendo da solo.
E allora sì, combatto a modo mio.
Con un pizzico di ironia, qualche sorriso storto e una discreta dose di faccia tosta.
Spero di riuscire a sconfiggere questo mostro.
Ma nel frattempo spero anche di non annoiarvi con il racconto di questa mia piccola guerra personale.
Perché alla fine ho capito una cosa, la vita, anche quando si mette di traverso, non sopporta la noia.
E allora tanto vale affrontarla come farebbe il conte Mascetti, con dignità… e con una supercazzola pronta all’occorrenza.
E nel frattempo, attendo che arrivi lunedì.

lunedì 9 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°130 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°130 – Marzo 2026.
“La flebo, il Paese e la pazienza degli italiani”.

Ore 15,30.
Rieccomi a casa.
La prima battaglia chimica è andata.
E, tutto sommato, è andata bene.
Quando apri la porta di casa dopo una giornata di chemio, provi una sensazione strana. 
Non è una vittoria, sarebbe troppo retorico dirlo.
È piuttosto una tregua.
Adesso sono disteso sul letto.
Il corpo chiede silenzio, il cervello invece continua a lavorare come un cronista ostinato.
Dovrò aggiungere altri tre farmaci al mio bagaglio quotidiano.
Ormai sono diventato una piccola farmacia ambulante.
Se mi agito troppo rischio di fare il rumore di uno scaffale di medicinali.
Venerdì prelievo di controllo.
Lunedì seconda chemio del primo ciclo.
I cicli saranno quattro, ognuno a distanza di circa ventuno giorni.
Ventuno giorni.
Il tempo, nella malattia, diventa una specie di calendario parallelo. 
Non si contano più le stagioni o le festività. Si contano i cicli.
Mentre cerco di riposare, apro il telefono e leggo le notizie.
Errore.
Resto perplesso, e poi, lentamente, mi innervosisco.
Leggo le dichiarazioni dei nostri governanti e mi sembra di assistere a una rappresentazione teatrale, di quelle dove gli attori recitano con grande enfasi mentre il palcoscenico, sotto di loro, sta già bruciando.
Perché fuori dai palazzi succede altro.
Succede che molti italiani non arrivano a fine mese.
Succede che tanti non riescono più a curarsi come si dovrebbe.
Succede che in Ilva si continua a morire sul lavoro.
E succede che a Taranto, la mia terra, si continua a morire anche di tumori.
Tumori che hanno spesso lo stesso odore dell’aria che respiriamo.
L’ILVA, i decreti, le industrie protette come fossero divinità moderne.
E nel frattempo il prezzo lo pagano i corpi delle persone.
Poi leggo che il nostro Primo Ministro, Giorgia Meloni, si appassiona alla “famiglia nel bosco”.
Commissioni d’inchiesta, dichiarazioni solenni, il ministro Nordio convocato come in un dramma giudiziario.
E allora mi fermo.
Perché mentre un uomo è sdraiato su un letto dopo una seduta di chemio, mentre migliaia di altri combattono battaglie simili, mentre operai muoiono in fabbrica e cittadini si ammalano per ciò che respirano, italiani che sono alla canna del gas e non riescono ad arrivare a fine mese, il mondo è alle prese con una spaventosa guerra mondiale, il dibattito politico sembra distrarsi con una facilità quasi offensiva.
Non è rabbia ideologica, la mia.
È qualcosa di più semplice, un senso di sproporzione.
La politica dovrebbe avere la stessa serietà di un reparto oncologico.
Dovrebbe guardare i problemi veri negli occhi.
Invece spesso preferisce inseguire le ombre.
Io, intanto, resto qui.
Un uomo disteso sul letto, con qualche farmaco in più sul comodino e qualche pensiero in più nella testa.
La chemio farà il suo lavoro nel mio corpo.
La vita farà il suo lavoro nel mondo.
E mentre chiudo gli occhi, mi viene da pensare una cosa molto semplice, i malati imparano presto il valore delle priorità.
Forse sarebbe utile che qualcuno lo imparasse anche nei palazzi del potere.

📝 Diario di bordo n°129 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°129 – Marzo 2026.
“Quattro ore e una flebo di tempo”.

Sono seduto su una poltrona.
Non è la poltrona di un salotto elegante, né quella di un bar dove si discute di calcio o di politica. 
È una poltrona ospedaliera, di quelle che hanno imparato a conoscere il peso silenzioso delle persone.
Davanti a me una flebo.
Dentro la flebo la chemio.
Dentro di me la speranza, e un po’ di paura, che non guasta mai quando si ha a che fare con la vita vera.
Quattro ore durerà questa seduta.
Quattro ore in cui il tempo non è più quello dell’orologio, ma quello della goccia che scende lenta dal tubo trasparente.
Goccia dopo goccia.
Come se il tempo stesso fosse stato messo in flebo.
Sono qui dalle nove di questa mattina.
Facendo due conti da ragioniere della sopravvivenza, dovrei riuscire a finire verso le 14,30. Poi casa.
Che in momenti come questi non è solo una casa, è un porto.
Nella stanza siamo in tre.
Tre vite diverse, tre storie che non conosco, tre corpi impegnati ognuno nella propria battaglia chimica.
Loro fanno un’altra terapia. Io questa.
Eppure siamo parte della stessa piccola comunità temporanea, quella dei pazienti che aspettano.
Ogni tanto qualcuno sospira.
Ogni tanto qualcuno scherza.
Perché anche qui dentro l’ironia è una forma di autodifesa civile.
Poi c’è Sabrina.
L’infermiera tuttofare del reparto.
Si muove nel reparto con quella naturalezza che hanno le persone che fanno il proprio lavoro con coscienza.
In certi momenti sembra davvero un angelo.
Non nel senso retorico, quello delle cartoline, ma nel senso più concreto, qualcuno che tiene insieme il fragile equilibrio tra scienza e umanità.
I pensieri, intanto, si affollano nella testa.
La mente viaggia lontano mentre il corpo resta qui, collegato a un tubicino.
Penso alla vita di prima.
Penso alla vita di dopo.
Penso all'intervento chirurgico.
Penso anche al fatto curioso che noi esseri umani siamo bravissimi a dare per scontate le cose semplici, camminare, respirare, fare programmi.
Fuori dalla stanza mi aspettano mia moglie e mio figlio.
Sono lì.
E questa presenza, silenziosa ma concreta, vale più di qualunque medicina.
Perché in fondo la speranza non è una parola astratta, ha dei volti, delle mani, degli sguardi che ti aspettano.
La flebo continua il suo lavoro.
La goccia cade con la pazienza di chi sa che la vita non si cambia con un colpo solo, ma con una lenta ostinazione.
E allora resto qui, seduto su questa poltrona, con una strana consapevolezza, che a volte la resistenza non è fare qualcosa di straordinario.
È semplicemente restare.

domenica 8 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°128 – Marzo 2026

📝 Diario di bordo n°128 – Marzo 2026
“La chemio rossa e la dignità di presentarsi vivi”.

Domani sarà un giorno di chemio.
Quella rossa. Quella pesante.
Il colore, mi dicono, non è una metafora poetica. È proprio rossa.
Come se la medicina avesse deciso di vestirsi da tragedia classica, senza troppi giri di parole.
Da quel che leggo, e ormai leggere referti, protocolli e testimonianze è diventata una strana forma di letteratura contemporanea, mi creerà diversi problemi.
Problemi che andranno ad aggiungersi ai miei, già numerosi, già ben organizzati come un consiglio d’amministrazione della sfortuna.
Eppure domani mi presenterò all’appuntamento tirato a lucido.
Sbarbato.
Profumato.
Quasi elegante.
Come uno sposo.
È un gesto apparentemente inutile, ma profondamente umano.
Una forma di rispetto verso se stessi.
Come dire al destino, puoi pure colpirmi, ma non mi troverai trascurato.
Fuori, intanto, il mondo sembra impazzito.
Leggo i giornali, ascolto i discorsi dei cosiddetti leader mondiali e mi sembra di assistere a una gigantesca recita, dove i personaggi più irresponsabili sono proprio quelli che tengono in mano il copione.
Si parla di armi, di potere, di equilibri strategici.
Parole fredde, tecniche, quasi eleganti.
E mentre il mondo sembra camminare sull’orlo di un precipizio, qualcuno, qui in Italia, riesce perfino a imbastire disquisizioni sulla “famiglia nel bosco”, come se bastasse una polemica folkloristica per distrarre l’attenzione dalle cose serie.
Ma questa, si sa, è una storia tutta italica.
Poi però pensi che dietro quelle parole c’è l’ombra di una guerra mondiale.
E ti accorgi che l’umanità ha una straordinaria capacità di ignorare l’abisso finché non ci cade dentro.
Io domani avrò la mia guerra personale.
Silenziosa, chimica, invisibile.
Una flebo che gocciola lentamente mentre io starò lì, seduto, a guardare il tempo passare con la pazienza di chi ha capito che la vita, alla fine, è fatta anche di queste attese.
La differenza è che questa guerra non ha generali.
Ha medici, infermieri, pazienti.
E ha una cosa che nel mondo sembra diventare rara, il tentativo sincero di salvare la vita.
Così domani entrerò in reparto come si entra in una piccola trincea civile.
Con dignità.
Con paura, certo. Ma anche con quella strana forma di ostinazione che chiamiamo speranza.
Perché, in fondo, la vera irriverenza oggi non è gridare.
È continuare a vivere.

lunedì 2 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°127 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°127 – Marzo 2026.
“Il Generale Chemio e l’Operazione Impossibile”

Sabato mattina, 28 febbraio.
Ore non pervenute, perché quando entri nello studio di un nuovo urologo il tempo si comprime come una lattina schiacciata.
Mi presento con la mia cartellina. 
Anzi no, chiamiamola col suo nome vero, la saga. 
Referti, istologici, analisi, ecografie. 
Se li mettessi in fila potrei farne una miniserie su Netflix, “Il Ritorno della Vescica – parte quarta”.
Il nuovo medico sfoglia, legge, annuisce. Quell’annuire lento che non promette nulla di buono.
Il quadro non è dei migliori. 
E quando un medico usa questa formula elegante, tu sai che sta evitando di dire, “Prepariamoci a ballare”.
Dal prossimo lunedì si comincia con cicli di chemio. 
Non una carezzina. 
Non un buffetto terapeutico. 
Cicli belli tosti. 
Roba che il mio corpo probabilmente aprirà un tavolo sindacale per condizioni di lavoro gravose.
Poi, a seguire, l’operazione.
Non una delle mie solite “gite chirurgiche”. 
No.
Questa è definita – testuali parole – una delle operazioni più complicate in urologia.
Fantastico. 
Io che già non amo le cose semplici, mi ritrovo sempre nei capitoli speciali.
E nella mente si affacciano mille spettri.
Li vedo proprio, in fila indiana, come in un film in bianco e nero. 
Paura. Dubbi. Domande che non hanno risposta. 
“E se…?”. La più pericolosa delle congiunzioni.
Perché diciamolo, quando senti “chemio pesante” e “intervento complicato”, non pensi al colore delle pareti della sala operatoria. Pensi alla tua vita. 
Pensi al prima. Pensi al dopo. E soprattutto pensi al “come”.
Io ho sempre affrontato tutto con ironia. 
È il mio casco da cantiere emotivo. 
Se non lo metto, mi cadono in testa i pensieri.
Ma l’ironia non è negazione. 
È resistenza. 
È dire alla paura, “Siediti pure, ma non guidare tu”.
In questi giorni ho capito una cosa semplice e brutale, il corpo, quando decide di ribellarsi, non chiede il permesso.
Ma la testa… la testa può ancora scegliere.
Può scegliere di non farsi divorare.
Può scegliere di attraversare, invece di scappare.
Può scegliere di guardare in faccia il “mostro” e dirgli, “Va bene, vediamo chi dei due ha più pazienza”.
Non faccio l’eroe. Non lo sono.
Ho paura. Eccome se ho paura.
Però c’è una differenza tra avere paura ed essere dominati dalla paura.
La prima è umana. La seconda è una resa anticipata.
E io, fino a prova contraria, non ho ancora firmato nessuna resa.
So che mi aspettano settimane dure. 
So che la chemio non sarà una passeggiata sul lungomare al tramonto. 
So che l’operazione sarà una montagna vera, non una collinetta.
Ma so anche che ogni volta che sono caduto mi sono rialzato con un pezzo di consapevolezza in più.
Forse è questo il punto.
La malattia ti toglie certezze, ma può regalarti verità.
Ti costringe a fare una domanda scomoda,
“Che cosa conta davvero?”
Non il rumore.
Non le polemiche.
Non le piccole rabbie quotidiane.
Conta il tempo.
Conta lo sguardo di chi ti vuole bene.
Conta la dignità con cui attraversi la tempesta.
E allora sì, nella mia mente si affacciano mille spettri.
Ma accanto a loro, testardo come un albero che cresce nella pietra, si affaccia anche un’altra cosa, la volontà.
Lunedì inizierà il primo round con il Generale Chemio.
Poi verrà il grande intervento, l’Operazione Impossibile.
Io mi presenterò come sempre, con la mia ironia un po’ sghemba, con la mia paura sotto braccio, e con una convinzione ostinata.
Non so come andrà. 
Sarebbe arrogante dirlo.
Ma so una cosa, qualunque cosa accada, la attraverserò a testa alta.
E questa, per ora, è l’unica risposta che conta.

📝 Diario di bordo n°146 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°146 – Aprile 2026. “Il pudore dei malati e l’ipocrisia dei sani”. A volte mi viene la tentazione di chiuder...