“Anche gli eroi, prima o poi, chiedono l’anestesia."
Ci siamo quasi.
Il giorno dell’operazione è lì che mi guarda, con quell’aria da appuntamento che non puoi rimandare.
Per la terza volta mi tocca entrare in sala operatoria.
Sempre lei, fredda, asettica, impersonale. Una stanza che non ti fa sconti e che ti ricorda, senza troppi giri di parole, che il controllo non ce l’hai tu.
Ti caricano sulla barella e via, come un pacco fragile con sopra scritto “maneggiare con cura (forse)”.
L’attesa, lì dentro, è la parte peggiore.
Non succede niente, ma succede di tutto nella testa.
Le immagini scorrono veloci, spesso senza permesso, paure, ricordi, domande che non avevi chiesto di farti.
In quel momento capisci una cosa semplice e potente, non sei un eroe.
E va bene così.
Poi arriva lei, la flebo. Poche gocce e addio dignità, addio pensieri profondi.
Ti affidi. Spegni la luce. Fine della trasmissione.
Quando tutto è finito riemergi piano, come chi torna da un viaggio strano e non sa bene dove si trovi.
Sei ancora mezzo addormentato, ma quella semi-incoscienza è quasi gentile, ti tiene al caldo, come a dire: tranquillo, per ora resta qui.
Ti riportano in camera.
E lì, lentamente, realizzi la notizia migliore di tutte, anche questa volta è andata.
Sei ancora vivo.
Non sarà eroico, non sarà elegante, ma è tremendamente reale.
E oggi, credetemi, basta e avanza.
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