"Manuale di istruzioni per un corpo che non collabora."
Domani si riparte.
Terzo ciclo di chemio.
Ormai ho capito che qui non si tratta di fare gli eroi, ma di fare i contabili, si contano i giorni, si contano le energie, si contano i passi fatti tra il letto e la cucina come se fossero chilometri di una maratona olimpica.
E la cosa buffa, buffa si fa per dire, è che all’inizio pensavo di reggerla abbastanza bene. Uno si illude sempre un po’, è umano.
Fa programmi, si dà delle pacche sulle spalle, si dice: “Massì, che sarà mai…”
Poi arrivano i giorni veri.
Quelli in cui anche allacciarsi le scarpe sembra un’impresa degna di essere raccontata nei libri di storia.
Mi sento stanco.
Non la stanchezza normale, quella che passa con una dormita o con un caffè forte. No. Questa è una stanchezza che si piazza dentro le ossa come un inquilino abusivo e decide che non ha nessuna intenzione di pagare l’affitto né di andarsene.
Ogni azione, anche la più banale, diventa una specie di trattativa diplomatica con il mio corpo: “Senti, facciamo che oggi mi lasci fare almeno questo?”
E lui, il corpo, spesso risponde con un’alzata di spalle immaginaria e un sonoro: “Oggi no.”
Ed è lì che arriva la frustrazione.
Perché la testa vorrebbe fare, eccome se vorrebbe.
La testa ha ancora mille idee, mille progetti, mille cose da sistemare, da dire, da scrivere.
La testa è viva, sveglia, irrequieta.
Il problema è che il corpo, in questo periodo, sembra aver preso ferie senza avvisare nessuno.
È una situazione paradossale, ti accorgi che anche il minimo gesto ha un peso.
E allora inizi a fare una cosa che prima non facevi, pensare a quanto fosse facile tutto ciò che oggi ti costa fatica.
Camminare.
Alzarti.
Fare due passi senza pensarci.
Prima erano cose invisibili.
Adesso sono conquiste.
Forse siamo stati abituati troppo bene.
Forse abbiamo sempre dato per scontato che il nostro corpo fosse una macchina perfetta, pronta a obbedire a ogni comando.
E invece no.
Arriva un momento in cui ti ricorda che non sei invincibile.
Che non sei una macchina.
Che sei fragile.
Fragile.
Una parola che di solito evitiamo come la peste, perché ci piace sentirci forti, autonomi, indipendenti.
Ma la verità è che la fragilità fa parte del pacchetto. È inclusa nel prezzo della vita, senza possibilità di reso.
Domani inizio il terzo ciclo.
E già lo so, non sarà una passeggiata.
Non sarà una gita domenicale con il panino nello zaino e il sole in faccia.
Sarà una salita, lenta e testarda, fatta di giorni buoni e giorni da cancellare dal calendario con una riga grossa.
Però c’è una cosa che questa esperienza mi sta insegnando, anche controvoglia, a ridimensionare tutto.
Le cose che prima sembravano enormi adesso si sono rimpicciolite.
Le cose che prima ignoravo adesso hanno un valore immenso.
Un gesto semplice.
Un momento senza nausea.
Un attimo di energia in più.
Piccole vittorie, che nessuno vede ma che per me valgono come medaglie.
E allora sì, domani si riparte.
Con sarcasmo quanto basta per non prendermi troppo sul serio, e con quella testardaggine che, a quanto pare, è rimasta una delle poche cose che il mio corpo non è riuscito ancora a farmi perdere.
Perché alla fine, in tutta questa storia, la vera battaglia non è fare grandi cose.
È continuare a fare anche le più piccole.
E domani, con tutta la stanchezza del mondo addosso, io sarò lì.
Non brillante, non elegante, non eroico.
Ma presente.
E in certi momenti della vita, essere presenti è già una forma di coraggio.