"Il ritorno del superuomo dopato".
Dopo la simpatica mazzata ricevuta ieri con la scoperta dell’emoglobina che ormai viaggia più bassa della mia autostima quando apro il cassetto delle bollette da pagare, ho deciso di fare quello che fanno tutti gli italiani moderni davanti ad un problema serio, mi sono affidato a Google.
Errore gravissimo.
Perché Google è come quella zia che sa tutto lei.
Tu chiedi una cosa semplice e nel giro di cinque minuti scopri di avere tre malattie rare, una maledizione egizia e probabilmente pure un debito con Equitalia dal 1997.
Così mi sono messo a cercare informazioni sul farmaco che mi hanno somministrato e che dovrò rifare sabato mattina.
“Epoetina alfa”.
Già il nome sembrava quello di una telenovela sudamericana, "Epoetina Alfa… la donna che amava troppo."
E invece no.
Signori miei… udite udite…
È praticamente EPO.
L’EPO!
La sostanza che negli anni ’90 girava più delle musicassette di Nino D'Angelo nelle gare sportive.
Quella dei ciclisti che scalavano montagne come stambecchi indemoniati.
Quella che faceva correre i calciatori novanta minuti senza nemmeno sudare.
Quella che ti faceva vedere il Tour de France e pensare, “Ma questi non sono esseri umani… questi c’hanno il radiatore della Iveco.”
E io lì, davanti allo schermo del cellulare, improvvisamente illuminato.
Mi sono sentito come Rocky Balboa.
Come Ivan Drago.
Come Armstrong.
Come uno che da un momento all’altro poteva uscire sul balcone e fare cinquanta flessioni con la bombola dell’ossigeno sulle spalle.
Ho guardato mia moglie e le ho detto: “Preparati… da oggi cambia tutto.”
Lei mi guarda seria, “Che significa?”
“Significa che finalmente entro anch’io nel mondo dello sport professionistico.”
Silenzio.
“Mi iscrivo alle Olimpiadi.”
“Gianni… tu hai le vertigini quando ti alzi dal divano.”
“Dettagli tecnici.”
Ormai la mia mente era partita.
Mi immaginavo già alla partenza del Giro d’Italia.
Io con la maglia rosa.
Il pubblico impazzito.
I cronisti, “Ed eccolo qui Giovanni Pugliese da Statte! Un atleta completo!
Un uomo che affronta salite, chemio e INPS nella stessa settimana!”
Perché diciamolo…
Un uomo che sopravvive contemporaneamente alla chemioterapia, alla burocrazia italiana e ai prelievi del sangue meriterebbe direttamente il CONI ad honorem.
Altro che antidoping.
A me dovrebbero fare il contrario, “Scusi signor Pugliese, può gentilmente rallentare?
Lei sta umiliando gli altri pazienti.”
E mentre leggevo di Armstrong, della Juventus, di Zeman, di tutto quel mondo di scandali, processi e polemiche, io ridevo da solo.
Perché la vita ha un senso dell’umorismo meravigliosamente bastardo.
Tu passi mesi a sentirti stanco, svuotato, traballante… e poi scopri che ti stanno praticamente trasformando in un atleta clandestino.
Io che non correvo nemmeno per prendere l’autobus.
Io che ormai considero attività aerobica cambiare posizione sul letto.
Eppure eccomi qua.
Dopato legalmente.
Autorizzato dallo Stato.
Certificato dall’oncologo.
Una specie di supereroe della mutua.
Adesso però voglio essere coerente fino in fondo.
Quindi da sabato pretendo la bicicletta da cronometro, la tuta aerodinamica, la musica epica in sottofondo e soprattutto voglio entrare a Villa Verde come i pugili americani.
Con qualcuno davanti che urla, “Direttamente da Statteeee… categoria peso emoglobina piuma… Giovanniiii Puglieseeee!”
E io che entro lentissimo… trascinando la flebo come fosse il mantello di Superman.
Perché alla fine bisogna riderci sopra.
Sempre.
Pure quando il corpo ti manda fatture arretrate. Pure quando la terapia ti sfinisce.
Pure quando scopri che nel tuo sangue gira la stessa roba che faceva volare i campioni.
Anzi…
Se domani mi vedete salire le scale senza fermarmi a metà… chiamate immediatamente la WADA.
Vi voglio bene. 🤗😘