"La puntura, l’uomo nero e la realtà".
Di buon’ora, questa mattina, io e mia moglie ci siamo avviati verso l’ospedale oncologico Moscati di Taranto.
Avevo bisogno di un esame del sangue.
Urgente.
E già qui, nell’Italia di agosto, comincia la prima avventura.
Perché se hai la sfortuna di avere bisogno di un esame del sangue urgente nella settimana di Ferragosto, devi mettere in conto che una buona parte delle strutture private a pagamento abbia chiuso i battenti.
Giustamente, anche la malattia dovrebbe rispettare il calendario delle ferie.
Tu magari hai un problema urgente, ma loro hanno prenotato l’ombrellone.
E allora aspetti.
Oppure, come suggerisce l’antica saggezza popolare, inizi a pregare.
Per fortuna esiste ancora quella cosa chiamata sanità pubblica.
Quella tanto bistrattata, umiliata, definanziata, raccontata spesso come un carrozzone inefficiente, ma che quando arriva il momento vero, quello nel quale non hai bisogno di una pubblicità ma di qualcuno che ti curi, spesso è lì.
Presente.
Non voglio fare polemica. Non oggi.
Oggi voglio soltanto dire grazie a chi, mentre molti chiudono per ferie, continua a lavorare.
Agli angeli senza ali e senza aureola, quelli con il camice, il badge e magari anche un po’ di stanchezza negli occhi.
Ma torniamo al Moscati.
Per me questo ospedale è un luogo particolare.
Molto particolare.
C’è una storia che lo lega alla mia vita e che oggi non voglio raccontare.
È un piccolo segreto che tengo stretto.
Forse un giorno ve lo dirò.
Forse no.
Perché ci sono luoghi che non sono semplicemente luoghi.
Sono fotografie dell’anima.
E certe fotografie è meglio lasciarle dentro un cassetto, almeno per un po’.
Arriviamo tra i primi al CUP e, guarda caso, incontriamo nell'atrio una nostra amica.
Presento la richiesta allo sportello.
L’operatrice allo sportello si mette subito al lavoro e, con grande efficienza, prepara la pratica e mi spedisce al piano prelievi.
Insomma, una specie di catena di montaggio della sopravvivenza.
Arriviamo.
Davanti a me ci sono altri pazienti.
E tra loro c’è una ragazzina.
Nell’atrio si parla del più e del meno.
Ma, in realtà, quando sei in un oncologico, il “più e il meno” hanno sempre lo stesso denominatore comune.
La malattia.
La si gira intorno, la si sfiora, la si nomina sottovoce.
È lì.
Seduta accanto a te.
Non guarda in faccia nessuno.
Non le interessa chi sei, quanto guadagni, che macchina possiedi, quale partito voti o quale conto in banca hai.
In un ospedale oncologico siamo tutti improvvisamente uguali.
Poi arriva il turno della ragazzina.
Entra nella stanza.
Passano pochi secondi.
E improvvisamente il silenzio dell’atrio viene squarciato da un urlo.
«Mi fai male! Mi fai male!»
Silenzio.
Gelo.
Poi altre urla.
L’infermiera tenta di fare il prelievo, ma la paziente sembra aver deciso che quel maledetto ago non entrerà nel suo braccio neppure sotto la minaccia delle Nazioni Unite.
E fuori, inevitabilmente, cominciano i commenti.
Mia moglie e la nostra amica ricordano una delle tante tecniche poco educative della nostra infanzia.
Quella pedagogia domestica che oggi farebbe inorridire psicologi, pedagogisti e probabilmente anche qualche tribunale.
«Se non fai il bravo viene l'infermiera e ti fa la puntura!»
La puntura.
L’arma definitiva.
Altro che Super Mario.
Altro che Darth Vader.
Da bambini avevamo paura della puntura.
E, soprattutto, avevamo paura dell’uomo nero.
Quella figura misteriosa e indefinita che i genitori evocavano quando non sapevano più cosa inventarsi.
«Se non fai il bravo arriva l’uomo nero!»
E allora, ascoltando quelle urla, mi viene spontaneo pensare che forse certe paure non scompaiono mai davvero.
Cambiano soltanto forma.
E qui, lo confesso, la mia mente fa una deviazione politicamente scorretta.
Penso a Salvini.
Penso a Vannacci.
E mi chiedo se, da bambini, anche loro abbiano avuto qualcuno che li terrorizzava con l’uomo nero.
Perché forse certe paure infantili, quando non vengono elaborate, crescono insieme a noi.
E magari, da adulti, diventano altro.
Diventano diffidenza.
Diventano rabbia.
Diventano bisogno di trovare qualcuno da temere, da indicare, da accusare.
Diventa un'arma politica.
L’uomo nero, insomma, cambia soltanto mestiere.
Da bambino si nascondeva sotto il letto.
Da adulto può diventare lo straniero, il migrante, quello diverso da noi, quello che parla un’altra lingua, quello che ha un altro colore della pelle.
La paura, quando diventa politica, è una bestia molto più pericolosa di qualsiasi ago, e che ci porta inavvertitamente verso una fobia che non esiste.
E forse è proprio questo il punto.
Perché stamattina, dentro quell’ospedale, c’eravamo tutti.
Io, mia moglie, la nostra amica, la ragazzina, l’infermiera e tutti gli altri.
Persone diverse.
Storie diverse.
Vite diverse.
Ma accomunate dalla stessa fragilità.
Lì dentro la malattia non chiede il certificato di residenza.
Non domanda la tessera elettorale.
Non controlla il colore della pelle.
Non guarda il conto in banca.
Non verifica se sei di destra o di sinistra.
Ti prende.
E ti sbatte davanti alla realtà.
Una realtà che fuori da quelle mura spesso dimentichiamo.
Viviamo come se fossimo immortali.
Litighiamo per una bandiera, per un post su Facebook, per un politico, per una parola detta male.
Ci dividiamo in tribù.
Ci costruiamo nemici immaginari.
Poi basta entrare in un ospedale per ricordarsi una cosa semplicissima e terribile, siamo esseri umani.
Fragili.
Mortali.
E tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di una mano.
Forse è questa la lezione che mi porto a casa oggi.
La ragazzina aveva paura di una puntura.
Noi adulti abbiamo paura di cose molto più grandi.
Della malattia.
Della solitudine.
Del futuro.
Della morte.
E spesso, per non guardare in faccia queste paure, ci inventiamo degli uomini neri da combattere o forse solo per una becera e misera opportunità politica.
Ma la paura non si sconfigge trovando qualcuno da odiare.
Si sconfigge imparando a riconoscere la nostra fragilità e, soprattutto, imparando a non lasciare solo chi ha paura.
Perché alla fine, in quel corridoio del Moscati, eravamo tutti un po’ quella ragazzina.
Tutti con il nostro ago davanti.
Tutti con la voglia di urlare, "Mi fai male!"
E tutti, ostinatamente, ancora qui.
A resistere.
A vivere.
A non demordere.
Perché forse la vera forza non è quella di non avere paura.
È avere paura e, nonostante tutto, restare umani.
p.s. Un grazie di cuore alla nostra amica, per averci fatto compagnia e aver reso piacevole l'attesa.