domenica 27 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026.
"La lasagna, il primario e il mare di Taranto."

Oggi, finalmente, si comincia ad assaporare qualcosa che, fino a qualche giorno fa, sembrava appartenere a un'altra civiltà, il cibo solido.
La notizia arriva di domenica mattina.
Il primario del reparto, incurante del calendario e probabilmente anche del fatto che noi pazienti abbiamo ormai perso la cognizione del tempo, fa il suo giro di visite.
Entra nella stanza, mi guarda, controlla le varie cose che deve controllare e poi pronuncia quelle parole che, in ospedale, hanno lo stesso effetto dell'annuncio di un ministro dell'Economia quando promette una riduzione delle tasse, "Può cominciare a mangiare solido."
Non ho applaudito soltanto perché ero ancora troppo debole.
Ma dentro di me è partita la banda.
A mezzogiorno, infatti, arriva il pranzo.
E qui la faccenda prende una piega decisamente seria.
Mi presentano una lasagna al forno, del brasato e una serie di contorni.
Per un attimo ho pensato che qualcuno avesse sbagliato stanza.
Ho guardato il vassoio.
Poi ho guardato la lasagna.
Poi di nuovo il vassoio.
Sembrava quasi una festa patronale.
Dopo giorni di brodi, liquidi e cose che potevano essere tranquillamente utilizzate per lubrificare un motore, mi ritrovo davanti una lasagna.
Una lasagna vera e corposa.
Con tanto di dignità.
Il problema è che il mio stomaco non ha partecipato alla festa.
Dopo qualche boccone ha presentato formale richiesta di ferie.
"Caro Giovanni, grazie per averci pensato. Ma non siamo più abituati."
E aveva pure ragione.
Quando per diversi giorni il corpo viene alimentato con il contagocce, anche una lasagna può diventare un attentato terroristico.
Ho quindi lasciato più di qualcosa nel piatto.
La sera, prudentemente, si torna al brodo e a qualcosa di solido come secondo.
Insomma, stiamo facendo le prove generali per tornare alla normalità anche se faccio enorme fatica ad alzarmi dal letto per sedermi a tavola.
Una normalità che, a dire il vero, non so nemmeno più bene cosa sia.
Perché in questi giorni ho imparato che la normalità è una cosa strana.
È poter mangiare una lasagna senza doverla considerare una conquista.
È poter dormire una notte senza dolore.
È poter camminare senza chiedersi se il corpo collaborerà.
È poter guardare fuori dalla finestra senza avere davanti soltanto il soffitto di una stanza d'ospedale.
Ed è proprio dalla finestra della mia camera che oggi arriva il regalo più bello.
Taranto.
La mia Taranto.
Con il suo mare.
Un panorama mozzafiato.
Dolci note per gli occhi.
Resto a guardarla per qualche minuto e penso a quanto sia strana questa città.
Da una parte il mare, la luce, la bellezza.
Dall'altra le ferite.
Le ciminiere, l'acciaio, il cemento, le contraddizioni.
Una città che da decenni sembra costretta a scegliere tra il diritto a vivere e il diritto a lavorare, come se le due cose fossero incompatibili.
E mentre la guardo dalla finestra penso anche all'Italia.
Un Paese che spesso sembra avere davanti agli occhi un panorama meraviglioso e, invece di goderselo, preferisce litigare sul colore delle tende.
Abbiamo una sanità pubblica che continua a reggere grazie a medici, infermieri e operatori che fanno miracoli quotidiani, ma contemporaneamente discutiamo per mesi di riforme, slogan, numeri e promesse.
Abbiamo un mare che tutto il mondo ci invidia e continuiamo a consumare territorio.
Abbiamo città straordinarie e spesso le trattiamo come periferie dimenticate.
Abbiamo persone che aspettano mesi per una visita e poi ci sorprendiamo se qualcuno perde fiducia nelle istituzioni.
Eppure, dentro questo gigantesco teatro nazionale, succedono ancora cose semplici e importanti.
Un medico che passa anche di domenica.
Un infermiere che controlla un paziente.
Una persona che ti porta il pranzo.
Una moglie che ti sta accanto.
Un figlio che tra mille sacrifici fa da spola tra casa e il luogo dove sono ricoverato.
E un uomo, dal letto di un ospedale, che guarda il mare e pensa che, nonostante tutto, vale ancora la pena restare a guardarlo.
Forse è questa la vera normalità che dovremmo recuperare.
Non quella raccontata nei programmi televisivi.
Non quella degli slogan.
Non quella delle conferenze stampa.
Ma quella fatta di cose elementari.
Mangiare.
Respirare.
Guardare il mare.
Avere qualcuno accanto.
E magari riuscire, ogni tanto, persino a finire una lasagna.
Perché dopo tutto quello che è successo, anche una lasagna può diventare una questione filosofica.
E io, per oggi, mi accontento di questo.
La politica può aspettare.
Le polemiche pure.
Il Paese può continuare a discutere.
Io ho una missione più importante, devo sconfiggere il mio male.
E intanto, dalla finestra, Taranto continua a fare quello che sa fare meglio, restare bellissima, nonostante tutto.

📝 Diario di bordo n°180 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°180 – Settembre 2026.
"La domenica comincia alle sei."

Sesto giorno di degenza.
La domenica, normalmente, dovrebbe cominciare con una certa lentezza.
Una persiana che si apre piano, il profumo del caffè, magari qualcuno che dal soggiorno urla, "Giovà, il caffè è pronto!".
In ospedale no.
Qui la domenica comincia alle sei del mattino.
Una specie di caserma sanitaria dove, prima ancora che il cervello abbia avuto il tempo di capire in quale continente si trovi, qualcuno arriva per misurarti pressione, battiti cardiaci e temperatura.
Insomma, buongiorno e benvenuto nel mondo dei numeri.
Pressione: presente.
Battiti: presenti.
Temperatura: presente.
Il paziente, invece, è ancora da verificare.
Mezz'ora dopo arriva il secondo round.
Controlli vari per assicurarsi che il mio corpo, durante la notte, non abbia deciso autonomamente di cambiare programma.
Poi arriva la compressa per la protezione gastrica.
Perché lo stomaco, poveraccio, non ne ha già viste abbastanza.
Subito dopo, le compresse per la pressione.
E finalmente arriva lei, la prima flebo di Albumina.
A questo punto mi sento ufficialmente trasformato in una piccola azienda farmaceutica ambulante.
Manca soltanto il codice a barre sulla fronte.
Tutto questo fino alle 7,30.
Poi, finalmente, arriva la colazione.
Entra la signora con il carrello e, con la naturalezza di chi sta consegnando una raccomandata, mi dice, "Signor Pugliese, il tè lo lascio sul tavolino".
Il tè.
Sul tavolino.
E io penso che nella vita bisogna accontentarsi delle piccole cose.
Anche perché, in ospedale, la colazione non è propriamente un'esperienza gastronomica.
È più una comunicazione ufficiale, "Ecco a lei qualcosa da ingerire. Non faccia troppe domande".
Ma sono appena le otto.
E qui entra in scena la squadra speciale.
Due angeli in divisa da infermiere entrano nella stanza con un sorriso che, a quell'ora, dovrebbe essere vietato per legge.
"Signor Pugliese, dobbiamo rimetterla a nuovo".
E io penso: ragazze, fate pure. 
Se riuscite nell'impresa, vi chiedo anche di ridarmi il libretto di istruzioni.
Comincia così l'operazione di restauro.
Igiene.
Pulizia.
Medicazioni.
Controlli.
Sistemazione.
Mi rigenerano come se fossi un'automobile entrata in officina dopo un lungo viaggio.
Solo che io non sono una Mercedes e, soprattutto, non basta cambiare l'olio.
Ci sono ferite che non si vedono.
Ci sono stanchezze che non si possono misurare con un apparecchio.
Ci sono dolori che non fanno rumore.
E forse è proprio questa la cosa più strana della malattia, il corpo diventa improvvisamente un territorio pubblico.
Tante persone entrano, scrutano, controllano, toccano, medicano, misurano.
E tu, che fino a qualche tempo prima eri padrone assoluto del tuo corpo, ti ritrovi a delegarne la gestione ad altri.
Eppure, in questa apparente perdita di autonomia, c'è anche qualcosa di profondamente umano.
Perché quelle mani che ti aiutano a lavarti, a medicarti, a sistemarti nel letto, non stanno semplicemente svolgendo un lavoro.
Stanno restituendoti, per qualche minuto, un pezzo di dignità.
E quel sorriso che accompagna un gesto apparentemente banale può diventare una medicina che non passa dalla flebo.
Sono appena le 8,30.
La domenica è appena cominciata.
Fuori probabilmente la gente sta ancora dormendo.
Qualcuno starà preparando il pranzo.
Qualcun altro sarà già al bar davanti al primo caffè.
Io sono qui, in un letto d'ospedale, con una flebo attaccata al braccio e un'intera squadra che, fin dalle prime ore del mattino, cerca di rimettere insieme i pezzi.
E forse è proprio questa la lezione che la malattia, con la sua brutalità, prova a insegnarti.
Che la vita non è fatta soltanto dei grandi momenti.
A volte la vita è una misurazione della pressione alle sei del mattino.
È una compressa.
È una medicazione.
È un tè lasciato sul tavolino.
È un sorriso ricevuto quando non hai molta voglia di sorridere.
È una mano che ti aiuta quando da solo non ce la fai.
La sofferenza ti spoglia di molte cose, delle certezze, dell'orgoglio, dell'illusione di essere invulnerabile.
Ma, paradossalmente, può anche mostrarti ciò che conta davvero.
Le persone.
La gentilezza.
La pazienza.
La dignità.
E quella straordinaria forma di umanità che consiste nel prendersi cura di qualcuno senza chiedergli nulla in cambio.
Sono le 8,30.
La domenica è appena iniziata.
E io, per oggi, ho già capito una cosa, quando la vita ti mette a letto, non sempre ti sta chiedendo di arrenderti. 
A volte ti sta semplicemente insegnando a riconoscere chi, accanto a quel letto, continua a tenerti in piedi.

sabato 26 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°179 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°179 – Settembre 2026.
"Il retrobottega del caseificio."

Raggiungere indenne la giornata odierna non è stato esattamente come fare una passeggiata sul lungomare di Taranto.
L'operazione che ho subito non era delle più semplici e, diciamolo senza troppi giri di parole, arrivare dall'altra parte non era affatto scontato.
Ma questa storia ve la racconterò con calma.
Per ora voglio raccontarvi soltanto un piccolo fotogramma della mia gloriosa entrata in sala operatoria.
Una specie di ingresso in pompa magna.
Solo che, invece del tappeto rosso, avevo una barella.
E invece dei fotografi, avevo infermieri con il camice.
Ero lì, sdraiato, con quell'aria da passeggero che ha acquistato un biglietto di sola andata senza conoscere bene la destinazione.
A un certo punto chiedo: "Scusate, posso andare in bagno?"
Uno con il camice verde, con l'aria rassicurante di chi sa esattamente dove sta andando, si offre gentilmente di accompagnarmi.
Io mi fido.
Errore.
Perché il percorso intrapreso non era esattamente quello che avevo immaginato.
Altro che bagno.
Mi fa accomodare direttamente sulla postazione dove, di lì a poco, sarei stato operato.
In quel momento ho capito una cosa fondamentale della sanità moderna, quando chiedi dove sia il bagno, è meglio specificare che non stai chiedendo indicazioni per la sala operatoria.
Io, però, avevo una preoccupazione più seria.
L'anestesista.
Chiedo di lui.
In quel momento era diventato la mia unica speranza.
Praticamente lo imploravo come si implora un pusher nel momento estremo del bisogno.
"Dov'è? È arrivato? Quando viene?".
Perché ci sono momenti nella vita in cui improvvisamente scopri che una delle persone più importante è quello che sta per farti addormentare mandandoti tra le braccia di Morfeo.
E io, avevo bisogno proprio di lui.
Poi il sipario.
Cinque ore di operazione.
Cinque ore nelle quali il tempo, per me, semplicemente non è esistito.
La medicina ha fatto il suo lavoro.
I chirurghi hanno fatto il loro.
Gli anestesisti il loro.
Gli infermieri il loro.
E io ho fatto quello che, in certe occasioni, riesce meglio anche a me, non rompere le scatole e dormire.
Poi arriva il risveglio.
E qui entra in scena il Giovanni che evidentemente era rimasto da qualche parte tra la sala operatoria e il mondo reale.
Apro gli occhi.
Guardo chi mi sta intorno.
E, ancora completamente rincoglionito dall'anestesia, domando: "Ma che ci faccio nel retrobottega di un caseificio?".
Silenzio.
Probabilmente avranno pensato che l'intervento avesse prodotto effetti collaterali non previsti.
Una figuraccia colossale.
Ma almeno, a quanto pare, il cervello aveva conservato una certa creatività.
Non so perché proprio un caseificio.
Forse perché, dopo cinque ore di sala operatoria, il mio inconscio aveva deciso che era arrivato il momento di passare dalla chirurgia alla mozzarella.
La vita è strana.
Ti prepara per mesi al momento più difficile e poi, quando finalmente riapri gli occhi, invece di pronunciare una frase solenne e filosofica, chiedi dove siano le mozzarelle.
Nel frattempo mi riportano in stanza.
E lì c'è lei.
Mia moglie.
Ad aspettarmi.
Ed è forse questo il momento che più di ogni altro mi resta dentro.
Perché quando esci da una sala operatoria dopo cinque ore, non sei più soltanto un paziente.
Sei un uomo che torna.
E qualcuno ti sta aspettando.
Dietro quelle porte, dietro i camici, le flebo, i monitor, le mascherine e tutto quell'apparato tecnologico che sembra quasi volerci ricordare quanto siamo fragili, c'è una cosa che nessuna macchina può sostituire, qualcuno che aspetta che tu torni.
La medicina può fare miracoli, ma non può ancora inventare una macchina capace di aspettare al posto di una moglie.
E forse è proprio questa la parte più umana di tutta questa storia.
In questi giorni ho capito ancora una volta quanto siamo fragili.
Ci illudiamo di essere padroni del nostro tempo, del nostro corpo, dei nostri programmi.
Poi arriva una barella.
E improvvisamente scopri che non decidi più niente.
Ti portano.
Ti operano.
Ti addormentano.
Ti risvegliano.
E tu, nel frattempo, puoi soltanto affidarti agli altri.
Forse è questa la lezione più difficile da accettare per chi, come me, ha sempre avuto la presunzione, o forse semplicemente l'abitudine di voler capire, controllare e cercare di decidere tutto.
A volte bisogna semplicemente lasciarsi prendere per mano.
Anche se quella mano porta un camice verde.
Anche se ti accompagna convinta di portarti in bagno e invece ti deposita direttamente sul tavolo operatorio.
E anche se, al risveglio, scambi il reparto per il retrobottega di un caseificio.
Il resto della storia ve lo racconterò nella prossima puntata.
Con calma.
Perché questa volta, più che mai, ho bisogno di tempo.
E forse anche voi avete bisogno di sapere che, dietro una diagnosi, un'operazione, una cartella clinica e una prognosi, esiste sempre una persona.
Con le sue paure.
Le sue debolezze.
Le sue battute idiote.
E qualcuno che, semplicemente, aspetta che torni.
Morale della puntata, nella vita possiamo anche perdere la strada per il bagno e ritrovarci in sala operatoria. 
L'importante è che, quando riapriamo gli occhi, ci sia qualcuno dall'altra parte della porta. Perché alla fine non siamo fatti soltanto di organi da curare, ma di persone da amare e di persone che ci amano.
Il resto ve lo racconterò.
Promesso.

giovedì 24 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°178 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°178 – Settembre 2026.

Buongiorno a tutti voi.
Voglio innanzitutto ringraziare di cuore tutte le persone che in queste ore sono state in apprensione per me, che mi hanno scritto, telefonato o semplicemente pensato.
L’intervento è stato fatto. Adesso sono qui, molto, molto debole, e ho bisogno di recuperare un po’ di forze.
Per il momento le parole lasciano spazio al silenzio e al riposo.
Appena riuscirò a rimettere insieme le energie, riprenderò il mio Diario di bordo e vi racconterò, come ho sempre fatto, quello che è successo e come è andata.
Grazie davvero a tutti. ❤️

martedì 22 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°177 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°177 – Settembre 2026.
"La notte prima degli esami."

Sembra davvero la notte prima degli esami.
Solo che questa volta non c'è un professore dall'altra parte della cattedra, non c'è un voto da prendere, non c'è un esame da poter rimandare.
Domani mattina mi operano.
E questa frase, scritta così, sembra quasi una cosa semplice.
Domani mattina mi operano.
Punto.
Ma dentro quelle poche parole c'è tutto.
Ci sono i mesi passati, le visite, le TAC, le flebo, il dolore, le notti insonni, le paure tenute nascoste e quelle che invece sono esplose senza chiedere permesso.
Oggi mi hanno inserito nel braccio destro un Port.
Una piccola porta dentro il mio corpo.
Da lì passeranno sacche di sangue, flebo, farmaci e tutto quello che sarà necessario per affrontare l'operazione e, probabilmente, quello che verrà dopo.
È curioso il corpo umano.
Per una vita intera lo consideriamo quasi un oggetto scontato. 
Respira, cammina, mangia, dorme, lavora.
Poi arriva un giorno in cui qualcuno comincia ad aprire porte che tu non avresti mai pensato di dover aprire.
E improvvisamente scopri che dentro di te esiste una specie di piccolo confine tra ciò che puoi ancora decidere e ciò che devi semplicemente affidare agli altri.
Adesso sono lì.
Alla mercé dei medici, degli anestesisti, degli infermieri.
Domani entrerò in una sala operatoria e, per qualche ora, il mio corpo non sarà più nelle mie mani.
Dovrò fidarmi.
E forse questa è una delle cose più difficili per uno come me, abituato per tutta la vita a capire, controllare, intervenire, cercare soluzioni.
Domani non potrò fare niente di tutto questo.
Dovrò soltanto chiudere gli occhi.
E aspettare.
Non so cosa troverò quando li riaprirò.
Non so come starò.
Non so nemmeno se domani riuscirò a scrivere queste righe che, questa sera, mi sembrano già lontanissime.
Ma una cosa la so.
Se domani non riuscirò a raccontare, ci sarà comunque qualcuno che continuerà a farlo per me.
Ci saranno gli occhi di chi mi vuole bene.
Ci sarà mia moglie.
Ci sarà mio figlio.
Ci saranno le persone che in questi mesi hanno seguito questo Diario di bordo, magari anche soltanto con un piccolo gesto, una parola, un messaggio, un pensiero silenzioso.
A tutti voi devo qualcosa.
Questa sera non voglio fare il coraggioso.
La paura c'è.
E sarebbe stupido nasconderla.
Il coraggio, forse, non è non avere paura.
È andare avanti anche quando la paura ti cammina accanto.
Domani mattina attraverserò quella porta.
E per qualche ora lascerò che siano altri a combattere per me.
Io, nel frattempo, proverò semplicemente a dormire.
Anche se, conoscendomi, sarà molto più facile convincere un mulo a fare il balletto classico.
Buonanotte.
Se domani potrò, tornerò a scrivere.
Se non potrò farlo subito, sappiate che ci ho provato.
E che, almeno questa sera, sono ancora qui.
Con la paura.
Con la speranza.
E con una piccola porta nel braccio che, da domani, diventerà una delle tante porte attraverso cui passerà la mia vita.

lunedì 21 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°176 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°176 – Settembre 2026.
"Il dolore non va mai in vacanza."

Questa notte, per riuscire a dormire almeno un paio d’ore, ho dovuto raddoppiare la dose degli antidolorifici.
Non proprio il tipo di sonnifero che uno immagina per una notte tranquilla. 
Diciamo che, invece di contare le pecore, ho cominciato a contare le compresse.
Una, due… e finalmente, forse, Morfeo si è ricordato di avere ancora un appuntamento con me.
Ma evidentemente il mio corpo aveva deciso di organizzare una riunione sindacale straordinaria.
Perché, oltre al resto, si è aggiunto anche il nervo sciatico della gamba destra.
E quello è un compagno di viaggio particolarmente rompiscatole.
Non importa come ti metti.
A destra fa male.
A sinistra fa male.
Supino è peggio.
Sul fianco diventa una trattativa internazionale.
Alla fine rimani lì, immobile, a cercare quella posizione miracolosa che non esiste.
Il letto, che dovrebbe essere il luogo del riposo, diventa così una specie di campo di battaglia.
E mentre cerchi una posizione che non faccia male, pensi che il corpo umano sia una macchina davvero strana.
Finché funziona, non ci facciamo nemmeno caso.
Poi basta un ingranaggio che comincia a fare i capricci e improvvisamente scopriamo quanto siamo fragili.
Il giorno del ricovero ormai è vicino.
Ormai lo vedo arrivare.
E confesso che qualche pensiero passa per la testa.
Incrocio le dita.
Non so cosa ci sarà dopo.
So soltanto che sono arrivato fin qui e che adesso devo affrontare anche questo pezzo di strada.
Nel frattempo, mentre io combatto con il nervo sciatico, il dolore e le notti insonni, fuori dal mio letto continua lo spettacolo.
La politica italiana, come spesso accade, sembra avere una particolare predilezione per le zuffe ideologiche.
Destra contro sinistra.
Buoni contro cattivi.
Italiani contro nemici immaginari.
Una rissa permanente dove tutti sembrano avere qualcosa da difendere e quasi nessuno sembra avere il tempo di guardare davvero cosa sta succedendo nel Paese.
È un vecchio trucco.
Quando la realtà è difficile da spiegare, si costruisce un nemico. E questo governo ne è maestro.
Quando i problemi sono complicati, si semplifica tutto.
Quando bisognerebbe parlare di sanità, salari, pensioni, liste d’attesa, povertà e servizi pubblici, si può sempre trovare qualcuno con cui litigare.
E così il cittadino guarda la zuffa.
Si arrabbia.
Si schiera.
Commenta.
Condivide.
Si insulta.
E nel frattempo magari non si accorge che la realtà gli sta passando accanto.
Oggi, tra l'altro, entrano in vigore i nuovi ticket sanitari.
E qui permettetemi una piccola considerazione da malato, non da politologo.
Quando sei sano, un ticket può sembrare semplicemente una cifra da pagare.
Quando sei malato, invece, ogni cifra acquista un peso diverso.
Perché la malattia non arriva mai da sola.
Arrivano gli esami.
Le visite.
I farmaci.
Gli spostamenti.
Le attese.
Le preoccupazioni.
E, qualche volta, anche la paura.
La sanità pubblica dovrebbe essere il luogo nel quale una persona fragile trova una mano che la sostiene, non l'ennesimo ostacolo da superare.
Io non pretendo privilegi.
Pretendo soltanto di poter essere curato.
È una differenza enorme.
E forse dovremmo ricordarcelo tutti.
Perché oggi sono io.
Domani potrebbe essere qualcun altro.
E quando arriva la malattia, le appartenenze politiche diventano improvvisamente molto meno importanti.
Davanti a un dolore vero non esistono destra o sinistra.
Esiste una persona.
Esiste la sua paura.
Esiste il diritto a essere curata.
E forse è proprio questo che dovremmo pretendere dalla politica, meno rumore e più attenzione alla vita reale.
Perché mentre noi discutiamo ferocemente su chi abbia ragione, la realtà continua tranquillamente a presentare il conto.
E la realtà, quella vera, non fa sconti a nessuno.
Io intanto preparo la mia valigia.
Non so ancora cosa porterò.
Qualche indumento.
I documenti.
E probabilmente una buona dose di ironia.
Quella non me la possono togliere.
Perché quando il dolore ti prende a calci, qualche volta l'unico modo per non farti buttare completamente a terra è riuscire ancora a sorridere.
Anche amaramente.
Anche con gli occhi lucidi.
Anche mentre il nervo sciatico decide di ricordarti che, evidentemente, aveva ancora qualcosa da dire.
Incrocio le dita.
E vado avanti.
Perché nella vita non possiamo sempre scegliere le battaglie che ci aspettano. Possiamo però scegliere con quale dignità affrontarle.
E forse questa è l'unica vera libertà che nessun dolore, nessuna malattia e nessuna zuffa politica dovrebbe riuscire a portarci via.

domenica 20 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°175 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°175 – Settembre 2026.
"Il tempo sospeso."

Ci sono giorni in cui il dolore non arriva più come un ospite indesiderato.
Si siede.
E resta.
In questi giorni sto vivendo qualcosa che faccio fatica persino a raccontare. 
I dolori sono diventati insopportabili, le notti interminabili, il sonno una cosa che appartiene ormai ai ricordi. 
Mi giro nel letto, cerco una posizione che non esiste, aspetto che passi.
Ma non passa.
E quando finalmente arriva il mattino, non porta con sé la sensazione di aver riposato. Porta soltanto un'altra giornata da attraversare.
Sono stanco.
Non soltanto fisicamente.
È una stanchezza più profonda, quella che ti entra dentro quando da troppo tempo sei costretto a combattere contro qualcosa che non hai scelto.
Il giorno dell'operazione si avvicina.
Ormai lo conto quasi come si contano i giorni prima di una partenza. 
Solo che questa non è una partenza che ho scelto e non conosco la destinazione. 
So soltanto che dovrò attraversare quella porta e affidarmi alle mani di altre persone.
Ho paura.
In questi mesi ho imparato che la malattia non colpisce soltanto il corpo. 
Cambia il modo in cui guardi il tempo, le persone, le cose semplici.
Un caffè bevuto con calma.
Una passeggiata.
Una notte dormita tutta intera.
Una giornata senza dolore.
Improvvisamente diventano privilegi.
Forse è proprio questo che la sofferenza ci insegna, quando non abbiamo più modo di evitarla, che abbiamo passato una vita a rincorrere cose enormi, dimenticandoci della meraviglia delle cose normali.
Adesso guardo avanti.
Non so cosa troverò dopo l'operazione. 
So soltanto che non sarà tutto come prima.
E forse questa è una delle cose più difficili da accettare.
Perché una parte di noi continua a desiderare di tornare esattamente al punto da cui è partita.
Ma la vita non funziona così.
La vita non restituisce sempre le persone uguali a prima delle tempeste.
A volte le tempeste lasciano cicatrici.
A volte lasciano paure.
A volte lasciano silenzi.
Ma lasciano anche una consapevolezza nuova, quella di sapere quanto vale esserci.
In questo momento non mi servono grandi parole.
Sono semplicemente un uomo stanco, impaurito e dolorante che sta cercando di arrivare al giorno dopo.
E, forse, per oggi può bastare questo.
Arrivare a domani.
Poi a quello successivo.
Un passo alla volta.
Il resto lo vedremo dopo.
Adesso c'è soltanto questo tempo sospeso, questa attesa, questo dolore.
E una speranza piccola, ostinata, quasi silenziosa.
Ma ancora accesa.
Quella, almeno, non sono riusciti a portarmela via.

mercoledì 16 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°174 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°174 – Settembre 2026.
"Il mio pusher personale e il silenzio del reparto".

Oggi ho fatto finalmente conoscenza con il mio pusher.
Non quello che si trova nei vicoli, tranquilli. 
Il mio è perfettamente legalizzato, laureato e soprattutto lavora in ospedale.
È l’anestesista.
Un omone gentile, professionale, con quell’aria rassicurante di chi, tra le altre cose, ha il potere di spegnerti per qualche ora senza nemmeno chiederti se hai sonno.
Diciamolo, l’anestesista è una figura fondamentale. 
In teoria è una specie di usciere della sala operatoria, ti prende per mano e ti accompagna verso la porta.
Solo che, una volta entrato, non sai esattamente quando e come uscirai.
E soprattutto non sei tu a decidere quando riaprire gli occhi.
Una cosa, però, mi ha fatto riflettere.
Prima dell’operazione ci preoccupiamo del chirurgo, del bisturi, dell’intervento, dei risultati. Poi arriva lui, l’anestesista, e ti ricorda che per affrontare certe cose devi prima affidarti completamente a qualcun altro.
E questa, forse, è la parte più difficile.
Lasciare andare il controllo.
Io, che nella vita ho sempre cercato di capire, prevedere, controllare, oggi devo semplicemente fidarmi.
Poi ho dato una sbirciatina, da lontano, al reparto dove sarò ricoverato.
Silenzio.
Un silenzio quasi spettrale.
Niente traffico, niente clacson, niente gente che impreca al telefono, nessuno che discute sul governo o sul campionato.
Solo silenzio.
E lì ho cominciato seriamente a preoccuparmi.
Perché quando un reparto ospedaliero è così silenzioso, una domanda ti viene spontanea,
“Ma qui dentro dormono tutti o stanno aspettando me?”
Ho preferito non approfondire.
Per il momento mi tengo stretto il mio pusher, mi affido ai medici e cerco di non pensare troppo a quel corridoio silenzioso.
Perché a volte la paura non ha bisogno di urlare.
Le basta stare lì, in fondo a un corridoio, in silenzio.
E aspettare che tu la veda.
Io l’ho vista.
Le ho fatto un cenno con la testa e sono tornato indietro.
Per oggi può bastare.

📝 Diario di bordo n°173 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°173 – Settembre 2026.
"Il calore umano e la prova dell’anestesista".

Ci sono momenti nella vita in cui scopri che il calore umano non è una parola da mettere nei biglietti d’auguri, ma qualcosa che può davvero tenerti in piedi.
In questi giorni ne sto ricevendo tanto. Messaggi, telefonate, parole, pensieri. 
Piccoli gesti che, messi tutti insieme, diventano una coperta abbastanza grande da coprire almeno per qualche ora le paure e le preoccupazioni.
Vi ringrazio davvvero.
E scusatemi se qualche volta non riesco a rispondere. 
Non è disinteresse, né maleducazione. 
Vi leggo tutti, con attenzione. 
A volte semplicemente non ho le forze per trasformare un pensiero in una risposta.
Ma una cosa, in questi momenti, la impari.
Quando la vita decide di toglierti qualche certezza, ti fa anche un regalo curioso, ti permette di capire meglio le persone.
Vedi chi c’è.
Chi si avvicina senza fare rumore.
Chi ti scrive senza aspettarsi nulla.
Chi ti regala cinque minuti del proprio tempo.
E anche chi, improvvisamente, diventa bravissimo a non esserci.
È una selezione naturale, diciamo.
Una specie di casting della vita, senza curriculum e senza raccomandazioni. 
E, a differenza di certi concorsi pubblici, qui prima o poi la graduatoria la capisci.
Forse sono proprio le difficoltà a insegnarci quanto valgano davvero le persone. 
Non perché dobbiamo diventare giudici degli altri, ma perché nelle giornate difficili cadono molte maschere. 
E quando cadono, finalmente, si vede il volto.
Questo pomeriggio, intanto, mi aspetta un'altra prova.
Devo andare a fare il colloquio con l'anestesista per prepararmi all'operazione.
Insomma, pare che il mio percorso abbia deciso di inserire anche una sorta di prova di resistenza.
Prima la malattia, poi gli esami, poi le visite, poi le flebo… e adesso pure l'interrogazione dell'anestesista.
Mi manca solo che alla fine mi dicano,
"Bene, signor Pugliese. 
Promosso. Può andare in sala operatoria."
E io, magari, con la poca dignità rimasta, rispondo, "Professore, posso almeno portarmi dietro gli appunti?" 😄
Ironia a parte, so che è un altro passaggio importante. 
Il mio "pusher" mi attende.
E farò anche questo.
Con la paura, con la stanchezza, con tutti i pensieri che girano nella testa come rondini impazzite.
Ma lo farò.
Perché a volte la resistenza non consiste nel sentirsi forti.
Consiste semplicemente nel continuare a camminare anche quando ti senti tutto tranne che forte.
E forse è proprio questo che sto imparando in questi giorni, che non siamo fatti soltanto della nostra capacità di resistere. 
Siamo fatti anche delle persone che, quando inciampiamo, decidono di fermarsi accanto a noi.
A tutti voi che lo state facendo, grazie.
Davvero.
Il resto, per oggi, può aspettare.
Anestesista permettendo. 😉

martedì 15 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°172 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°172 – Settembre 2026.
"La vigilia della paura".

Questa mattina è stata una mattinata di passione.
Il pre-ricovero in day hospital è cominciato presto, con tutti quegli accertamenti che precedono un'operazione e che, messi uno accanto all'altro, sembrano quasi voler misurare non soltanto il corpo, ma anche la capacità dell'uomo di sopportare ciò che gli sta accadendo.
Esami, domande, attese, facce serie.
E io lì, a cercare di resistere al dolore.
Resistere è stata dura. 
Anzi, di più.
Ci sono momenti nei quali il corpo sembra diventare improvvisamente estraneo e la mente corre più veloce di qualsiasi medico. 
Pensa, immagina, anticipa. 
Costruisce scenari che forse non accadranno mai, ma che nel frattempo riescono a fare male lo stesso.
Eppure sono rimasto lì.
Ho resistito.
Non perché io sia un eroe. 
Non mi sono mai sentito tale e continuo a pensare che gli eroi appartengano ai racconti, mentre noi apparteniamo alla vita, quella vera, fatta di paura, stanchezza, dubbi e qualche piccolo atto di coraggio quotidiano.
Al termine degli accertamenti è arrivata la conferma, l'operazione si farà.
Ma, come spesso accade in questa mia storia, non c'è mai una notizia che arrivi da sola.
Si è aggiunto altro.
E quel semplice "altro" pesa come una montagna. 😓
Sarà dura.
Lo so.
La data dell'intervento è stata spostata al 23 settembre. Il ricovero è previsto per il giorno prima.
Avrò quindi ancora qualche giorno.
Qualche giorno per pensare, per avere paura, per cercare di non averne.
Qualche giorno per guardare mia moglie, mio figlio, le persone che mi vogliono bene e capire che, in fondo, la forza non nasce dentro di noi come qualcosa di misterioso. 
A volte ce la prestano gli altri, senza nemmeno accorgersene.
E forse è proprio questa la cosa più umana di tutta questa vicenda.
Io non so cosa troverò davanti a me il 23 settembre.
So soltanto che ci arriverò.
Con le mie paure, con la mia fragilità, con il corpo stanco e con quella ostinata voglia di continuare a raccontare.
Perché raccontare ciò che accade, anche quando fa paura, significa non permettere alla malattia di prendersi tutto.
Non ancora.

lunedì 14 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°171 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°171 – Settembre 2026.
"Le strade che riportano sempre allo stesso punto".

Ci sono sere in cui guardo Taranto e mi sembra di assistere a un film già visto.
Le stesse parole.
Le stesse promesse.
Le stesse discussioni.
Gli stessi tavoli, le stesse divisioni, gli stessi passi avanti annunciati e poi, puntualmente, qualche passo indietro.
Per l'ex ILVA è come se il tempo avesse smesso di scorrere. 
Cambiano i governi, cambiano gli uomini, cambiano i nomi delle società e persino le formule con cui si racconta il futuro. 
Ma alla fine ci ritroviamo sempre sulla stessa strada.
E forse questa è la cosa più triste.
A Taranto abbiamo tutti una verità da difendere. 
Tutti abbiamo una soluzione. 
Tutti sappiamo cosa bisognerebbe fare.
Poi, però, passa il tempo e scopriamo che quella verità, da sola, non è servita a cambiare il destino della città.
La disperazione, quando diventa collettiva, può fare uno strano scherzo alla ragione: ci convince che il nemico sia sempre quello che sta dall'altra parte. 
E così finiamo per dividerci proprio quando avremmo bisogno di tenerci insieme.
Siamo divisi sul lavoro, sull'ambiente, sulla fabbrica, sulla salute, sul futuro.
E questa divisione fa male.
Fa male alla città come fanno male a me, questa sera, i dolori che non mi danno tregua.
Sono sdraiato e penso a una cosa semplice, forse banale, quanto tempo abbiamo ancora intenzione di perdere prima di capire che continuare a percorrere la stessa strada ci porterà inevitabilmente nello stesso posto?
Io non so nemmeno se riuscirò ad arrivare al giorno del mio intervento chirurgico.
Questa è la mia paura di questa sera. 
Non voglio nasconderla dietro parole coraggiose che non sento.
Ma proprio perché conosco la paura, forse riesco a comprendere meglio quella di una città intera.
Taranto ha paura di perdere il lavoro.
Ha paura di perdere la salute.
Ha paura di perdere il futuro.
E quando una comunità ha paura, rischia di aggrapparsi al passato anche quando quel passato ha già dimostrato di non essere la soluzione.
Forse dovremmo smettere, almeno per una volta, di chiederci chi ha ragione.
Dovremmo chiederci che cosa è giusto per Taranto.
Perché una città non si salva quando una parte vince sull'altra.
Si salva quando finalmente tutti comprendono che continuare a combattersi mentre il tempo passa significa lasciare che sia il tempo a decidere per noi.
E il tempo, a Taranto, ha già deciso troppe volte.
La morale, questa sera, è semplice, una comunità che continua a percorrere strade già fallite non è condannata dalla mancanza di verità, ma dall'incapacità di riconoscere che nessuna verità vale più della vita delle persone.
Forse è arrivato il momento di cambiare strada.
Io, intanto, provo a resistere alla mia.
Domani sarà un altro giorno.
E spero, sinceramente, di esserci.

sabato 12 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°170 – Settembre 2026

📝 Diario di bordo n°170 – Settembre 2026
"Anche io ho avuto il mio 11 settembre."

Non c’erano aerei nel cielo, né palazzi che venivano giù sotto gli occhi increduli del mondo.
C’era una TAC.
Un referto.
Quelle poche righe che, quando riguardano te, smettono di essere parole e diventano improvvisamente macigni.
La malattia ha deciso di non accontentarsi.
Vuole aggredirmi ancora, come se quello che ha già fatto non fosse abbastanza.
Dopo la TAC sono emerse ulteriori complicazioni. 
E così, ancora una volta, la mia vita ha dovuto cambiare programma senza nemmeno chiedermi il permesso.
L’operazione è stata stabilita per il 21 settembre. 
Dopo, dovrei cominciare i cicli di immunoterapia.
Nel frattempo mi hanno somministrato delle flebo con un altro farmaco.
E quello, francamente, mi ha steso.
Febbre oltre i 39.
Dolori alle ossa che sembravano arrivare direttamente dalle profondità del corpo.
Due giorni senza riuscire a mangiare.
Due giorni senza quasi riuscire ad alzarmi dal letto.
In quei momenti il tempo assume una dimensione strana.
Non esistono più le grandi domande sul futuro.
Non esistono politica, lavoro, progetti, discussioni.
Esiste soltanto il presente.
Un bicchiere d’acqua.
Un cucchiaio di cibo.
La forza necessaria per mettersi seduti sul letto.
E ti accorgi che la vita, quella vera, non è fatta soltanto delle grandi cose che inseguiamo per anni. 
A volte si nasconde nelle cose più piccole, quelle che normalmente nemmeno vediamo.
Oggi va un pochino meglio.
Sono riuscito a mangiare qualcosa.
Sembra poco.
E invece, in questo momento, per me è tantissimo.
La malattia continua a bussare alla porta con la sua violenza. 
Io non so cosa ci sarà oltre il 21 settembre. Non ho intenzione di raccontarmi favole e nemmeno di fingermi più forte di quello che sono.
Sono stanco.
A volte sono arrabbiato.
E qualche volta, semplicemente, vorrei che tutto questo finisse.
Ma oggi ho mangiato.
E allora mi tengo stretto questo piccolo gesto quotidiano, quasi insignificante, perché forse è proprio da lì che si ricomincia.
La morale, se una morale deve esserci, è questa, non aspettate una malattia, una perdita o una tragedia per capire quanto vale una giornata normale.
Perché quando la vita ti mette con le spalle al muro scopri una verità semplice e terribile, ciò che ieri sembrava poco, oggi può diventare tutto.
E forse vivere significa proprio questo, imparare a riconoscere la vita mentre ancora ce l’abbiamo davanti agli occhi.
E, per oggi, mi basta.

giovedì 3 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°169 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°169 – Settembre 2026.
"Il giorno in cui anche le parole fanno fatica".

Se mi chiedi come sto, la risposta più semplice sarebbe: «Sto bene».
È quella piccola bugia che spesso raccontiamo agli altri per non costringerli a preoccuparsi.
Una bugia gentile, quasi educata.
Ma la verità è un'altra.
Non sto bene.
In questi giorni ho fatto la TAC.
Domani, venerdì, andrò a ritirare il referto.
E già questa parola, referto, sembra innocua. Una parola da ufficio, da pratica amministrativa.
Come se dentro quelle poche pagine non potessero esserci paure, speranze, notti insonni e domande alle quali nessuno sa ancora rispondere.
Il corpo, intanto, non aspetta il referto.
I dolori sono sempre più presenti.
La stanchezza è diventata una compagna quotidiana.
Lo stato fisico è pietoso.
Sono a pezzi.
E quando il corpo comincia a presentarti il conto, scopri quanto siamo fragili.
Ci crediamo forti, invincibili, padroni del nostro tempo. 
Poi basta un dolore, una diagnosi, una TAC e improvvisamente tutto cambia prospettiva.
Il futuro, che fino a ieri sembrava una strada lunga, diventa una porta davanti alla quale aspetti che qualcuno venga ad aprire.
Sabato avrò la visita specialistica.
Credo che questa volta potrebbe essere necessario il ricovero.
E qui, lo ammetto, anche la mia proverbiale voglia di scherzare comincia a perdere colpi.
Perché puoi ironizzare sulla sanità, sulle liste d'attesa, sulla burocrazia, sulle infinite telefonate, sui "richiami domani", sui "vediamo", sui "bisogna aspettare".
Puoi scherzare su tutto.
Ma quando sei tu quello che aspetta, l'attesa cambia faccia.
Non è più una parola.
È una stanza.
È una notte.
È un dolore.
È tua moglie che ti guarda e cerca di capire dal tuo viso quello che tu non riesci a dire.
È tuo figlio che ti sta vicino e magari non trova le parole giuste, perché certe parole non esistono.
E allora voglio dire grazie a loro.
A mia moglie.
A mio figlio.
Perché in questa parte difficile del viaggio non mi hanno lasciato solo.
Ci sono presenze che non hanno bisogno di grandi discorsi.
Basta esserci.
E loro ci sono.
Io, invece, oggi faccio fatica persino a raccontarmi.
Sono stanco.
Sono preoccupato.
Ho paura.
E sì, sono a pezzi.
Ma forse essere a pezzi non significa essere finiti.
Forse significa soltanto che, qualche volta, la vita ci costringe a raccogliere i nostri pezzi uno alla volta e a provare a rimetterli insieme.
Domani ci sarà quel referto.
Sabato ci sarà la visita.
Poi vedremo.
Per una volta non voglio fare previsioni.
Non voglio anticipare il dolore.
Non voglio vivere oggi quello che forse accadrà domani.
Voglio soltanto attraversare questa giornata.
Una giornata alla volta.
Perché alla fine ho capito una cosa semplice, che forse avrei dovuto capire molto prima,
la vita non ci chiede di essere invincibili. 
Ci chiede di continuare a esserci, anche quando siamo fragili.
E forse la vera forza non è quella di dire "non ho paura".
La vera forza è guardare la paura negli occhi e dirle, "Ti vedo. Ho paura anch'io. Ma per oggi, almeno per oggi, cammino ancora."
Il resto lo affronteremo domani.
O forse dopodomani.
Come sempre, un passo alla volta.

giovedì 20 agosto 2026

📝 Diario di bordo n°168 – Agosto 2026.

📝 Diario di bordo n°168 – Agosto 2026.
"Agosto non va in ferie".

Quando sei malato, agosto diventa una corsa agli ostacoli.
Solo che gli ostacoli non li hai scelti tu.
Il caldo, le attese, gli esami, le telefonate che non arrivano. 
E poi quella strana sensazione di vivere sospeso, mentre intorno a te il mondo sembra essersi fermato per andare in vacanza.
Il problema è che la malattia non va in ferie.
Lei non conosce Ferragosto, non guarda il calendario e non aspetta settembre.
I medici, invece, qualche volta sì.
E così scopri che il medico è in ferie, lo specialista è in ferie, il laboratorio è chiuso e la struttura privata sembra aver appeso alla porta un rassicurante, "Ci rivediamo a settembre. La malattia, invece, resta aperta."
E qui arriva la vecchia, malconcia, criticata ma indispensabile sanità pubblica.
Quella delle liste d'attesa, delle prenotazioni complicate, degli uffici che sembrano progettati per mettere alla prova la pazienza del cittadino.
Ma almeno c'è.
E quando sei malato, sapere che qualcuno ci sarà può fare la differenza.
Perché la malattia non colpisce soltanto il corpo.
Entra nella testa.
Ti riempie di domande, paure, pensieri che girano continuamente:
E se...?
Come andrà?
Cosa diranno gli esami?
La mente diventa una macchina che produce scenari, quasi sempre peggiori di quello reale.
E allora devi combattere su due fronti, contro quello che hai dentro e contro quello che la paura ti costruisce intorno.
Forse essere forti non significa non avere paura.
Significa avere paura e andare avanti lo stesso.
Un giorno alla volta.
Un esame alla volta.
Una risposta alla volta.
E continuare a sperare.
Perché una società si misura soprattutto da come tratta chi, in quel momento, non riesce più a correre.
E una sanità pubblica, con tutti i suoi difetti, dovrebbe servire proprio a questo, ricordarci che quando diventiamo fragili non dobbiamo diventare invisibili.
Agosto passerà.
Le ferie finiranno.
Gli ospedali torneranno a pieno regime.
E io continuerò la mia corsa.
Con qualche paura in tasca, molta pazienza e una speranza ostinata.
Perché il male può anche non andare in ferie.
Ma la speranza, quella, non deve mai chiudere per ferie.

giovedì 13 agosto 2026

📝 Diario di bordo n°167 – Agosto 2026

📝 Diario di bordo n°167 – Agosto 2026
"La puntura, l’uomo nero e la realtà".

Di buon’ora, questa mattina, io e mia moglie ci siamo avviati verso l’ospedale oncologico Moscati di Taranto.
Avevo bisogno di un esame del sangue. 
Urgente.
E già qui, nell’Italia di agosto, comincia la prima avventura.
Perché se hai la sfortuna di avere bisogno di un esame del sangue urgente nella settimana di Ferragosto, devi mettere in conto che una buona parte delle strutture private a pagamento abbia chiuso i battenti.
Giustamente, anche la malattia dovrebbe rispettare il calendario delle ferie.
Tu magari hai un problema urgente, ma loro hanno prenotato l’ombrellone.
E allora aspetti.
Oppure, come suggerisce l’antica saggezza popolare, inizi a pregare.
Per fortuna esiste ancora quella cosa chiamata sanità pubblica.
Quella tanto bistrattata, umiliata, definanziata, raccontata spesso come un carrozzone inefficiente, ma che quando arriva il momento vero, quello nel quale non hai bisogno di una pubblicità ma di qualcuno che ti curi, spesso è lì.
Presente.
Non voglio fare polemica. Non oggi.
Oggi voglio soltanto dire grazie a chi, mentre molti chiudono per ferie, continua a lavorare.
Agli angeli senza ali e senza aureola, quelli con il camice, il badge e magari anche un po’ di stanchezza negli occhi.
Ma torniamo al Moscati.
Per me questo ospedale è un luogo particolare.
Molto particolare.
C’è una storia che lo lega alla mia vita e che oggi non voglio raccontare.
È un piccolo segreto che tengo stretto.
Forse un giorno ve lo dirò.
Forse no.
Perché ci sono luoghi che non sono semplicemente luoghi.
Sono fotografie dell’anima.
E certe fotografie è meglio lasciarle dentro un cassetto, almeno per un po’.
Arriviamo tra i primi al CUP e, guarda caso, incontriamo nell'atrio una nostra amica.
Presento la richiesta allo sportello.
L’operatrice allo sportello si mette subito al lavoro e, con grande efficienza, prepara la pratica e mi spedisce al piano prelievi.
Insomma, una specie di catena di montaggio della sopravvivenza.
Arriviamo.
Davanti a me ci sono altri pazienti.
E tra loro c’è una ragazzina.
Nell’atrio si parla del più e del meno.
Ma, in realtà, quando sei in un oncologico, il “più e il meno” hanno sempre lo stesso denominatore comune.
La malattia.
La si gira intorno, la si sfiora, la si nomina sottovoce.
È lì.
Seduta accanto a te.
Non guarda in faccia nessuno.
Non le interessa chi sei, quanto guadagni, che macchina possiedi, quale partito voti o quale conto in banca hai.
In un ospedale oncologico siamo tutti improvvisamente uguali.
Poi arriva il turno della ragazzina.
Entra nella stanza.
Passano pochi secondi.
E improvvisamente il silenzio dell’atrio viene squarciato da un urlo.
«Mi fai male! Mi fai male!»
Silenzio.
Gelo.
Poi altre urla.
L’infermiera tenta di fare il prelievo, ma la paziente sembra aver deciso che quel maledetto ago non entrerà nel suo braccio neppure sotto la minaccia delle Nazioni Unite.
E fuori, inevitabilmente, cominciano i commenti.
Mia moglie e la nostra amica ricordano una delle tante tecniche poco educative della nostra infanzia.
Quella pedagogia domestica che oggi farebbe inorridire psicologi, pedagogisti e probabilmente anche qualche tribunale.
«Se non fai il bravo viene l'infermiera e ti fa la puntura!»
La puntura.
L’arma definitiva.
Altro che Super Mario.
Altro che Darth Vader.
Da bambini avevamo paura della puntura.
E, soprattutto, avevamo paura dell’uomo nero.
Quella figura misteriosa e indefinita che i genitori evocavano quando non sapevano più cosa inventarsi.
«Se non fai il bravo arriva l’uomo nero!»
E allora, ascoltando quelle urla, mi viene spontaneo pensare che forse certe paure non scompaiono mai davvero.
Cambiano soltanto forma.
E qui, lo confesso, la mia mente fa una deviazione politicamente scorretta.
Penso a Salvini.
Penso a Vannacci.
E mi chiedo se, da bambini, anche loro abbiano avuto qualcuno che li terrorizzava con l’uomo nero.
Perché forse certe paure infantili, quando non vengono elaborate, crescono insieme a noi.
E magari, da adulti, diventano altro.
Diventano diffidenza.
Diventano rabbia.
Diventano bisogno di trovare qualcuno da temere, da indicare, da accusare.
Diventa un'arma politica.
L’uomo nero, insomma, cambia soltanto mestiere.
Da bambino si nascondeva sotto il letto.
Da adulto può diventare lo straniero, il migrante, quello diverso da noi, quello che parla un’altra lingua, quello che ha un altro colore della pelle.
La paura, quando diventa politica, è una bestia molto più pericolosa di qualsiasi ago, e che ci porta inavvertitamente verso una fobia che non esiste.
E forse è proprio questo il punto.
Perché stamattina, dentro quell’ospedale, c’eravamo tutti.
Io, mia moglie, la nostra amica, la ragazzina, l’infermiera e tutti gli altri.
Persone diverse.
Storie diverse.
Vite diverse.
Ma accomunate dalla stessa fragilità.
Lì dentro la malattia non chiede il certificato di residenza.
Non domanda la tessera elettorale.
Non controlla il colore della pelle.
Non guarda il conto in banca.
Non verifica se sei di destra o di sinistra.
Ti prende.
E ti sbatte davanti alla realtà.
Una realtà che fuori da quelle mura spesso dimentichiamo.
Viviamo come se fossimo immortali.
Litighiamo per una bandiera, per un post su Facebook, per un politico, per una parola detta male.
Ci dividiamo in tribù.
Ci costruiamo nemici immaginari.
Poi basta entrare in un ospedale per ricordarsi una cosa semplicissima e terribile, siamo esseri umani.
Fragili.
Mortali.
E tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di una mano.
Forse è questa la lezione che mi porto a casa oggi.
La ragazzina aveva paura di una puntura.
Noi adulti abbiamo paura di cose molto più grandi.
Della malattia.
Della solitudine.
Del futuro.
Della morte.
E spesso, per non guardare in faccia queste paure, ci inventiamo degli uomini neri da combattere o forse solo per una becera e misera opportunità politica.
Ma la paura non si sconfigge trovando qualcuno da odiare.
Si sconfigge imparando a riconoscere la nostra fragilità e, soprattutto, imparando a non lasciare solo chi ha paura.
Perché alla fine, in quel corridoio del Moscati, eravamo tutti un po’ quella ragazzina.
Tutti con il nostro ago davanti.
Tutti con la voglia di urlare, "Mi fai male!"
E tutti, ostinatamente, ancora qui.
A resistere.
A vivere.
A non demordere.
Perché forse la vera forza non è quella di non avere paura.
È avere paura e, nonostante tutto, restare umani.

p.s. Un grazie di cuore alla nostra amica, per averci fatto compagnia e aver reso piacevole l'attesa.

giovedì 6 agosto 2026

📝 Diario di bordo n°166 – Agosto 2026.

📝 Diario di bordo n°166 – Agosto 2026.📝 Diario di bordo n°166 – Agosto 2026.
"L'arte di aspettare."

Ci siamo.
Dopo giorni passati a rincorrere telefonate, richieste, solleciti e quel meraviglioso sport nazionale che consiste nel sentirsi rispondere "richiami domani", finalmente la data della TAC è arrivata.
No, non è domani. Magari.
È per la fine del mese.
E così il protagonista assoluto di agosto non sarà il mare, il sole o l'anguria. 
Sarà l'attesa. 
Quella bastarda. 
Quella che non fa rumore ma ti si siede accanto appena ti svegli e ti accompagna fino a quando vai a dormire.
Il tumore, in fondo, ha un pessimo carattere. Non gli basta presentarsi senza invito. 
No. 
Pretende anche di diventare il direttore d'orchestra dei tuoi pensieri. 
Decide lui quando devi avere paura, quando puoi respirare e quando invece devi immaginare scenari che nessuno vorrebbe immaginare.
Che maleducato.
Io, però, una piccola soddisfazione gliela voglio togliere.
Continuerò a vivere. 
Continuerò perfino a rompere le scatole con i miei post, perché se c'è una cosa che il "malvagio" non sopporta è vedere che, nonostante tutto, sei ancora capace di ridere.
Ridiamo, sì. Anche quando la risata esce un po' storta.
Perché l'ironia non cancella la paura. 
Le impedisce soltanto di comandare.
Certo, sono preoccupato. 
Sarei un bugiardo se dicessi il contrario. 
Ogni volta che si avvicina un esame importante, la mente corre più veloce delle gambe. 
Costruisce castelli, precipizi e sentenze prima ancora che un medico pronunci una parola.
Eppure la vita, forse, insegna proprio questo, che esistono battaglie in cui il coraggio non consiste nel vincere, ma nell'avere la pazienza di aspettare senza smettere di essere se stessi.
Aspetterò.
Stringerò i denti.
E, se vi va, incrociate le dita insieme a me.
Non perché le dita cambino il risultato di una TAC.
Ma perché, quando la paura divide un uomo da sé stesso, sapere di non attraversare quell'attesa da solo è già una piccola, enorme forma di speranza.

martedì 21 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°165 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°165 – Luglio 2026.
"L'attesa è la stanza più difficile".

Questa mattina sono entrato in clinica con quella speranza silenziosa che ci si porta dentro quando si aspetta un esame. 
Non era ottimismo. Era soltanto il desiderio, profondamente umano, di sentirsi dire: "Va meglio".
Non è andata così.
L'ecografia non ha portato buone notizie. Quelle parole sono bastate a far precipitare il mio umore. 
È strano come, in certi momenti, bastino pochi secondi per cancellare settimane di faticoso equilibrio.
Adesso sono fermo in una terra di nessuno.
Non so ancora se sarà necessario attendere la TAC o se arriveranno altre indicazioni. 
So soltanto che l'attesa è una condanna sottile. Ti lascia sospeso. 
Non puoi andare avanti, ma non puoi nemmeno tornare indietro. 
Rimani lì, in bilico tra ciò che speri e ciò che temi.
Chi non ha mai vissuto tutto questo immagina che la battaglia contro una malattia sia fatta soltanto di terapie, interventi e medicine. 
In realtà la parte più dura, spesso, è quella che non si vede.
È convivere con il dubbio.
È cercare di sorridere quando la testa continua a costruire scenari che non vorresti nemmeno immaginare.
È fare finta che sia una giornata come le altre, mentre dentro senti un rumore sordo che non dà tregua.
In questi mesi ho imparato che il coraggio non è sentirsi forti. 
Il coraggio è continuare a camminare anche quando la paura ti prende per mano e cerca di convincerti a fermarti.
Oggi, però, non voglio fare l'eroe.
Oggi mi concedo il diritto di essere semplicemente un uomo. 
Un uomo stanco. Un uomo preoccupato. 
Un uomo che avrebbe voluto ricevere una buona notizia e invece torna a casa con ancora più domande di prima.
Forse è questa la parte più crudele della malattia, non il dolore, ma l'incertezza. 
Perché contro il dolore puoi combattere. 
Contro l'incertezza puoi solo aspettare.
E aspettare, qualche volta, pesa più di qualsiasi cura.

sabato 18 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°164 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°164 – Luglio 2026.
"Il ritorno dell'ospite."

Ci sono nemici che non bussano alla porta.
Non chiedono permesso. 
Non si annunciano. 
Entrano e basta. 
Ti costringono a riconoscere la loro presenza da piccoli segnali, quasi impercettibili, che all'inizio fai finta di non vedere. 
Perché la speranza, a volte, è bugiarda. 
Ma è una bugia di cui abbiamo bisogno per continuare a vivere.
In questi ultimi giorni sentivo qualcosa di strano.
Sensazioni. Piccoli campanelli d'allarme. 
Quei segnali che solo chi ha attraversato certe esperienze impara a riconoscere. 
Mi dicevo che era soltanto una mia impressione. Che stavo esagerando. 
Che la chemioterapia aveva fatto il suo lavoro e che, almeno per un po', mi avrebbe lasciato in pace.
Volevo crederci.
Anzi, ne avevo bisogno.
Ma oggi devo guardare la realtà negli occhi. Senza abbassarli.
Lui sta tornando.
È un ospite che nessuno invita. 
Un prepotente che occupa la tua vita senza chiedere il consenso. 
È arrogante, perché pretende di decidere lui i tempi delle tue giornate. 
È cattivo, perché non colpisce solo il corpo, ma prova a scavare dentro la mente, insinuando dubbi, paure e incertezze.
Eppure c'è una cosa che ancora non ha capito.
Può tornare tutte le volte che vuole. 
Può illudersi di essere il padrone della mia storia. 
Ma la mia storia non la scrive lui.
La scrivo io.
Con le mie paure, certo. 
Perché chi dice di non avere paura mente. 
Ma anche con quella ostinazione che mi accompagna da tutta la vita. 
La malattia ti cambia.
Ti porta via molte illusioni, ma in cambio ti regala uno sguardo diverso sulle persone. 
Ti fa capire chi resta e chi scompare. 
Chi ti tende una mano in silenzio e chi, invece, preferisce voltarsi dall'altra parte perché il dolore degli altri mette a disagio.
E allora impari che il tempo è il bene più prezioso che possediamo.
Non quello del calendario.
Quello degli abbracci, delle parole sincere, delle risate, degli affetti che resistono anche quando tutto sembra vacillare.
Se lui è tornato, io sono ancora qui.
E finché potrò raccontare queste righe, finché potrò mettere un punto alla fine di ogni pagina del mio Diario di bordo, significherà che non ha vinto.
Perché la vera vittoria non è vivere senza cicatrici.
La vera vittoria è continuare a camminare anche quando ogni passo costa fatica.
E io, un passo alla volta, continuerò il mio viaggio.

mercoledì 8 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°163 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°163 – Luglio 2026.
"L'ago, l'occhio e la dignità lasciata in sala operatoria."

«Prego, è il suo turno.»
Cinque parole. Apparentemente innocue. 
In realtà equivalgono a, "Condannato, salga pure sul patibolo."
Mi alzo. O almeno ci provo. 
Le gambe sono ufficialmente in modalità budino. 
Dentro di me penso, eccomi, arrivo. 
Fuori, invece, dalla bocca non esce nemmeno una sillaba. 
Il coraggio, questo sconosciuto, in quel momento, aveva timbrato il cartellino ed era andato in ferie.
Lo confesso senza vergogna, me la stavo facendo addosso. 
E pure abbondantemente.
Mi fanno accomodare su una specie di poltrona-letto, un incrocio tra il dentista medievale e una navicella spaziale progettata da qualcuno con un evidente senso dell'umorismo.
Da quel momento il mio occhio sinistro diventa un acquario. 
Disinfettante. 
Anestetico. 
Altro disinfettante. 
Altro liquido. 
Ancora liquido. 
A un certo punto ho pensato che volessero allevarci le trote.
Poi arriva uno strumento infernale che mi tiene l'occhio spalancato. 
Praticamente il mio occhio aveva perso il diritto costituzionale di sbattere le palpebre.
Una voce, alla mia destra, impartisce l'ordine,
«Guardi in alto a destra.»
Obbedisco all'istante. 
In certi momenti la libertà di pensiero lascia educatamente il posto all'istinto di conservazione.
Ed ecco lui.
L'ago.
Piccolo. Sottile. Innocente... visto da lontano.
Poi si avvicina.
E decide che il mio occhio è il luogo ideale dove trascorrere qualche minuto di vacanza.
Una puntura.
Poi un'altra.
Poi un'altra ancora.
Io sento distintamente qualcosa che entra dove, fino a quel momento, ero convinto non dovesse entrare assolutamente niente.
Inizio mentalmente a comporre un repertorio di espressioni poco eleganti da dedicare all'operatore. 
Ma prevale l'istinto di sopravvivenza.
Meglio tacere.
Non sia mai che, per rappresaglia, decida di trasformare l'intervento in una puntata speciale di "Giochi senza frontiere".
Cinque minuti.
Solo cinque minuti.
Che, misurati con l'orologio dell'ansia, corrispondono più o meno all'intera costruzione delle Piramidi d'Egitto.
Alla fine applicano sul mio occhio una curiosa protezione, una mezza sfera di plastica trasparente. 
Sembro un cyborg costruito con i pezzi avanzati di un ovetto di Pasqua.
«Può alzarsi.»
Questa frase, finalmente, mi restituisce la fiducia nell'umanità.
All'uscita un'infermiera mi aiuta a ricompormi, mi consegna la cartella con i prossimi appuntamenti e le istruzioni per la terapia domiciliare. 
Una quantità di raccomandazioni tale da farmi pensare che ormai il mio occhio abbia un libretto di manutenzione più dettagliato della mia automobile.
Fuori ritrovo mia moglie e mio figlio.
Li vedo venirmi incontro e, in quel momento, penso che certe presenze valgano più di qualsiasi medicina.
«Fa male?», mi chiedono.
La risposta è sì.
Fa male.
Ma è un dolore sopportabile. 
L'occhio è indolenzito, la pupilla protesta vivacemente e io assomiglio a un pirata che ha perso il tesoro ma ha conservato l'ironia.
Si torna a casa.
Con un occhio malconcio, una benda spaziale e una certezza assoluta.
Se qualcuno, da oggi in poi, mi dirà, «È solo una punturina...», cambierò immediatamente argomento.

martedì 7 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°162 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°162 – Luglio 2026.
"Missione Bari: l'uomo mascherato."

Sveglia all'alba. 
Quando la sveglia ha suonato, invece di augurarmi il buongiorno mi è sembrato dicesse: "Forza Giovanni, oggi ti tocca!".
Meta della spedizione, Policlinico di Bari.
L'occhio sinistro, nel frattempo, se ne stava zitto zitto, fingendo innocenza, come quei bambini che rompono il vaso in salotto e poi guardano il soffitto facendo finta di niente. 
Lui sapeva benissimo cosa lo aspettava. 
Io pure. E, sinceramente, nessuno dei due era particolarmente entusiasta.
Come sempre la mia squadra non mi lascia mai solo. 
Mia moglie e mio figlio sono al mio fianco. Ormai siamo una compagnia itinerante che gira gli ospedali della Puglia più di quanto i cantanti facciano con i loro tour estivi.
Entriamo nel Policlinico grazie al pass per disabili. 
Almeno quello ci evita una passeggiata chilometrica. 
Il problema, però, è trovare un parcheggio.
Un'impresa degna di un documentario di National Geographic.
Mio figlio, al volante, procede lentamente tra le auto. 
Gli occhi scrutano ogni movimento. 
A un certo punto una macchina accende la retromarcia.
"Papà... ci siamo!"
Parte lo scatto.
Altro che Formula 1. 
Altro che Le Mans. 
In quel preciso momento mio figlio si trasforma in un falco pellegrino che piomba sulla preda. 
Parcheggio conquistato. 
Vittoria ai punti.
Raggiungiamo il reparto.
Qui preferisco sorvolare su qualche episodio che definire "poco elegante" sarebbe un complimento. 
Diciamo soltanto che ogni tanto basterebbe ricordarsi che davanti non ci sono cartelle cliniche... ma persone.
Poi arriva il momento della vestizione.
Mi consegnano un copricapo.
Poi dei copriscarpe.
La mascherina FFP2.
Il camice verde.
A quel punto aspettavo soltanto che mi dessero anche pinne, boccaglio e una bombola d'ossigeno.
Mi guardo allo specchio.
Non sembravo un paziente.
Sembravo l'incrocio tra un chirurgo, un apicoltore e un concorrente eliminato da MasterChef.
Mi fanno accomodare nel pre-reparto e iniziano una raffica di esami.
Fotografie.
Macchinari.
Luci.
Controlli.
Poi... l'attesa.
Davanti a me una lunga fila di pazienti.
Ognuno con il proprio turno.
Io, seduto, cercavo di sembrare rilassato. Dentro di me, invece, il cervello aveva già compilato il testamento, organizzato il funerale e scelto perfino la musica di sottofondo.
Ogni volta che si apriva la porta della sala operatoria guardavo dentro con la stessa curiosità con cui si guarda la porta del dentista quando esce quello prima di te.
Alla fine ho capito una cosa.
Nella vita possiamo affrontare problemi enormi, prendere decisioni difficili, superare ostacoli impensabili... ma quando senti pronunciare la frase: "Prego, è il suo turno", improvvisamente torni ad avere dieci anni.
Ma questa... è un'altra storia.
Perché nella prossima puntata vi racconterò cosa si prova quando un medico decide di trasformare il vostro occhio in un bersaglio per gli aghi.
Vi anticipo solo una cosa.
Non ho urlato.
Non sono svenuto.
Però, per qualche secondo, sono stato seriamente tentato di chiedere l'anestesia... direttamente al cervello.

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026. "La lasagna, il primario e il mare di Taranto." Oggi, finalmente, si cominc...