“Il mostro e la liturgia dei corridoi”.
Il consulto è avvenuto.
Non con le trombe dell’Apocalisse, ma con la voce pacata della dottoressa, che ha il tono di chi annuncia un temporale mentre fuori splende il sole.
Il mostro è diventato cattivo.
Non è una metafora, è una constatazione clinica, quasi burocratica.
Il male, quando entra nei protocolli, smette di essere tragedia e diventa pratica amministrativa.
Eppure resta mostro, resta bestia che ti guarda dentro mentre tu cerchi di fingere di essere ancora un cittadino normale, uno che fa la spesa e discute di politica.
Ci sarà un intervento. Pesante.
“Definitivo”, dicono.
Una parola che fa paura più del bisturi, perché definitivo è un concetto morale prima ancora che chirurgico.
Definitivo come certe scelte politiche sbagliate, come certi amori finiti, come certe illusioni della giovinezza che non tornano.
Se sono spaventato?
Sì. Sarebbe osceno negarlo.
La paura è una forma di intelligenza, una sentinella che non dorme.
Il coraggio non è non avere paura, è continuare a fare il check-in alla vita anche quando il biglietto è scritto in una lingua che non capisci.
Domani altri prelievi, un’altra TAC.
La liturgia dei corridoi ospedalieri continua, camici, neon, sedie di plastica, infermieri gentili e stanchi, pazienti che sembrano personaggi di un film neorealista, con il volto scavato e la dignità ostinata.
Poi sabato, il verdetto del chirurgo, chemio in vena prima o dopo.
Come se la vita fosse una scaletta televisiva, prima la pubblicità, poi il programma.
Io, intanto, mi preparo a un’estate “medicale”, una stagione senza mare ma con flebo, senza tramonti ma con monitor che fanno bip bip come un metronomo della mia precarietà.
Eppure, dentro questa meccanica fredda, sento una cosa che mi ostino a chiamare vita.
Una vita ridotta all’osso, ma per questo più vera.
Quando il corpo diventa un campo di battaglia, anche un respiro diventa un atto politico, un gesto di resistenza contro l’idea che siamo solo carne da referto.
Forse questo mostro mi sta togliendo pezzi, ma mi sta restituendo una cosa che avevo quasi dimenticato, la radicalità dell’essere vivi.
E allora, con una punta di irriverenza verso il destino e verso i protocolli, mi viene da dire, fate pure il vostro lavoro, dottori.
Io farò il mio, continuare a raccontare, a pensare, a respirare.
Perché, finché respiro, questo mostro non ha ancora vinto.