“Promosso… con anestesia (si spera).”
Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco clinico a livelli crescenti.
Tocca all’RX toracico.
Ora, io continuo a chiedermelo, a cosa diavolo serva per l’operazione che dovrò fare non l’ho mai capito.
Nessuno lo sa spiegare davvero.
Misteri della scienza moderna.
O forse è solo per tenermi occupato.
Ad attendermi trovo due giovanissimi in camice bianco. Un ragazzo e una ragazza che, con tutta probabilità, hanno l’età di mio figlio… se non meno.
Ed è lì che realizzo una verità dolorosa, la mia generazione non è vintage, è proprio fuori produzione.
Gentilissimi, sorridenti, professionali.
Fanno i raggi, mi salutano e io via, come un pacco ben spedito.
Prossima tappa: il boss finale.
L’anestesista.
Il famigerato personaggio si fa attendere perché impegnato tra una sala operatoria e l’altra.
Io, nel frattempo, mi piazzo in un angolo e osservo il mondo che scorre.
Corridoi pieni di storie.
Infermieri e infermiere che sfrecciano come particelle impazzite.
E io lì, seduto, con il telefono in mano.
Mi rendo conto che quel rettangolo luminoso mi protegge, ma allo stesso tempo mi isola da persone che forse avrebbero solo bisogno di una parola, di uno sguardo, di un “come va?”.
È strano come la tecnologia ti tenga compagnia mentre ti allontana dagli altri.
Finalmente arriva lui.
L’anestesista.
Un omaccione col camice verde, che sembra uscito direttamente da Forrest Gump.
Manca solo la panchina.
Inizia a chiamare. Io ho fame, sono stanco, mentalmente cotto.
Poi sento il mio nome. Entro.
Mi guarda fisso e se ne esce con: «Buongiorno… ma lei è il giornalista?»
Blackout.
«Ma nooo… quale giornalista!» rispondo io, con lo sguardo di chi ha appena capito di essere stato scoperto.
E lì realizzo che mi leggono anche in clinica.
E allora sì, un attimo di autocensura mi attraversa il cervello.
Perché va bene l’ironia, va bene la goliardia… ma sempre meglio che l’anestesia venga fatta con i farmaci giusti e non con un cazzotto ben assestato sulla mia testa, nel caso in cui mi si fraintende su quello che scrivo. 😳
Colloquio fatto.
Esami ok.
Risultato finale: promosso.
Il 9 febbraio si può operare.
Esco stremato, affamato, ma con una certezza in più.
La giornata è finita. Si torna a casa.
Mi aspetta una prossima puntata.
Perché anche gli eroi stanchi hanno diritto a una sana e corretta narrazione delle proprie disavventure.
E alla fine lo penso davvero, senza ridere,
in mezzo a camici, corridoi e attese infinite,
essere “promossi” non significa essere guariti,
ma avere ancora il permesso di continuare a lottare.