“Bip bip, è arrivato il mostro”.
Ore 6,56.
Bip bip. Due suoni anonimi, senza poesia, senza suspense, senza colonna sonora.
Solo il cellulare che fa il cellulare e la vita che fa la vita.
Tra veglia e sonno, con quella grazia da bradipo post-ibernazione, allungo il braccio verso il comodino.
WhatsApp. Messaggio.
Uno spicca come un faro nella nebbia, il medico urologo.
Un uomo che, va detto, ha l’empatia di un termosifone spento, ma la professionalità di un chirurgo che sa dove mettere le mani.
E in questo caso, purtroppo, le ha messe proprio bene.
Apro la foto dell’esito istologico.
Poche righe. Essenziali. Chirurgiche anche nel linguaggio.
Tumore. Alto grado. Aggressivo. Progredisce velocemente.
Una poesia minimalista. Di quelle che ti restano dentro come una scheggia.
Balzo in piedi dal letto, come se il materasso fosse improvvisamente diventato una piastra elettrica.
Il cuore fa un rave party.
Penso che, se avessi uno smartwatch, avrebbe chiamato direttamente il 118 per abuso di tachicardia.
E allora faccio quello che fanno gli esseri umani quando il mondo gli crolla addosso, metto ordine nei pensieri.
Non piango.
Non urlo.
Non lancio il cellulare dal balcone (tentazione romantica, ma costosa).
Prendo mentalmente un taccuino immaginario e scrivo una lista:
Contattare l’oncologa.
Cercare un altro o più urologi, magari con più empatia e meno telegrammi.
Ho detto uno o più urologi perchè mi è stato già detto che se fosse risultato quest'ultimo esito devo sottopormi a qualcosa di diverso e che non voglio al momento nemmeno pensare, e questa operazione si svolge in centri che vanno oltre la clinica.
Trovare un ospedale, o più ospedali, perché la vita è una serie Netflix e serve più di una stagione di consulti.
Capire cosa fare.
Fare tutto, ovviamente, privatamente, perché la salute è un diritto… a pagamento.
Il gioco si fa serio.
Niente più partite amichevoli, qui siamo in Champions League contro una squadra che gioca sporco.
“Devo essere forte”, mi dico.
E subito dopo penso, ma cosa significa essere forte?
Fare finta di niente?
Ridere?
Filosofeggiare?
Forse essere forte è solo una forma elegante per dire, non mollare mentre hai una paura fottuta.
E allora mi siedo sul letto, guardo fuori dalla finestra e mi sorprendo a pensare che il sole è sorto come sempre, indifferente, puntuale, quasi sfacciato.
Il mondo continua, anche quando tu vorresti un attimo di pausa generale, tipo, “Scusate, emergenza emotiva in corso, riprendiamo tra dieci minuti”.
Invece no.
La vita non mette in pausa.
Ti manda un messaggio alle 6,56 del mattino e ti dice, tocca a te decidere come rispondere.
E mentre preparo il caffè, penso che forse la vera ironia non è questa storia.
La vera ironia è che, nonostante tutto, sono ancora qui a scrivervi, e a raccontare.
E finché scrivo, finché penso, finché faccio piani… vuol dire che, in qualche modo, sto già combattendo.
E sì, il gioco si fa serio.
Ma anche io, caro tumore, ho deciso di fare sul serio, o almeno ci provo.
E non ho nessuna intenzione di lasciarti l’ultima parola.