“L’energia che non muore”.
Siamo creature fragili, impastate di paure, cucite di debolezze, tenute insieme da una presunzione di forza che spesso è solo una buona messa in scena.
Eppure, penso a me stesso, a quel ragazzo di vent’anni che una volta ha sfiorato il confine, che ha guardato oltre la linea sottile dove il corpo smette di essere padrone e diventa solo involucro.
Ho “assaggiato” la morte, o almeno quello che chiamiamo così per mancanza di parole migliori.
E allora, teoricamente, non dovrei temerla.
Dovrei sapere che non è una fine, ma un passaggio di stato, come l’acqua che evapora e continua a esistere sotto altra forma.
Io la chiamo energia, perché mi consola pensare che nulla davvero si perda, che tutto si trasformi, come insegnano i fisici e i poeti.
Ma il corpo è un tiranno, e i sentimenti sono il suo esercito.
Finché siamo qui, dentro questa carne testarda, restiamo prigionieri di paura, dolore, nostalgia, amore, rabbia, speranza.
Un groviglio meraviglioso e terribile.
Forse la morte è solo il silenzio di tutto questo, la pace senza emozioni, la fine del rumore umano.
Forse.
Non sto filosofeggiando per fare il saggio da tastiera.
Scrivo perché sento il bisogno di mettere ordine nel caos che ho dentro.
Scrivo per capire me stesso, e forse per lasciare una traccia, come fanno gli animali quando marcano il territorio, per dire: “Sono passato di qui, ho pensato, ho avuto paura, ho amato la vita.”
Se in queste righe avete trovato un velo di tristezza, vi chiedo scusa.
Il Diario nasce per sorridere, per raccontare anche il dolore con un pizzico di ironia, ma ogni tanto l’anima chiede la parola senza filtri, e io non so negargliela.
Vi ringrazio per essere qui, per leggere, per camminarmi accanto in questo strano viaggio.
Alla prossima puntata.
Finché c’è energia, c’è racconto.