“Corsia preferenziale”.
25 Febbraio, sveglia alle 7,30.
Colazione leggera, quasi ascetica. Non per scelta mistica, ma per prudenza radiologica.
Dita incrociate, come un adolescente prima dell’esame di maturità.
Solo che qui la commissione non fa domande, guarda dentro.
Ore 8,30 si parte.
Villa Verde mi aspetta con la sua compostezza da clinica ordinata, dove il dolore ha un numero progressivo e l’ansia si accomoda su sedie di plastica.
Appena metto piede in oncologia, ecco Sabrina.
Infermiera instancabile, presenza luminosa nel grigio sanitario.
Mi intercetta con l’efficienza di chi sa che il tempo, qui dentro, non è mai neutro.
Prelievo immediato.
Il sangue serve a capire se il “maledetto male” sta avanzando.
Curioso come il destino di un uomo possa essere letto in una provetta grande quanto un dito.
Poi l’attesa.
Ecografia.
TAC toracica alle 14.
L’attesa è il vero reparto comune.
È lì che si ascoltano i discorsi degli altri pazienti. Mezze frasi, sospiri, calcoli economici.
Perché sì, oltre al dolore, c’è il calendario.
E oltre al calendario, c’è il portafoglio.
Alcuni sono lì come me. Altri pagano.
Altrimenti la prima prenotazione possibile sarebbe stata tra dodici mesi.
Dodici mesi.
Un tempo che per certe malattie equivale a un’eternità biblica.
Costo della TAC: 250 euro.
Una cifra che per qualcuno è una cena, per altri è una rata, per altri ancora è un sacrificio.
Io ascolto. Non commento.
Non per mancanza di opinione, ma per eccesso di lucidità.
Ci sono verità che, se dette troppo chiaramente, diventano scomode.
E allora le affido al silenzio.
Che a volte è più eloquente di un comizio.
Sabato mi aspetta il nuovo urologo alla Bernardini.
Ovviamente privatamente.
Ormai la parola “privatamente” è diventata un avverbio della sopravvivenza.
Non c’è rabbia gridata in me.
C’è una constatazione, la malattia ti mette davanti non solo alla fragilità del corpo, ma anche alla fragilità dei sistemi.
E capisci che la dignità non è un concetto astratto, è una TAC fatta in tempo.
Rientro a casa stanco, ma lucido.
Con la consapevolezza che la mia battaglia non è solo biologica.
È anche culturale, sociale, civile.
Eppure, nonostante tutto, continuo a sperare.
Non in un miracolo rumoroso, ma in una normalità giusta.
In un giorno in cui nessuno debba scegliere tra il tempo e il denaro per curarsi.
Per ora mi affido alla scienza, ai medici, e, perché no, anche a Dio.
Che, se ha un’agenda, spero abbia segnato anche il mio nome.
p.s. giunto a casa mi accorgo di aver dimenticato di ritirare i miei documenti al reparto. 🤦♂️