"Quando piove sul bagnato, il destino non usa nemmeno l’ombrello."
Mi si chiede spesso come sto.
È una domanda gentile, di quelle che nascono dall’affetto, dalla preoccupazione, dal desiderio sincero di sapere come se la passa uno che, da qualche tempo, ha fatto della malattia una compagna di viaggio non richiesta.
Allora, per evitare di ripetermi e soprattutto per non costringervi ad ascoltare ogni volta il bollettino meteorologico delle mie disgrazie, provo a rispondere così, non sempre può piovere.
Ma nel mio caso, evidentemente, qualcuno lassù deve aver lasciato il rubinetto aperto.
Stavo cominciando a rialzarmi.
Piano, naturalmente.
Con la prudenza di un pensionato che, dopo aver combattuto una vita intera con il lavoro, gli imprevisti e le bollette, pensava di essersi guadagnato almeno il diritto di andare dalla camera alla cucina senza dover convocare una commissione parlamentare.
Cominciavo a trascorrere meno tempo a letto. Qualche piccolo miglioramento, un timido segnale di ripresa.
Niente di eroico, intendiamoci.
Non stavo scalando l’Everest e nemmeno preparandomi alla maratona di New York.
Mi bastava riconquistare qualche passo, riprendere confidenza con il mio corpo e assaporare quella piccola, meravigliosa libertà che consiste nel potersi alzare senza dover prima consultare il calendario delle sofferenze.
Poi, venerdì mattina, il colpo di scena.
Mi sveglio e scopro che la vita, evidentemente, aveva ancora qualche cartuccia da sparare.
Una fortissima sciatalgia.
Un dolore feroce che mi impedisce di stare in piedi per più di venti secondi.
Il mio corpo ha deciso di trasformarsi in un cronometro svizzero, scaduto il tempo, si chiude la saracinesca.
E così, mentre cercavo di rimettere insieme i pezzi dopo tutto quello che ho attraversato, mi ritrovo nuovamente prigioniero del letto.
A questo punto viene spontaneo domandarsi se il destino abbia perso il mio indirizzo oppure se, al contrario, lo abbia appuntato con il pennarello rosso sulla porta di casa.
Perché, diciamocelo, una cosa è affrontare una malattia seria, con tutto il suo carico di paure, interventi, terapie e incertezze.
Un’altra è vedersi arrivare addosso, proprio quando si comincia a respirare, un nuovo dolore che ti rimette al tappeto.
Da questa mattina ho cominciato con le punture di Voltaren e Muscolin.
Cinque giorni di terapia, nella speranza che il dolore allenti la presa e mi restituisca almeno una parte della mia autonomia.
Cinque giorni.
Detti così sembrano pochi.
Ma quando ogni movimento diventa una trattativa con il dolore, cinque giorni possono trasformarsi in un secolo.
Il tempo, quando stai bene, corre.
Quando soffri, invece, si siede accanto al letto, incrocia le braccia e sembra divertirsi a guardarti.
E tu sei lì, a cercare una posizione che non faccia male, a misurare i movimenti, a chiederti quando finirà questa giostra che non hai mai chiesto di prendere.
È tutto devastante.
Lo scrivo senza cercare effetti speciali, senza indossare i panni del martire e senza pretendere applausi per il semplice fatto di essere ancora qui.
Ci sono giorni in cui la fatica supera le parole, e persino l’ironia, che tante volte mi ha salvato dall’amarezza, deve chiedere il permesso di entrare.
Non siamo macchine progettate per sopportare urti all’infinito.
Non siamo monumenti alla resistenza, né eroi di cartapesta da esibire nelle giornate difficili. Siamo esseri umani.
Abbiamo paura, ci stanchiamo, ci arrabbiamo e, qualche volta, ci lasciamo andare.
Lo dico senza proclami, senza promesse solenni e senza scomodare santi e filosofi. Speriamo che le punture facciano il loro lavoro, che il dolore diminuisca e che io possa tornare, un poco alla volta, a riprendermi i miei spazi.
Vorrei soltanto tornare a camminare.
Sembra poco, vero?
Eppure basta che il corpo ti tolga questa possibilità per capire quanto sia preziosa una cosa che, quando funziona, consideri del tutto normale.
Forse è proprio questo il paradosso della sofferenza, ci costringe a scoprire il valore delle cose più semplici soltanto quando ce le porta via.
Un passo.
Una notte di sonno.
Una mattina senza dolore.
La possibilità di alzarsi, aprire una finestra, guardare fuori e decidere da soli che cosa fare della propria giornata.
Piccole libertà che non fanno notizia, non finiscono nei telegiornali e non meritano medaglie.
Ma sono la sostanza della vita.
E forse dovremmo ricordarcene anche quando stiamo bene.
Dovremmo imparare a non rimandare sempre la felicità a domani, a non aspettare che arrivi una disgrazia per accorgerci della bellezza nascosta nelle cose ordinarie.
Quanto a me, per il momento resto qui, in attesa che il temporale si decida a passare. Non so quando tornerà il sereno.
Sarebbe disonesto fingere di saperlo.
So soltanto che sono stanco. Molto stanco.
Ma continuo a raccontare quello che mi succede, anche quando non è bello da leggere. Perché la sofferenza non ha bisogno di essere abbellita per essere raccontata, e chi sta male non ha il dovere di mostrarsi sempre coraggioso, sorridente e pronto a combattere.
A volte, la cosa più coraggiosa è ammettere di non farcela da soli.
La morale di questa puntata?
Non giudichiamo mai la forza di una persona da quanto sorride, né la sua debolezza da quante volte si ferma.
Ci sono battaglie che non si vedono, dolori che non fanno rumore e giornate in cui arrivare a sera rappresenta già un'impresa.
La vita non è una gara a chi resiste di più.
E nessuno dovrebbe sentirsi in colpa perché, a un certo punto, ha bisogno di riposare, di piangere o semplicemente di dire, oggi non ce la faccio.
Se domani tornerà il sole, proverò a godermelo.
Se pioverà ancora, cercherò di non dimenticare che anche le tempeste, prima o poi, cambiano direzione.
Intanto, se qualcuno mi domanda come sto, forse risponderò ancora con una battuta.
È il mio modo di non lasciare che il dolore si prenda anche il diritto di sorridere.
Ma dietro quella battuta ci sarà sempre un uomo, con le sue paure e la sua stanchezza, che sta cercando di rimettersi in piedi.
Non chiedo alla vita di risparmiarmi ogni dolore.
Le chiedo soltanto, ogni tanto, di lasciarmi il tempo di riprendere fiato.
Perché anche chi ha imparato a resistere ha bisogno di una tregua.
E perché nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare ogni giorno quanto è capace di sopportare.