venerdì 13 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°118 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°118 – Febbraio 2026.
“L’energia che non muore”.

Siamo creature fragili, impastate di paure, cucite di debolezze, tenute insieme da una presunzione di forza che spesso è solo una buona messa in scena.
Eppure, penso a me stesso, a quel ragazzo di vent’anni che una volta ha sfiorato il confine, che ha guardato oltre la linea sottile dove il corpo smette di essere padrone e diventa solo involucro. 
Ho “assaggiato” la morte, o almeno quello che chiamiamo così per mancanza di parole migliori.
E allora, teoricamente, non dovrei temerla.
Dovrei sapere che non è una fine, ma un passaggio di stato, come l’acqua che evapora e continua a esistere sotto altra forma. 
Io la chiamo energia, perché mi consola pensare che nulla davvero si perda, che tutto si trasformi, come insegnano i fisici e i poeti.
Ma il corpo è un tiranno, e i sentimenti sono il suo esercito. 
Finché siamo qui, dentro questa carne testarda, restiamo prigionieri di paura, dolore, nostalgia, amore, rabbia, speranza. 
Un groviglio meraviglioso e terribile.
Forse la morte è solo il silenzio di tutto questo, la pace senza emozioni, la fine del rumore umano.
Forse.
Non sto filosofeggiando per fare il saggio da tastiera. 
Scrivo perché sento il bisogno di mettere ordine nel caos che ho dentro. 
Scrivo per capire me stesso, e forse per lasciare una traccia, come fanno gli animali quando marcano il territorio, per dire: “Sono passato di qui, ho pensato, ho avuto paura, ho amato la vita.”
Se in queste righe avete trovato un velo di tristezza, vi chiedo scusa.
Il Diario nasce per sorridere, per raccontare anche il dolore con un pizzico di ironia, ma ogni tanto l’anima chiede la parola senza filtri, e io non so negargliela.
Vi ringrazio per essere qui, per leggere, per camminarmi accanto in questo strano viaggio.
Alla prossima puntata.
Finché c’è energia, c’è racconto.

📝 Diario di bordo n°117 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°117 – Febbraio 2026.
“La filosofia del caffè ritrovato”.

Buongiorno mondo.
Eccomi di nuovo a casa, nel mio regno, tra le mie cose, i miei riti e le mie piccole manie che in clinica erano considerate quasi eresie.
La notte? 
Un misto tra veglia e sonno, come quelle trasmissioni notturne dove non capisci se stai guardando un film o un televendita dell’anima.
Sogni tanti, confusi, degni di una sceneggiatura surrealista. 
Ma ai sogni, come diceva qualcuno più saggio di me, non bisogna credere troppo, sono come alcuni politici, promettono molto e mantengono poco.
Mi sono alzato tardi, col lusso del pensionato filosofo, e mi sono concesso un viaggio mentale degno di Jules Verne, scenari futuri, catastrofi immaginarie, redenzioni epiche.
Poi ho deciso che era il momento di tornare uomo civile, doccia, sbarbata seria (perché la barba incolta sta bene ai poeti, non a un Pugliese con ambizioni borghesi), profumo strategico e aria da “sono tornato nel mondo dei vivi”.
E finalmente lui, il caffè espresso.
Otto febbraio, l’ultima tazzina casalinga.
Ho guardato quella macchinetta come si guarda una vecchia amante, con rispetto, nostalgia e un pizzico di gratitudine.
Il primo sorso è stato quasi mistico. 
Altro che spiritualità orientale, la vera meditazione è davanti a una tazzina fumante.
Poi è arrivato il momento della degustazione farmaceutica.
Altro che enoteca, protezione gastrica, pressione, antibiotico, e una sfilata di pillole che nemmeno a un convegno di farmacisti.
Dieci pillole al giorno, praticamente una dieta mediterranea versione Big Pharma.
Mi sento come un cocktail umano, agitato, non mescolato.
E infine voi.
I vostri messaggi.
Li leggo uno a uno, come un vecchio filosofo legge le lettere ricevute, con un sorriso che è metà commozione e metà incredulità.
Siete davvero immensi.
E sapete qual è la cosa più strana? 
Che a volte la vostra vicinanza fa più effetto di una flebo ben piazzata.
In fondo, come avrebbe detto De Crescenzo,
la medicina cura il corpo, ma sono gli esseri umani a curare l’anima.
E oggi, con un caffè in mano e una farmacia nello stomaco, mi sento un po’ più curato.

giovedì 12 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°116 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°116 – Febbraio 2026.
“Il corpo come officina e la paura del meccanico capo”.

Si torna a casa.
Quattro giorni di ricovero, ma sembrano quattro stagioni, quattro governi, quattro vite parallele.
Il tempo in clinica non scorre, ti osserva. 
Ti studia come un entomologo fa con un insetto raro, con quella pietà fredda della scienza.
Ogni ricovero è una nuova educazione sentimentale del corpo.
Il mio, povero corpo proletario, negli ultimi mesi ha chiesto manutenzione continua, come una vecchia 127 che non vuole saperne di andare in pensione.
Solo che questa volta ho capito una cosa scomoda, non basta più il tagliando, il rabbocco dell’olio, la carezza del meccanico gentile.
Qui si parla di pezzi da smontare, di scelte costose, di preventivi esistenziali.
E quando la vita ti presenta il conto, non c’è INPS che tenga.
Scendo le scale della clinica con la dignità di un reduce e la testa di un filosofo da corridoio.
Ogni gradino è un pensiero, ogni pensiero una paura.
Quella stanza, con le sue flebo e i suoi rumori notturni, forse mi proteggeva.
Era una prigione, sì, ma anche una culla.
Fuori invece c’è la libertà, che è sempre più spaventosa della reclusione.
Ora resta l’attesa di un ennesimo istologico.
Una parola che sembra una bestemmia scientifica, un oracolo moderno, un papiro digitale che dirà che tipo di “manutenzione” serve e dove bisogna portare questo corpo ormai diventato un cantiere.
Non è più poesia, è ingegneria della sopravvivenza.
Scendendo al piano terra, chiedo la cartella clinica agli uffici, come si chiede il passaporto per un viaggio che non sai se vuoi davvero fare.
Poi, mesto mesto, salgo in macchina con mia moglie e mio figlio.
Loro sono la mia unica vera assicurazione sulla vita.
La mia polizza più preziosa.
E mentre il motore dell'auto di mio figlio parte, penso una cosa, che la casa non è solo un luogo, è l’ultima ideologia rimasta.
Quella che ti dice resisti, anche se il mondo è un’officina rumorosa e il tuo corpo è un motore stanco che, nonostante tutto, vuole ancora girare.

📝 Diario di bordo n°115 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°115 – Febbraio 2026.
“Dimissioni, la parola più dolce e più amara del dizionario”.

Dimissioni, dimissioni, dimissioni.
Se le urli a un politico, quello chiama l’avvocato, il partito, la mamma e forse pure l’ONU.
Se le sussurri a un paziente, quello si alza dal letto come Lazzaro e ti abbraccia pure il primario.
Ebbene sì, cari miei affezionati lettori del Diario di bordo, oggi il medico che mi ha operato mi ha dato le dimissioni.
Dopo la TAC, dopo le facce serie, dopo i silenzi più eloquenti delle parole.
Non è che tutto stia bene, intendiamoci.
Qui non siamo nel film con il lieto fine, siamo nella serie TV dove il finale è rimandato alla prossima stagione.
Ora dobbiamo aspettare l’istologico, che è un po’ come il verdetto della vita scritto in piccolo, in un laboratorio, su un vetrino.
E le prospettive, diciamolo senza giri di parole, non sono proprio da spot pubblicitario.
Sento questo vortice negativo che mi tira giù, come una risacca che ti prende alle caviglie quando pensavi di essere già in salvo sulla spiaggia.
È una sensazione strana, sei felice di tornare a casa, ma ti porti dietro una valigia invisibile piena di domande, paure, ipotesi.
So che devo resistere.
Non per fare l’eroe, non per scrivere frasi da calendario motivazionale, ma per una cosa molto più semplice e molto più grande, mio figlio e chi mi vuole bene.
E per tutte le persone che, in silenzio o con messaggi, con una carezza o con una battuta, mi tengono ancora legato a questo mondo.
Per il restante… c’è tempo.
C’è tempo per arrabbiarsi, per capire, per combattere, per filosofeggiare, per ridere ancora delle cazzate della vita.
Oggi mi godo una cosa sola, tornare a casa non è una guarigione, ma è sempre una dichiarazione di speranza.
E, come ogni buon politico e ogni buon paziente, prometto che non mi dimetterò dalla vita. 
Almeno non senza fare un bel casino.

📝 Diario di bordo n°114 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°114 – Febbraio 2026
"Il cornetto fantasma”.

Questa mattina in corsia c’è un fermento degno di una rivoluzione proletaria.
Sono arrivati i cornetti.
I cornetti!
Pare che qualcuno tra infermieri e infermiere compia gli anni.
Parte subito la raffica di battute sull’età,
— “Quanti anni fai?”
— “Abbastanza per ricordarmi quando i cornetti erano fatti con il burro vero!”
Io, ingenuo come un bambino davanti alla vetrina di una pasticceria, penso: “Ecco, finalmente la svolta gastronomica della mia degenza”.
Entra la OSS. Sorrido. Lei sorride.
Io guardo il vassoio.
Antibiotico.
Solo antibiotico.
Il cornetto resta un miraggio metafisico, un’entità platonica, una promessa elettorale mai mantenuta.
Faccio mente locale, oggi è giovedì.
Un giovedì anonimo di febbraio, di quelli che non sanno di nulla, tranne che di disinfettante.
La volta scorsa uscii proprio di giovedì, come se fosse il mio giorno sacro della liberazione.
Ma questa volta… niente.
Le condizioni non sembrano consentire la fuga.
Il grande sogno della libertà resta rinviato, come una riforma strutturale in Italia.
Spero in domani, che è la più antica superstizione dell’umanità.
Vado in bagno per rigenerarmi, come un eremita moderno che cerca l’illuminazione tra una piastrella e una flebo.
Torno e trovo sul tavolo del latte al posto del tè.
Evvabbè, oggi facciamo la colazione rivoluzionaria, cambio menù, cambio regime, cambio ideologia nutrizionale.
Poi arriva il momento della passeggiata.
Ti alzi, piano piano, e porti il tuo cagnolino a passeggio nel corridoio.
Il cagnolino non è il nostro fido.
Il guinzaglio è il tubo.
Tu sei il padrone, ma anche il prigioniero.
Cammini lento, guardi gli altri pazienti, vi scambiate sguardi da vecchi partigiani della vita.
Nessuno dice molto, ma tutti sappiamo tutto.
E allora penso, questa è la misera vita del paziente da corsia urologica… ma è anche una vita dove ogni passo è una conquista, ogni sorso è una decisione politica, ogni cornetto mancato è una lezione di filosofia.
Forse la vera zingarata, alla fine, non è rubare il cornetto, è continuare a camminare con il proprio “cagnolino” verso qualcosa che assomiglia ancora alla libertà.
E se domani sarà venerdì di uscita, prometto, festeggerò con un cornetto. Anche solo immaginario.

📝 Diario di bordo n°113 - Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°113 - Febbraio 2026.
“Manifesto notturno della Repubblica Gastrointestinale”.

Sono le 02:30. L’ora in cui il mondo dorme, Dio fa il turno di notte e il corpo umano decide di parlare in dialetto intestinale.
La stanza è immersa in quel silenzio finto degli ospedali, quello che non è mai davvero silenzio, c’è il bip lontano di qualche monitor, il passo ovattato di un’infermiera che cammina come un ninja sanitario, e soprattutto… l’orchestra a fiato del reparto.
Scorregge. 
Flatulenze. 
Arie. 
Sinfonie.
Un concerto che neanche alla Scala, ma senza biglietto e con meno applausi.
Il camerata dirimpettaio ronfa con una convinzione ideologica degna di un comizio di partito. 
Ogni tanto fa una pausa, come per prendere fiato, poi riparte con la seconda mozione congressuale in tonalità grave.
E in mezzo, come una risposta parlamentare non richiesta, parte una scorreggia.
Dialogo tra apparato respiratorio e apparato gastroenterico.
Un dibattito pluralista.
Le luci sono spente, restano accese solo quelle dei corridoi, quel chiarore da film di fantascienza povero, dove ti aspetti che da un momento all’altro esca un medico in camice con l’aria da Darth Vader della sanità pubblica.
Le infermiere e le OSS, forse, stanno schiacciando un pisolino. 
Dico forse, perché in realtà in clinica nessuno dorme davvero, si fa finta, come in politica quando si dice “ci stiamo lavorando”.
Io invece chatto con mio figlio. Anche lui sveglio.
E lì ti rendi conto che la notte non è solo buio, è un tempo sospeso, dove padre e figlio si incontrano in una bolla di messaggi, come due astronauti che si scambiano segnali da orbite diverse.
E ti dici, guarda un po’, la tecnologia ci rende più vicini anche quando siamo distanti.
Altro che filosofia, questa è telematica dell’anima.
Poi penso: “Vabbè, riproviamo a dormire”.
Qui mica è casa mia, dove posso fare sciopero del risveglio e proclamare l’occupazione del cuscino fino a mezzogiorno.
No.
Qui alle 6 scatta l’alza bandiera, il cambio turno, il rituale sacro della flebo mattutina.
E guai a non essere operativo, l’infermiera-sergente maggiore ti rovescia addosso l’ultima fisiologica come fosse un gavettone di disciplina militare.
Altro che dolce risveglio, è l’addestramento NATO del paziente oncologico.
E mentre cerco il sonno, penso che questa stanza è una piccola Italia, uno russa, uno scorreggia, uno chatta, qualcuno lavora, qualcuno dorme in piedi, qualcuno finge.
Un microcosmo dove la vita continua, anche nelle sue manifestazioni più… rumorose.
E allora mi viene da sorridere.
Perché finché c’è una scorreggia, c’è speranza.
Finché c’è un figlio che risponde su WhatsApp alle due e mezza di notte, c’è futuro.
Finché c’è un’infermiera che ti sveglia, significa che sei ancora qui a rompere le scatole al mondo.
La notte passa.
Il reparto respira.
Io pure.
E domani, alle sei, si alza la bandiera.
E noi, patrioti della sopravvivenza, saremo lì, sull’attenti, con la flebo in mano e la dignità in tasca.
Buonanotte, se ci riesco.
E buona vita, anche se fa rumore.

mercoledì 11 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°112 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°112 – Febbraio 2026.
“La pizzaiola quantistica e il pangasio metafisico”.

Oggi, nei commenti, mi avete chiesto con insistenza:
“Ma che ti hanno dato da mangiare?”
E io, che sono un uomo trasparente come un brodo ospedaliero (ahimè), vi racconto tutto, senza censure e senza protezione civile del gusto.
Il primo piatto era una pasta alla pizzaiola, o meglio, un’idea platonica di pizzaiola, una sorta di supercazzola culinaria prematurata con scappellamento a destra, come se il cuoco avesse detto: “Facciamo finta che questa sia buona, e vediamo se qualcuno se ne accorge”.
La pasta, dopo un’ora nei contenitori, aveva assunto quella consistenza filosofica tra il colloso e il metafisico, una roba che se la lanciavi contro il muro faceva tac e rimaneva lì a meditare.
Il secondo: pangasio in brodaglia.
Timido, insapore, esistenzialista.
Un pesce che sembrava chiedermi scusa per esistere.
Le patate a pezzi erano lì, a galleggiare come scialuppe di salvataggio per il palato naufragato.
Poi la cena.
Brodo. Che ho lasciato intatto, per rispetto, non volevo disturbare la sua integrità ontologica.
E una frittata al gusto di uova (grazie per la specifica) con contorno di una verdura misteriosa, probabilmente una specie vegetale in via di estinzione, scoperta in una spedizione dell’ONU nei corridoi della cucina.
Alla fine, come ogni bravo partigiano del gusto, mi sono consolato con un panino alla mortadella di contrabbando, introdotto clandestinamente da mia moglie con modalità degne della Resistenza.
Un panino che, ve lo giuro, aveva il sapore della libertà, della dignità, della Costituzione repubblicana e anche un po’ della Beatificazione di San Prosciutto.
E mentre masticavo quella fetta rosa, mi è venuta una riflessione seria (perché anche tra una supercazzola e l’altra, il cervello ogni tanto fa sul serio), qui dentro ti tolgono il controllo su tutto, persino sul cibo.
Ma finché riesci a ridere, a raccontarlo, a farne una storia condivisa, non sei un paziente, sei ancora un narratore della tua vita.
E allora, cari miei, anche oggi è andata.
Con scappellamento a sinistra, tarapia tapioco, e un brindisi immaginario alla mortadella clandestina.
Alla prossima puntata.
Sempre in onda, sempre vivo, sempre un po’ supercazzolato.

* p.s. nella foto il brodino serale.

📝 Diario di bordo n°111 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°111 – Febbraio 2026.
“La zingarata del brodino e altre liturgie ospedaliere”.

Qui in clinica la vita non si misura in ore, ma in riti sacri e profani, colazione, cambio turno, visita parenti, pranzo, flebo, cena, flebo bis, e poi la grande notte con il concerto dei carrelli, dei sospiri e delle porte che sbattono come comparse in un film neorealista.
Tra una puntura e un “buongiorno caro”, si ascoltano i dialoghi del personale.
Un teatro umano degno di Amici miei, versione reparto urologia.
Infermieri che commentano la vita, OSS che filosofeggiano sulla pasta scotta, barellieri che sanno più storie di un archivio comunale.
Altro che Netflix, qui la serie è in diretta e senza pubblicità.
Io, seduto al tavolo, attendo il pranzo di un mercoledì qualunque.
Ma non è un mercoledì qualunque, è un mercoledì di un paziente oncologico che spera, che contratta con l’universo, che fa patti con il destino come un giocatore di briscola metafisica.
E nel frattempo leggo i vostri messaggi.
Vi confesso una cosa, con tono da Mascetti in versione sentimentale, voi siete la mia terapia sperimentale più potente.
Altro che molecole di ultima generazione, una parola buona, una battuta, un “ti siamo vicini” ti rimette in piedi più di una flebo di entusiasmo concentrato.
Ora ho un po’ di fame.
E soprattutto ho una curiosità scientifica degna del CERN, oggi cosa mi rifileranno?
Brodino esistenzialista? 
Pasta con sugo che strizza l’occhio? 
Mistero proteico non identificato?
Qui ogni pranzo è una zingarata gastronomica, un salto nel buio con la forchetta.
Eppure, in questa routine un po’ comica e un po’ tragica, mi accorgo di una cosa strana,
la vita non si ferma, si riduce all’essenziale.
Un piatto, una parola, una risata in corridoio, un messaggio sul telefono diventano eventi cosmici.
Forse la vera zingarata della vita è questa:
quando tutto si restringe, ti accorgi finalmente di quanto è grande quello che resta.

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.
“Matrix, la TAC e l’illusione dell’immortalità (versione corsia 3)”.

Eccomi supino, immobile come un reperto archeologico di me stesso, su una macchina che sembra progettata da un ingegnere fanatico di Matrix e di Star Trek.
Il tecnico, giovane, calmo, quasi zen, mi spiega il rituale iniziatico:
“Ora una flebo. Sentirà calore ovunque e un sapore metallico in bocca. 
Tranquillo. 
Se ha problemi, alzi il braccio.”
Alzi il braccio.
Come se, nel bel mezzo del tunnel della vita, bastasse alzare un braccio per fermare il sistema.
Io però mi fido. Dei giovani mi fido ciecamente, hanno ancora quell’aria da “non sappiamo tutto, ma ci proviamo con dignità”, che già è una rivoluzione.
Parte la macchina.
Entro nel tunnel.
Un vortice ruota intorno a me come se stessi per essere scaricato in un server cosmico.
E arriva il calore.
Un caldo epico, totalizzante, quasi mistico.
Mi sento ufficialmente collegato alla Matrix sanitaria nazionale. 
“Benvenuto, paziente Pugliese, livello di coscienza, ironico ma collaborativo”.
Il corpo è lì, fermo.
La mente invece parte per un viaggio interstellare, futuro, scenari, possibilità, paure, speranze, sogni.
Mentre la macchina gira, io giro dentro me stesso.
E penso, chissà cosa vedono di me queste immagini.
File, pixel, sezioni, numeri.
Io ridotto a dati.
Un avatar biologico da interpretare.
Poi tutto si ferma.
Silenzio.
“Abbiamo terminato.”
Nessun oracolo, nessuna rivelazione, nessun Morpheus con gli occhiali da sole.
Solo Caronte, versione infermiera, che mi traghetta sulle mie gambe verso la mia camera.
Altro che barca sullo Stige, qui il traghetto è sulle mie gambe e profuma di disinfettante.
Torno in camera.
Colazione che mi guarda speranzosa come se dicesse: “Dai, facciamo finta che tutto sia normale”.
Telefono a casa, “Ho finito la TAC.”
Fine del bollettino.
La vita, anche quando è sospesa tra un referto e l’altro, continua con una banalità disarmante.
E allora penso che forse siamo questo.
Un miscuglio di carne, memoria, ironia e paura.
Un file temporaneo in un universo che fa backup senza chiederci il consenso.
Ma finché possiamo raccontarci, prenderci in giro, immaginare Matrix dentro una TAC e Caronte con il lascia passare della clinica, forse non siamo solo pazienti.
Siamo narratori di noi stessi.
E questa, in fondo, è la vera ribellione al sistema.
Fine puntata.
La Matrix può attendere. Io devo finire il tè.

📝 Diario di bordo n°109 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°109 – Febbraio 2026.
“La TAC e il portale della verità”.

“Pugliese, chi è Pugliese?”
La voce è imponente, metallica, degna di un comandante di astronave.
Mi sento chiamato come Neo quando scopre di essere l’Eletto, solo che al posto del trench nero indosso un pigiama blu con un pantaloncino.
È lei, la mia Caronte della clinica, versione reparto TAC.
Passo deciso, sguardo da “oggi il mondo non mi capisce”, e una scia di nervosismo che potrebbe alimentare una centrale elettrica.
Mi accompagna lungo i corridoi come se fossimo in una missione top secret della Nebuchadnezzar, con infermieri e pazienti che attraversano il campo visivo come comparse digitali.
Arriviamo davanti alla porta della sala TAC devo attendere con pazienza che arrivi il mio turno.
Io resto lì, in una specie di limbo, mentre intorno a me si materializza un via vai di anime perse.
“Da dove si esce?”
“Scusi, l’ascensore?”
“Questo è il reparto giusto?”
Ed ecco che, senza volerlo, divento il Portinaio dell’Oracolo.
Indico porte, ascensori, corridoi, come un NPC gentile di un videogioco ospedaliero.
Finalmente la porta si apre.
Appare una ragazza giovanissima, gentilissima, con quell’aria rassicurante che ti fa pensare, “Ok, se mi scansionano l’anima, lo fanno con garbo”.
Subito dopo compare un altro ragazzo, dietro una porta piena di luci e schermi.
Matrix puro. Io al centro, loro i tecnici del sistema.
Mi spiegano tutto, nei minimi dettagli.
Il tipo è così preciso che penso, “Questo sa più cose del mio manuale di istruzioni per la vita”.
E io, da buon matusa, annuisco con rispetto, come un discepolo davanti al Maestro della Tomografia.
Mi stendo sul macchinario.
La TAC davanti a me sembra una bocca cosmica pronta a inghiottirmi per restituirmi in formato digitale.
Neo aveva la pillola rossa e quella blu.
Io ho il mezzo di contrasto e il cortisone.
E mentre mi preparo alla scansione, penso che questa è la mia Matrix, non una realtà virtuale, ma una realtà fin troppo reale, dove la tecnologia ti guarda dentro, e tu cerchi di non perdere quello che hai fuori, l’ironia, la voce, il racconto.
Il resto ve lo racconto nella prossima puntata.
Per ora, mi avvicino al portale, e mi chiedo:
“Cosa vedranno dentro di me, e cosa, invece, nessuna macchina potrà mai scansionare?”

📝 Diario di bordo n°108 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°108 – Febbraio 2026.
“Nel mezzo della TAC, tra Morfeo e cortisone”.

Buongiorno a voi, anime in transito sulla mia personale Commedia clinica.
Sono in attesa della TAC, quella macchina-oracolo che leggerà le mie viscere come un notaio legge un testamento.
La notte, sorprendentemente, è passata indenne.
Alle 21:30 una infermiera, novella Beatrice del reparto, ha spento le luci e io, con la furbizia di un contrabbandiere di sonno, ho socchiuso gli occhi.
Morfeo, senza chiedere il consenso informato, mi ha preso tra le braccia come un anestesista sentimentale.
Verso mezzanotte, ecco un’altra infermiera che mi sveglia per il cortisone.
Prendo la pasticca come un pellegrino prende l’ostia, mi riaddormento, mi risveglio, mi riaddormento, una piccola Divina Commedia in tre atti, senza Virgilio ma con tante pillole.
Alle sei, altra sveglia. 
Altre compresse.
Il corpo ormai risponde per riflesso, suona qualcosa, io ingoio.
Siamo diventati una coppia affiatata, io e la farmacia.
Arriva la signora delle vivande, con il carrello che sembra quello dei peccati capitali, ma io niente colazione, digiuno mistico in preparazione alla TAC.
Mentre gli altri addentano biscotti e fette biscottate, io sto supino come un monaco penitente, a contemplare il soffitto e i miei pensieri.
E mentre aspetto, penso che questa macchina mi vedrà dentro più di quanto io abbia mai osato guardarmi.
La TAC è una specie di giudizio universale in miniatura, separa il buono dal sospetto, il normale dal problematico, l’ignoto dal già condannato.
Io, intanto, scrivo.
Per non sentirmi solo un corpo da scansionare, ma un uomo che attraversa il suo Inferno con una penna in mano e una battuta pronta sulle labbra.
E se anche oggi mi sento un po’ Dante smarrito nella selva oscura, mi consola una cosa,
finché posso raccontarlo, vuol dire che non sono ancora un referto, ma una storia viva che cammina (o almeno aspetta) verso il suo Purgatorio.

📝 Diario di bordo n°107 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°107 – Febbraio 2026.
“La TAC, la pasta e altre rivelazioni proletarie”.

Domani mi tocca la TAC con il contrasto.
La TAC.
Quella creatura mitologica di cui tutti parlano come se fosse una divinità laica della medicina moderna, onnisciente, onniveggente, un po’ sadica.
Io l’ho sempre immaginata come una signora elegante, un po’ fredda, che ti guarda nudo dentro senza chiedere permesso.
Domani, questa monella, tocca a me.
Nel frattempo mi hanno iniziato a dare il cortisone.
Una parola che suona come una benedizione e una condanna insieme.
Qui il tempo non passa, si trascina, come un vecchio proletario stanco dopo un turno di fabbrica.
Ogni minuto è un compagno di stanza silenzioso che ti guarda e ti dice, “Io sono tuo, ma ti costerò caro”.
E poi il pranzo.
Il pranzo in clinica è un’esperienza antropologica.
Di solito brodino, simbolo universale della sofferenza ospedaliera, un brodino che sembra fatto con l’acqua dei sogni infranti.
Oggi invece sorpresa, pasta al sugo.
Mi strizzava l’occhio dal piatto, rossa, popolare, quasi sovversiva.
Ho pensato, questa è la vera rivoluzione, altro che i decreti legge.
Un piatto di pasta in corsia è un atto politico.
E per una "zecca rossa" come me, va anche bene.
Mentre mangiavo, mi è venuto da pensare che il corpo è un campo di battaglia e anche una borgata, pieno di contraddizioni, di miserie e di bellezza.
La TAC guarderà dentro le mie periferie interiori, le mie zone degradate e quelle ancora vitali.
Speriamo trovi ancora qualche bar, qualche piazza, qualche bambino che gioca.
Domani mi sdraierò in quella macchina rumorosa come un treno di notte,
e lascerò che mi leggano come un libro che nemmeno io ho mai finito di comprendere.
Intanto mi godo questa pasta sovversiva, questo cortisone borghese, questo tempo proletario.
Perché anche in corsia, tra una flebo e una TAC, la vita resta scandalosamente, ostinatamente, meravigliosamente viva.

martedì 10 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°106 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°106 – Febbraio 2026.
“Canto dell’uomo che trema e a paura”.

Mi dite di combattere.
E io combatto, sì.
Ma vi assicuro che non sono un eroe, né un super uomo.
Non ho mantelli, non ho superpoteri, non ho frasi da film motivazionale.
Ho solo un corpo stanco e una mente che ogni tanto vacilla, come una barca in un mare troppo grande.
Tutti abbiamo paura.
Tutti portiamo timori nascosti, come cicatrici sotto i vestiti.
Chi li racconta, chi li espone alla luce, sembra forte, sembra invincibile.
Ma è un’illusione.
Io, che scrivo e parlo, mi sento spesso più fragile del più fragile tra di voi.
E forse proprio per questo scrivo, per non sprofondare nel silenzio per non tradire le emozioni.
Scrivo per sconfiggere il male che mi attanaglia, e che avanza senza tregua, ma so bene che, in fondo, scrivo soprattutto per convincere me stesso che la speranza è ancora una possibilità, che il dolore non è l’ultima parola, che la notte non ha l’esclusiva sul tempo.
Oggi anche scrivere mi pesa.
Perché l’angoscia è una nebbia che non resta solo addosso, può scivolare anche sugli altri ed è quello che non voglio.
Questo Diario era nato per sorridere, per scherzare sulle pietre d’inciampo che la vita ti riserva, per dire che si può inciampare e ridere nello stesso istante, come clown filosofici in un circo chiamato vita.
Perciò basta piagnistei.
Basta lacrime trasformate in parole troppo scure.
Voi, amici miei, meritate luce, non solo ombre.
Vi abbraccio, davvero.
E vi do appuntamento alla prossima puntata.
Perché qui, tra flebo e corridoi, tra silenzi e macchine che fanno bip, la vita continua a scorrere.
E se continua lei, continuerò anch’io a raccontarla.
Magari tremando, magari sorridendo, ma sempre camminando per guardarla in faccia.
E come direbbe un Dante con la tastiera in mano, “E quindi uscimmo a riveder le stelle… o almeno il neon del corridoio.”

📝 Diario di bordo n°105 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°105 – Febbraio 2026.
“Il dolore, la dignità e il primo passo”.

La notte è stata durissima.
Supino, immobile, con il corpo che reclama attenzione e la mente che cerca tregua.
Dolori lancinanti, come messaggeri ostinati che non conoscono il silenzio.
Ho trattenuto i lamenti, più per pudore che per eroismo, come se il dolore, quando è condiviso, dovesse chiedere permesso.
Due angeli infermieri hanno vegliato su di me.
Hanno fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità, e forse anche di più.
In quei gesti professionali, ripetuti mille volte, ho percepito qualcosa di raro, una forma silenziosa di compassione operativa.
Non parole, ma azioni.
E per questo sono loro grato.
Poi l’alba.
Arriva sempre, anche quando non la si aspetta più.
Sono stanco, più stanco del dovuto, come se la notte non avesse solo sottratto sonno, ma anche pezzi di energia vitale.
Con il cambio turno arrivano le OSS.
Altri angeli, con un nome meno poetico ma con una presenza altrettanto umana.
Entra la signora con il carrello per l’igiene personale.
Ho sempre rifiutato, per pudore, per quella strana idea di dignità che spesso confondiamo con l’orgoglio.
Ma oggi no.
Oggi ho davvero bisogno di essere aiutato.
Mi armo di forza per nascondere la vergogna e mi lascio fare.
Lei mi tratta con la delicatezza di una madre.
Capisce il mio imbarazzo, lo accoglie, lo sdrammatizza.
In quel momento capisco che la vera dignità non è nel fare tutto da soli, ma nel sapersi affidare senza perdere il rispetto per se stessi.
Quando finisce, mi sento più pulito, più leggero, più umano.
Chiedo se posso alzarmi.
Ricevo il consenso, con mille raccomandazioni.
Mi siedo sulla sedia, un gesto minuscolo per il mondo, enorme per il mio corpo.
Le OSS cambiano le lenzuola.
Io guardo il letto come si guarda una trincea appena lasciata.
È un piccolo passo in camera.
Ma è anche un grande salto nella guarigione.
O forse è solo una tregua, ma oggi mi basta.
Alle 8 entra il medico che mi ha operato.
Parla.
Ascolto.
Per me non ci sono buone notizie.
Eppure, mentre lo ascolto, penso che la vita sia una strana negoziazione continua tra ciò che vorremmo e ciò che ci viene concesso.
Non sempre scegliamo le carte che ci vengono date, ma scegliamo sempre come giocarle.
Oggi ho imparato che anche sedersi su una sedia può essere una vittoria, che affidarsi a mani estranee può essere una forma di umanità, e che la verità, anche quando è dura, resta l’unico punto solido da cui partire per continuare a pensare, a sperare, a essere.
Ho tanta paura.

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.
“La stanza delle gocce e delle speranze”.

Questa volta è dura.
No, anzi, questa volta sembra davvero dura.
Ma io, testardo come un mulo filosofico, continuo a sperare. 
Anche quando la logica suggerirebbe prudenza, io mi aggrappo all’irrazionale, al “magari”, al “e se…”.
Guardo la flebo.
Le gocce scendono lente, regolari, disciplinate come soldatini in marcia.
Ma oggi non mi sembrano gocce fisiologiche, mi sembrano lacrime.
Lacrime silenziose, come le mie, che in questa stanza sterile scendono senza fare rumore, senza disturbare nessuno, come se anche il dolore avesse imparato le buone maniere.
Piango?
Sì.
Ma non per disperazione totale. Piango perché sono vivo, perché ho paura, perché ci tengo.
E chi se ne frega se un uomo piange, è solo il corpo che fa manutenzione all’anima.
Io ce la devo fare.
Non per eroismo, non per retorica da film americano.
Ce la devo fare perché la vita, anche quando è storta, è ancora mia. 
E io sono geloso delle mie cose, pure quando fanno male.
Ora non resta che aspettare.
Aspettare l’istologico, aspettare i verdetti, aspettare che qualcuno, in un laboratorio lontano, decida quanta speranza posso permettermi.
E nel frattempo incrocio le dita, le braccia, le gambe e, se serve, pure le convinzioni metafisiche.
E sì, perché no, spero anche in qualcosa che va oltre il materiale. 
Una specie di bonus cosmico, una spinta invisibile, un “dai Giovanni, resisti ancora un po’”.
Intanto premo il campanello.
Arriverà l’infermiere a cambiare l’ennesima flebo.
Un gesto tecnico, pratico, quasi banale.
Eppure ogni sacca nuova è come un piccolo patto con il futuro, continuiamo.
E mentre aspetto che qualcuno entri con guanti, camice e professionalità, penso che forse la speranza funziona come una flebo,
non fa miracoli immediati, ma goccia dopo goccia ti tiene ancora qui.
E finché sei qui, hai ancora diritto a rompere le scatole all’universo.

📝 Diario di bordo n°103 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°103 – Febbraio 2026.
“Nel girone sterile, con Morfeo in panchina”.

Eccomi in sala operatoria.
Un via vai degno di una stazione ferroviaria dell’aldilà, infermieri, medici, addetti alla sala… una coreografia perfetta, sincronizzata, quasi coreografata come un balletto infernale diretto dal Primario Supremo.
Il gelo è sempre quello.
Le luci bianche, lattiginose, cliniche, ti guardano come occhi di un Dio fluorescente.
Sono lì, steso sulla barella, immobile come un’anima in attesa di giudizio, mentre i pensieri corrono più veloci delle flebo.
Paure, ricordi, domande esistenziali, una jam session mentale degna del Purgatorio.
Fa un freddo cane. 
Anzi, no, fa un freddo da cerchio polare sanitario.
Con la coda dell’occhio cerco di capire quanto tempo mi resta prima di diventare un ghiacciolo umano con cartellino clinico.
Penso, se mi dimenticano qui, mi scongeleranno a Pasqua.
Arriva una dottoressa (o un’entità angelico-sanitaria) che mi fa una specie di interrogatorio esistenziale.
Poi compare lui, il mio pusher preferito, l’anestesista.
Mi saluta con entusiasmo, come se fossimo vecchi amici al bar: “Oh, Giovanni! Bentornato!”.
Bentornato? Ma questa è la terza stagione della serie!
Infine una dolce infermiera cerca di rassicurarmi, con quella voce che mescola professionalità e umanità, una cosa rarissima e preziosa come l’acqua nel deserto.
Mi fanno l’epidurale.
E qui decido di fare il ribelle, niente Morfeo, niente viaggio nel sonno eterno.
Questa volta resto sveglio. Voglio vedere. Voglio capire.
E infatti guardo l’intervento su un monitor, come se stessi seguendo una puntata di “Chirurgia estrema – versione Giovanni”.
Surreale. 
Il mio corpo diventa una serie TV, io il pubblico pagante.
Finito tutto, chiedo informazioni al chirurgo.
Le risposte non sono rassicuranti.
Ma questo è materiale per la prossima puntata.
Per ora mi limito a dire questo: nell’Inferno sterile della sala operatoria, ho capito che la paura non è il contrario del coraggio. 
È solo la sua ombra.
E io, anche oggi, ho deciso di camminare lo stesso.

p.s. questa volta è dura.😖

📝 Diario di bordo n°102 – Febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°102 – Febbraio 2026
“Nel girone dei tre letti e dei portantini fraterni”.

La stanza, come da liturgia ospedaliera, è un triangolo sacro, tre letti, tre anime, tre destini sospesi.
Al momento siamo in due, io, veterano del girone, e un novizio che guarda il soffitto come se stesse cercando Dio tra le crepe dell’intonaco.
Mi chiede informazioni, con quella voce che ha già capito tutto ma spera che io menta.
E io, novello Virgilio in pigiama, gli spiego il percorso: accettazione, attesa, barella, sala operatoria, risveglio mistico con flebo incorporata.
Parliamo di noi, dei nostri guai, delle paure che qui diventano più educatamente sincere. In corsia la maschera cade, e resta l’essere umano, nudo come un Wi-Fi senza password.
Alle 10:20 rientra il terzo pellegrino.
Taciturno, occhi spalancati, sguardo di chi ha visto il girone precedente e ha deciso di non recensirlo su TripAdvisor.
Lo salutiamo come si saluta chi torna da un viaggio di cui non vuoi i dettagli.
Ore 10:40.
Ecco il suono epico: il cigolio della barella.
È la mia chiamata alle armi.
I portantini arrivano come angeli custodi con accento pugliese.
“Fratè, sempre qua stai?”
“Fratm”, aggiunge l’altro, che evidentemente ha brevettato l’abbreviazione affettiva.
Mi sento a casa.
In fondo, quando ti chiamano per soprannome, vuol dire che sei diventato parte del mobilio umano dell’ospedale.
Mi caricano sulla barella e partiamo, io e il mio destriero a rotelle, lungo i corridoi fluorescenti.
È il mio pellegrinaggio quotidiano, con meno canti gregoriani e più cloro.
Attraverso i corridoi come Dante tra i gironi, ma senza Virgilio, solo con un portantino che fischietta e un neon che giudica.
E mentre scivolo verso la sala operatoria, mi viene da pensare che questa è una strana Commedia, non c’è Inferno, non c’è Purgatorio, non c’è Paradiso.
C’è solo l’attesa, che è il vero girone moderno.
Eppure, in mezzo a tutto questo, ci scappa una risata, un “fratm”, un dialogo con uno sconosciuto che ti racconta la sua vita come se foste vecchi amici.
Forse è questo il paradosso, che nei luoghi dove si entra più fragili, si esce un po’ più umani.
E che anche su una barella, tra un neon e un corridoio, si può ancora sentire una cosa rarissima, la fraternità.
E allora vai, avanti tutta, o pellegrino Giovanni.
Il girone continua, ma tu continui con lui.
E questo, alla fine, è già una piccola vittoria..

lunedì 9 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°101 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°101 – Febbraio 2026.
“Caronte ero io (e non me n’ero accorto)”.

L’attesa è snervante.
E mentre aspetto, in questa anticamera dell’Ade sanitario, mi colpisce un pensiero degno del miglior Dante versione reparto ospedaliero, il mio Caronte sono io.
Chi meglio di me può traghettare questo povero corpo, ormai veterano di corsie, flebo e corridoi infiniti, verso la stanza del ricovero?
Altro che barcaiolo infernale, qui il biglietto lo pago io, la barca la spingo io, e pure il remo me lo sono comprato in farmacia.
Ecco, mi chiamano.
Saliamo insieme, un piccolo corteo di anime con la valigia, ciascuna con il proprio girone personale.
Io ormai sono un veterano, sì. Ma non un supereroe. 
Le paure stanno lì, sedute accanto a me, educate ma insistenti, come parenti a pranzo la domenica.
Questa volta ho fatto il professionista, mi porto il cuscino da casa.
Niente furti, niente colpi di mano notturni come nel ricovero precedente. 
Ho deciso di restare nella legalità, almeno in materia di biancheria ospedaliera. 
Un passo avanti per l’uomo, un balzo per il paziente incallito.
Eccomi in camera.
È la stanza della prima volta. Un déjà vu che sa di ritorno alle origini, come Ulisse che torna a Itaca… ma con il camice aperto dietro e le ciabatte antiscivolo.
Sistemo le mie cianfrusaglie, i miei talismani tecnologici, il caricabatterie come fosse un rosario, e infine indosso il camice.
Il mantello ufficiale del pellegrino sanitario.
A dopo. 😘
Se Caronte sono io, allora significa che, in fondo, il viaggio lo sto scegliendo io. 
E questa è forse la parte più difficile, ma anche la più umana, continuare a salire sulla barca, nonostante tutto.

📝 Diario di bordo n°100 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°100 – Febbraio 2026.
“Centesima puntata e il mio Caronte”.

Ecco, ci siamo.
Sveglia alle 6. Il caffè scende come una benedizione laica e io faccio mente locale sulle ultimissime incombenze, come se stessi partendo per un viaggio intercontinentale e non per una sala operatoria. 
In fondo, è pur sempre un viaggio. 
Solo che il souvenir è una cicatrice.
Alle 7 si parte. Con me mia moglie e mio figlio, la mia scorta armata d’amore.
Appena varco la porta, i gatti del giardino mi guardano come se sapessero tutto. 
Mi salutano con quello sguardo da filosofi zen: “Umano, torna. E ricordati di darci da mangiare”. 
Mi fanno una tenerezza infinita. Forse anche loro percepiscono che oggi il loro coinquilino bipede va a fare una cosa seria.
Arrivo alla clinica. La guardo da fuori.
Imponente, fredda, un po’ minacciosa.
Per un attimo mi viene il pensiero classico, entro o scappo?
Scappo dove, poi? 
Al massimo fino al bar a prendere un altro caffè e poi tornare indietro come un cane col guinzaglio invisibile.
Entro. Non ho alternative. 
E in fondo, non voglio alternative.
Dentro ci sono altri come me. 
Facce tese, sorrisi di circostanza, occhi che raccontano romanzi interi. 
È strano come, in questi luoghi, ti senti improvvisamente parte di una comunità silenziosa. 
Non siamo eroi, non siamo martiri. 
Siamo solo persone che cercano di restare qui un altro po’.
Ora attendo il mio “Caronte”. 
Quello che mi accompagnerà in stanza, verso questa nuova avventura chirurgica.
Spero solo che il traghettatore oggi sia di buon umore e non abbia visto troppi film drammatici.
Che Dio me la mandi buona.
A dopo, cari lettori.
O perlomeno… lo spero.
E se torno, vi racconterò tutto. 
Con ironia, ovviamente, perché anche l’Ade, se lo racconti bene, può sembrare un capitolo di commedia.

📝 Diario di bordo n°99 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°99 – Febbraio 2026.
“Il cotton fioc con ambizioni politiche”.

Questa mattina missione tampone.
20 euro. Ventiii.
Altro che prevenzione pubblica, qui la prevenzione è a tariffa oraria, tipo parcheggio in aereoporto, ma per le narici.
In clinica vogliono essere certi che io non entri come un moderno cavallo di Troia virale nel reparto. 
Giusto, sacrosanto. 
Però ogni volta che ti ammali scopri una verità semplice e brutale, la malattia è anche un mutuo, solo che è senza la casa.
Una volta avevamo il welfare che faceva invidia al mondo. 
Oggi, se non hai i soldi, puoi anche metterti in fila, fare amicizia col muro e aspettare con calma. 
Magari ti fanno pure un monumento: “Qui giace Giovanni, in attesa del turno”.
Ore 9:30, rione Tamburi, farmacia Clemente.
Altro che farmacia, un ipermercato della salute. Ti manca il latte? Ce l’hanno. Ti manca l’ossigeno? Probabilmente pure quello.
Vado alla cassa, pago, e nemmeno il tempo di salutare che arriva l’addetta con un cotton fioc degno del bastone di un’antenna tv.
Mi perfora entrambe le narici con la delicatezza di un sondaggio politico, “Vediamo cosa pensa il tuo cervello del mondo”.
Dieci minuti di attesa. 
Io lì, a fissare il muro come se fosse un oracolo greco.
Esito: NEGATIVO.
Appost. Pass timbrato. Via libera al ricovero.
Una piccola vittoria, un'altra bandierina piantata.
E mentre torno a casa penso che la sanità, oggi, è un po’ come questo tampone, una procedura rapida, precisa, ma che ti ricorda quanto sei fragile e quanto costa difendere quella fragilità.
Però, oh, almeno per oggi, il nemico è fuori.
Dentro resto io, con le mie paure e un naso che non dimenticherà facilmente questa giornata.

📝 Diario di bordo n°118 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°118 – Febbraio 2026. “L’energia che non muore”. Siamo creature fragili, impastate di paure, cucite di debol...