mercoledì 11 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°110 – Febbraio 2026.
“Matrix, la TAC e l’illusione dell’immortalità (versione corsia 3)”.

Eccomi supino, immobile come un reperto archeologico di me stesso, su una macchina che sembra progettata da un ingegnere fanatico di Matrix e di Star Trek.
Il tecnico, giovane, calmo, quasi zen, mi spiega il rituale iniziatico:
“Ora una flebo. Sentirà calore ovunque e un sapore metallico in bocca. 
Tranquillo. 
Se ha problemi, alzi il braccio.”
Alzi il braccio.
Come se, nel bel mezzo del tunnel della vita, bastasse alzare un braccio per fermare il sistema.
Io però mi fido. Dei giovani mi fido ciecamente, hanno ancora quell’aria da “non sappiamo tutto, ma ci proviamo con dignità”, che già è una rivoluzione.
Parte la macchina.
Entro nel tunnel.
Un vortice ruota intorno a me come se stessi per essere scaricato in un server cosmico.
E arriva il calore.
Un caldo epico, totalizzante, quasi mistico.
Mi sento ufficialmente collegato alla Matrix sanitaria nazionale. 
“Benvenuto, paziente Pugliese, livello di coscienza, ironico ma collaborativo”.
Il corpo è lì, fermo.
La mente invece parte per un viaggio interstellare, futuro, scenari, possibilità, paure, speranze, sogni.
Mentre la macchina gira, io giro dentro me stesso.
E penso, chissà cosa vedono di me queste immagini.
File, pixel, sezioni, numeri.
Io ridotto a dati.
Un avatar biologico da interpretare.
Poi tutto si ferma.
Silenzio.
“Abbiamo terminato.”
Nessun oracolo, nessuna rivelazione, nessun Morpheus con gli occhiali da sole.
Solo Caronte, versione infermiera, che mi traghetta sulle mie gambe verso la mia camera.
Altro che barca sullo Stige, qui il traghetto è sulle mie gambe e profuma di disinfettante.
Torno in camera.
Colazione che mi guarda speranzosa come se dicesse: “Dai, facciamo finta che tutto sia normale”.
Telefono a casa, “Ho finito la TAC.”
Fine del bollettino.
La vita, anche quando è sospesa tra un referto e l’altro, continua con una banalità disarmante.
E allora penso che forse siamo questo.
Un miscuglio di carne, memoria, ironia e paura.
Un file temporaneo in un universo che fa backup senza chiederci il consenso.
Ma finché possiamo raccontarci, prenderci in giro, immaginare Matrix dentro una TAC e Caronte con il lascia passare della clinica, forse non siamo solo pazienti.
Siamo narratori di noi stessi.
E questa, in fondo, è la vera ribellione al sistema.
Fine puntata.
La Matrix può attendere. Io devo finire il tè.

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