martedì 10 febbraio 2026

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.

📝 Diario di bordo n°104 – Febbraio 2026.
“La stanza delle gocce e delle speranze”.

Questa volta è dura.
No, anzi, questa volta sembra davvero dura.
Ma io, testardo come un mulo filosofico, continuo a sperare. 
Anche quando la logica suggerirebbe prudenza, io mi aggrappo all’irrazionale, al “magari”, al “e se…”.
Guardo la flebo.
Le gocce scendono lente, regolari, disciplinate come soldatini in marcia.
Ma oggi non mi sembrano gocce fisiologiche, mi sembrano lacrime.
Lacrime silenziose, come le mie, che in questa stanza sterile scendono senza fare rumore, senza disturbare nessuno, come se anche il dolore avesse imparato le buone maniere.
Piango?
Sì.
Ma non per disperazione totale. Piango perché sono vivo, perché ho paura, perché ci tengo.
E chi se ne frega se un uomo piange, è solo il corpo che fa manutenzione all’anima.
Io ce la devo fare.
Non per eroismo, non per retorica da film americano.
Ce la devo fare perché la vita, anche quando è storta, è ancora mia. 
E io sono geloso delle mie cose, pure quando fanno male.
Ora non resta che aspettare.
Aspettare l’istologico, aspettare i verdetti, aspettare che qualcuno, in un laboratorio lontano, decida quanta speranza posso permettermi.
E nel frattempo incrocio le dita, le braccia, le gambe e, se serve, pure le convinzioni metafisiche.
E sì, perché no, spero anche in qualcosa che va oltre il materiale. 
Una specie di bonus cosmico, una spinta invisibile, un “dai Giovanni, resisti ancora un po’”.
Intanto premo il campanello.
Arriverà l’infermiere a cambiare l’ennesima flebo.
Un gesto tecnico, pratico, quasi banale.
Eppure ogni sacca nuova è come un piccolo patto con il futuro, continuiamo.
E mentre aspetto che qualcuno entri con guanti, camice e professionalità, penso che forse la speranza funziona come una flebo,
non fa miracoli immediati, ma goccia dopo goccia ti tiene ancora qui.
E finché sei qui, hai ancora diritto a rompere le scatole all’universo.

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