“Il faldone, la tessera e i 47,80 euro.”
Missione compiuta (quasi) presso l’ANMIC.
Raggiungere la sede è stata un’impresa degna di un rally africano, trenta minuti buoni solo per parcheggiare l’auto.
Taranto, città di mare, sole e… parcheggi impossibili.
Alla fine lasci la macchina dove capita e ti affidi al destino, sperando di ritrovarla intera.
Entro.
L’aria è quella tipica delle sale d’attesa dove il tempo rallenta e la vita pesa un po’ di più.
Colpi di tosse, sospiri, qualche lamento sommesso.
Tutti seduti con il faldone in mano, il faldone come simbolo universale della sofferenza certificata.
C’è chi ne ha uno, chi due, chi probabilmente a casa ne ha un terzo di riserva, non si sa mai.
Io stringo il mio con l’insicurezza di chi sa di essere completamente ignorante in materia, ma prova comunque a sembrare preparato. Spoiler: non lo sono.
La segretaria prende nota, io annuisco con aria grave, come se stessi capendo tutto.
Poi arriva il mio turno.
L’esperto dell’associazione mi riceve, gentile, umano, chiaro.
In pochi minuti fa ordine nel caos dei miei pensieri e delle mie carte. Quando l’umanità incontra la competenza, il mondo sembra un posto un po’ meno ostile.
All’uscita, però, lo sguardo cade su un cartello.
Tesseramento: 47,80 euro.
Non 45. Non 50. Quarantasette e ottanta.
Perché?
Perché 47,80 e non una cifra tonda, rassicurante, rotonda come un abbraccio? Misteri della burocrazia. O forse una prova iniziatica: se accetti i 47,80 senza fare domande, sei pronto per tutto il resto.
Esco con un sorriso amaro e un pensiero serio.
Dietro quei faldoni, quei numeri strani, quelle attese silenziose, ci sono persone.
Vite che chiedono solo di essere riconosciute, ascoltate, rispettate.
E alla fine capisci che non è il costo della tessera a pesare di più, ma il prezzo che molti pagano ogni giorno per vedersi riconosciuti dei diritti che dovrebbero essere scontati.
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