“Canto dell’uomo che trema e a paura”.
Mi dite di combattere.
E io combatto, sì.
Ma vi assicuro che non sono un eroe, né un super uomo.
Non ho mantelli, non ho superpoteri, non ho frasi da film motivazionale.
Ho solo un corpo stanco e una mente che ogni tanto vacilla, come una barca in un mare troppo grande.
Tutti abbiamo paura.
Tutti portiamo timori nascosti, come cicatrici sotto i vestiti.
Chi li racconta, chi li espone alla luce, sembra forte, sembra invincibile.
Ma è un’illusione.
Io, che scrivo e parlo, mi sento spesso più fragile del più fragile tra di voi.
E forse proprio per questo scrivo, per non sprofondare nel silenzio per non tradire le emozioni.
Scrivo per sconfiggere il male che mi attanaglia, e che avanza senza tregua, ma so bene che, in fondo, scrivo soprattutto per convincere me stesso che la speranza è ancora una possibilità, che il dolore non è l’ultima parola, che la notte non ha l’esclusiva sul tempo.
Oggi anche scrivere mi pesa.
Perché l’angoscia è una nebbia che non resta solo addosso, può scivolare anche sugli altri ed è quello che non voglio.
Questo Diario era nato per sorridere, per scherzare sulle pietre d’inciampo che la vita ti riserva, per dire che si può inciampare e ridere nello stesso istante, come clown filosofici in un circo chiamato vita.
Perciò basta piagnistei.
Basta lacrime trasformate in parole troppo scure.
Voi, amici miei, meritate luce, non solo ombre.
Vi abbraccio, davvero.
E vi do appuntamento alla prossima puntata.
Perché qui, tra flebo e corridoi, tra silenzi e macchine che fanno bip, la vita continua a scorrere.
E se continua lei, continuerò anch’io a raccontarla.
Magari tremando, magari sorridendo, ma sempre camminando per guardarla in faccia.
E come direbbe un Dante con la tastiera in mano, “E quindi uscimmo a riveder le stelle… o almeno il neon del corridoio.”
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