“Sangue blu e vene part-time.”
Sono ancora qua.
Eh già. Contro ogni pronostico, pure oggi mi sono presentato all’appello.
Sveglia alle 6:15, quella sveglia cattiva che non suona, ringhia.
Auto, buio, pensieri sparsi e via verso la clinica Carlo Fiorino, ex San Camillo, rione Tamburi. Ormai in clinica mi salutano per nome.
Mi metto in fila, ordinato, composto, con la dignità di chi sa che sta per incontrare il “Dracula” di turno.
Quello con l’ago facile e la vena difficile.
Arriva il mio momento. Entro.
Mi accoglie un’infermiera alta un metro e ottanta.
Un gigante gentile.
Io, davanti a lei, con le mie vene vergognose che fanno parkour sotto pelle.
Cinque minuti buoni a tamburellarmi il braccio come se stesse cercando il Wi-Fi.
Niente. Le vene giocano a nascondino.
Poi, all’improvviso, zac.
L’ago affonda. Io stringo i denti, lei inizia una danza rituale di boccette: una, due, tre… pare stia facendo la collezione completa.
Alla fine mi guarda seria e dice:
«Qui abbiamo un sangue blu».
Io sgrano gli occhi.
«Blu? In che senso?
Sono nobile e non lo sapevo?»
Lei sorride e mi spiega: denso, scuro, forte.
«Lei non è anemico. Per niente.»
E io penso: almeno una cosa buona, oggi.
Il tumore fa il bullo, le vene scappano, ma il sangue tiene botta.
Qualcuno, là dentro, resiste.
Esco e mi guardo intorno. Corridoi pieni.
Gente seduta, in piedi, appoggiata ai muri.
Ognuno con il proprio faldone invisibile di paure, speranze, diagnosi.
Qui la sofferenza non fa rumore, ma pesa.
Ora mi aspetta il prossimo livello del videogioco, la visita cardiologica 😳👨⚕️
Io sono qui, in anticamera, a scrivere.
Perché scrivere, ormai, è il mio modo per restare intero.
E alla fine lo penso davvero, senza ironia.
Non so quanto sangue blu mi scorra nelle vene,
ma so che finché scorre, io ci sono.
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