“Il dolore, la dignità e il primo passo”.
La notte è stata durissima.
Supino, immobile, con il corpo che reclama attenzione e la mente che cerca tregua.
Dolori lancinanti, come messaggeri ostinati che non conoscono il silenzio.
Ho trattenuto i lamenti, più per pudore che per eroismo, come se il dolore, quando è condiviso, dovesse chiedere permesso.
Due angeli infermieri hanno vegliato su di me.
Hanno fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità, e forse anche di più.
In quei gesti professionali, ripetuti mille volte, ho percepito qualcosa di raro, una forma silenziosa di compassione operativa.
Non parole, ma azioni.
E per questo sono loro grato.
Poi l’alba.
Arriva sempre, anche quando non la si aspetta più.
Sono stanco, più stanco del dovuto, come se la notte non avesse solo sottratto sonno, ma anche pezzi di energia vitale.
Con il cambio turno arrivano le OSS.
Altri angeli, con un nome meno poetico ma con una presenza altrettanto umana.
Entra la signora con il carrello per l’igiene personale.
Ho sempre rifiutato, per pudore, per quella strana idea di dignità che spesso confondiamo con l’orgoglio.
Ma oggi no.
Oggi ho davvero bisogno di essere aiutato.
Mi armo di forza per nascondere la vergogna e mi lascio fare.
Lei mi tratta con la delicatezza di una madre.
Capisce il mio imbarazzo, lo accoglie, lo sdrammatizza.
In quel momento capisco che la vera dignità non è nel fare tutto da soli, ma nel sapersi affidare senza perdere il rispetto per se stessi.
Quando finisce, mi sento più pulito, più leggero, più umano.
Chiedo se posso alzarmi.
Ricevo il consenso, con mille raccomandazioni.
Mi siedo sulla sedia, un gesto minuscolo per il mondo, enorme per il mio corpo.
Le OSS cambiano le lenzuola.
Io guardo il letto come si guarda una trincea appena lasciata.
È un piccolo passo in camera.
Ma è anche un grande salto nella guarigione.
O forse è solo una tregua, ma oggi mi basta.
Alle 8 entra il medico che mi ha operato.
Parla.
Ascolto.
Per me non ci sono buone notizie.
Eppure, mentre lo ascolto, penso che la vita sia una strana negoziazione continua tra ciò che vorremmo e ciò che ci viene concesso.
Non sempre scegliamo le carte che ci vengono date, ma scegliamo sempre come giocarle.
Oggi ho imparato che anche sedersi su una sedia può essere una vittoria, che affidarsi a mani estranee può essere una forma di umanità, e che la verità, anche quando è dura, resta l’unico punto solido da cui partire per continuare a pensare, a sperare, a essere.
Ho tanta paura.
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