“Centesima puntata e il mio Caronte”.
Ecco, ci siamo.
Sveglia alle 6. Il caffè scende come una benedizione laica e io faccio mente locale sulle ultimissime incombenze, come se stessi partendo per un viaggio intercontinentale e non per una sala operatoria.
In fondo, è pur sempre un viaggio.
Solo che il souvenir è una cicatrice.
Alle 7 si parte. Con me mia moglie e mio figlio, la mia scorta armata d’amore.
Appena varco la porta, i gatti del giardino mi guardano come se sapessero tutto.
Mi salutano con quello sguardo da filosofi zen: “Umano, torna. E ricordati di darci da mangiare”.
Mi fanno una tenerezza infinita. Forse anche loro percepiscono che oggi il loro coinquilino bipede va a fare una cosa seria.
Arrivo alla clinica. La guardo da fuori.
Imponente, fredda, un po’ minacciosa.
Per un attimo mi viene il pensiero classico, entro o scappo?
Scappo dove, poi?
Al massimo fino al bar a prendere un altro caffè e poi tornare indietro come un cane col guinzaglio invisibile.
Entro. Non ho alternative.
E in fondo, non voglio alternative.
Dentro ci sono altri come me.
Facce tese, sorrisi di circostanza, occhi che raccontano romanzi interi.
È strano come, in questi luoghi, ti senti improvvisamente parte di una comunità silenziosa.
Non siamo eroi, non siamo martiri.
Siamo solo persone che cercano di restare qui un altro po’.
Ora attendo il mio “Caronte”.
Quello che mi accompagnerà in stanza, verso questa nuova avventura chirurgica.
Spero solo che il traghettatore oggi sia di buon umore e non abbia visto troppi film drammatici.
Che Dio me la mandi buona.
A dopo, cari lettori.
O perlomeno… lo spero.
E se torno, vi racconterò tutto.
Con ironia, ovviamente, perché anche l’Ade, se lo racconti bene, può sembrare un capitolo di commedia.
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