“Caronte ero io (e non me n’ero accorto)”.
L’attesa è snervante.
E mentre aspetto, in questa anticamera dell’Ade sanitario, mi colpisce un pensiero degno del miglior Dante versione reparto ospedaliero, il mio Caronte sono io.
Chi meglio di me può traghettare questo povero corpo, ormai veterano di corsie, flebo e corridoi infiniti, verso la stanza del ricovero?
Altro che barcaiolo infernale, qui il biglietto lo pago io, la barca la spingo io, e pure il remo me lo sono comprato in farmacia.
Ecco, mi chiamano.
Saliamo insieme, un piccolo corteo di anime con la valigia, ciascuna con il proprio girone personale.
Io ormai sono un veterano, sì. Ma non un supereroe.
Le paure stanno lì, sedute accanto a me, educate ma insistenti, come parenti a pranzo la domenica.
Questa volta ho fatto il professionista, mi porto il cuscino da casa.
Niente furti, niente colpi di mano notturni come nel ricovero precedente.
Ho deciso di restare nella legalità, almeno in materia di biancheria ospedaliera.
Un passo avanti per l’uomo, un balzo per il paziente incallito.
Eccomi in camera.
È la stanza della prima volta. Un déjà vu che sa di ritorno alle origini, come Ulisse che torna a Itaca… ma con il camice aperto dietro e le ciabatte antiscivolo.
Sistemo le mie cianfrusaglie, i miei talismani tecnologici, il caricabatterie come fosse un rosario, e infine indosso il camice.
Il mantello ufficiale del pellegrino sanitario.
A dopo. 😘
Se Caronte sono io, allora significa che, in fondo, il viaggio lo sto scegliendo io.
E questa è forse la parte più difficile, ma anche la più umana, continuare a salire sulla barca, nonostante tutto.
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