📝 Diario di bordo n°130 – Marzo 2026.
“La flebo, il Paese e la pazienza degli italiani”.
Ore 15,30.
Rieccomi a casa.
La prima battaglia chimica è andata.
E, tutto sommato, è andata bene.
Quando apri la porta di casa dopo una giornata di chemio, provi una sensazione strana.
Non è una vittoria, sarebbe troppo retorico dirlo.
È piuttosto una tregua.
Adesso sono disteso sul letto.
Il corpo chiede silenzio, il cervello invece continua a lavorare come un cronista ostinato.
Dovrò aggiungere altri tre farmaci al mio bagaglio quotidiano.
Ormai sono diventato una piccola farmacia ambulante.
Se mi agito troppo rischio di fare il rumore di uno scaffale di medicinali.
Venerdì prelievo di controllo.
Lunedì seconda chemio del primo ciclo.
I cicli saranno quattro, ognuno a distanza di circa ventuno giorni.
Ventuno giorni.
Il tempo, nella malattia, diventa una specie di calendario parallelo.
Non si contano più le stagioni o le festività. Si contano i cicli.
Mentre cerco di riposare, apro il telefono e leggo le notizie.
Errore.
Resto perplesso, e poi, lentamente, mi innervosisco.
Leggo le dichiarazioni dei nostri governanti e mi sembra di assistere a una rappresentazione teatrale, di quelle dove gli attori recitano con grande enfasi mentre il palcoscenico, sotto di loro, sta già bruciando.
Perché fuori dai palazzi succede altro.
Succede che molti italiani non arrivano a fine mese.
Succede che tanti non riescono più a curarsi come si dovrebbe.
Succede che in Ilva si continua a morire sul lavoro.
E succede che a Taranto, la mia terra, si continua a morire anche di tumori.
Tumori che hanno spesso lo stesso odore dell’aria che respiriamo.
L’ILVA, i decreti, le industrie protette come fossero divinità moderne.
E nel frattempo il prezzo lo pagano i corpi delle persone.
Poi leggo che il nostro Primo Ministro, Giorgia Meloni, si appassiona alla “famiglia nel bosco”.
Commissioni d’inchiesta, dichiarazioni solenni, il ministro Nordio convocato come in un dramma giudiziario.
E allora mi fermo.
Perché mentre un uomo è sdraiato su un letto dopo una seduta di chemio, mentre migliaia di altri combattono battaglie simili, mentre operai muoiono in fabbrica e cittadini si ammalano per ciò che respirano, italiani che sono alla canna del gas e non riescono ad arrivare a fine mese, il mondo è alle prese con una spaventosa guerra mondiale, il dibattito politico sembra distrarsi con una facilità quasi offensiva.
Non è rabbia ideologica, la mia.
È qualcosa di più semplice, un senso di sproporzione.
La politica dovrebbe avere la stessa serietà di un reparto oncologico.
Dovrebbe guardare i problemi veri negli occhi.
Invece spesso preferisce inseguire le ombre.
Io, intanto, resto qui.
Un uomo disteso sul letto, con qualche farmaco in più sul comodino e qualche pensiero in più nella testa.
La chemio farà il suo lavoro nel mio corpo.
La vita farà il suo lavoro nel mondo.
E mentre chiudo gli occhi, mi viene da pensare una cosa molto semplice, i malati imparano presto il valore delle priorità.
Forse sarebbe utile che qualcuno lo imparasse anche nei palazzi del potere.
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