"Il coro e l’eco dell’umano."
In questa puntata di Diario di bordo, raccolgo e restituisco il senso dei tanti messaggi che mi avete fatto arrivare dopo la puntata precedente. È una risposta corale, nata dalle vostre parole, dalle vostre esperienze e dalla vostra indignazione.
C’è qualcosa di straordinario, e al tempo stesso profondamente rivelatore, nel leggere una moltitudine di voci che, pur provenendo da esperienze diverse, finiscono per convergere su un medesimo punto, la percezione di una frattura tra ciò che dovrebbe essere umano e ciò che, invece, appare meccanicamente disumano.
I vostri messaggi, e li ho letti tutti, uno ad uno, con quella lentezza rispettosa che si deve alle cose importanti, non sono semplici risposte. Sono frammenti di coscienza collettiva.
Piccoli atti di resistenza morale.
C’è chi invoca il diritto, ricordando che esso dovrebbe essere autoevidente, quasi naturale, come il respiro.
E invece no, oggi il diritto sembra dover essere dimostrato, certificato, discusso, quasi implorato.
Una torsione pericolosa, questa, perché trasforma il cittadino in supplice e l’istituzione in arbitro capriccioso.
C’è chi racconta esperienze analoghe, attese infinite, visite lampo, giudizi frettolosi.
Una liturgia burocratica che ha perso il senso del sacro, e il sacro, in questo caso, è la dignità umana.
Perché se riduci una persona a una pratica da evadere, hai già compiuto una sottrazione, gli hai tolto l’anima.
E poi c’è un elemento che ritorna, quasi ossessivamente, il sospetto.
Non importa chi sei, cosa hai vissuto, cosa stai affrontando.
Il punto di partenza non è la fiducia, ma il dubbio.
Non sei creduto fino a prova contraria, sei messo in discussione per definizione.
È una forma sottile di violenza, questa. Non lascia lividi, ma scava dentro.
Alcuni di voi hanno provato a spiegare.
A giustificare, persino. “È il sistema”, dite. “Sono le regole”, suggerite.
E probabilmente è vero.
Ma qui si apre una questione più ampia, quasi filosofica, fino a che punto l’essere umano può nascondersi dietro il sistema senza diventarne complice?
Perché la storia, quella vera, non quella raccontata nei manuali semplificati, ci insegna che le peggiori derive non nascono da mostri, ma da persone ordinarie che eseguono senza interrogarsi.
E tuttavia, in mezzo a tutto questo, emerge qualcosa di ostinatamente luminoso.
La vostra indignazione.
Che non è rabbia cieca, ma coscienza vigile.
È il rifiuto di accettare come normale ciò che normale non è.
È la prova che, nonostante tutto, l’umano resiste.
Si difende.
Si riconosce.
Qualcuno ha scritto che il disumano non potrà mai comprendere l’umano.
Ed è una frase che merita di essere sottolineata non solo letta.
Perché se è vero che il disumano non comprende, è altrettanto vero che l’umano, quando resta tale, non smette di testimoniare.
E allora questo Diario, oggi, non è più solo mio.
È diventato un coro.
Un coro imperfetto, a tratti dissonante, ma autentico.
Un coro che racconta un Paese affaticato, contraddittorio, talvolta ingiusto.
Ma anche un Paese che non ha ancora smesso di indignarsi.
E finché esisterà qualcuno capace di indignarsi, vorrà dire che non tutto è perduto.
Perché l’indifferenza è la vera malattia terminale.
E voi, con le vostre parole, dimostrate di essere ancora vivi.
Grazie. ❤️