giovedì 28 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°156 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°156 – Maggio 2026.
"Il ritorno del superuomo dopato".

Dopo la simpatica mazzata ricevuta ieri con la scoperta dell’emoglobina che ormai viaggia più bassa della mia autostima quando apro il cassetto delle bollette da pagare, ho deciso di fare quello che fanno tutti gli italiani moderni davanti ad un problema serio, mi sono affidato a Google.
Errore gravissimo.
Perché Google è come quella zia che sa tutto lei. 
Tu chiedi una cosa semplice e nel giro di cinque minuti scopri di avere tre malattie rare, una maledizione egizia e probabilmente pure un debito con Equitalia dal 1997.
Così mi sono messo a cercare informazioni sul farmaco che mi hanno somministrato e che dovrò rifare sabato mattina.
“Epoetina alfa”.
Già il nome sembrava quello di una telenovela sudamericana, "Epoetina Alfa… la donna che amava troppo."
E invece no.
Signori miei… udite udite…
È praticamente EPO.
L’EPO!
La sostanza che negli anni ’90 girava più delle musicassette di Nino D'Angelo nelle gare sportive.
Quella dei ciclisti che scalavano montagne come stambecchi indemoniati. 
Quella che faceva correre i calciatori novanta minuti senza nemmeno sudare. 
Quella che ti faceva vedere il Tour de France e pensare, “Ma questi non sono esseri umani… questi c’hanno il radiatore della Iveco.”
E io lì, davanti allo schermo del cellulare, improvvisamente illuminato.
Mi sono sentito come Rocky Balboa. 
Come Ivan Drago. 
Come Armstrong. 
Come uno che da un momento all’altro poteva uscire sul balcone e fare cinquanta flessioni con la bombola dell’ossigeno sulle spalle.
Ho guardato mia moglie e le ho detto: “Preparati… da oggi cambia tutto.”
Lei mi guarda seria, “Che significa?”
“Significa che finalmente entro anch’io nel mondo dello sport professionistico.”
Silenzio.
“Mi iscrivo alle Olimpiadi.”
“Gianni… tu hai le vertigini quando ti alzi dal divano.”
“Dettagli tecnici.”
Ormai la mia mente era partita.
Mi immaginavo già alla partenza del Giro d’Italia. 
Io con la maglia rosa. 
Il pubblico impazzito. 
I cronisti, “Ed eccolo qui Giovanni Pugliese da Statte! Un atleta completo! 
Un uomo che affronta salite, chemio e INPS nella stessa settimana!”
Perché diciamolo… 
Un uomo che sopravvive contemporaneamente alla chemioterapia, alla burocrazia italiana e ai prelievi del sangue meriterebbe direttamente il CONI ad honorem.
Altro che antidoping.
A me dovrebbero fare il contrario, “Scusi signor Pugliese, può gentilmente rallentare? 
Lei sta umiliando gli altri pazienti.”
E mentre leggevo di Armstrong, della Juventus, di Zeman, di tutto quel mondo di scandali, processi e polemiche, io ridevo da solo.
Perché la vita ha un senso dell’umorismo meravigliosamente bastardo.
Tu passi mesi a sentirti stanco, svuotato, traballante… e poi scopri che ti stanno praticamente trasformando in un atleta clandestino.
Io che non correvo nemmeno per prendere l’autobus. 
Io che ormai considero attività aerobica cambiare posizione sul letto.
Eppure eccomi qua.
Dopato legalmente.
Autorizzato dallo Stato.
Certificato dall’oncologo.
Una specie di supereroe della mutua.
Adesso però voglio essere coerente fino in fondo.
Quindi da sabato pretendo la bicicletta da cronometro, la tuta aerodinamica, la musica epica in sottofondo e soprattutto voglio entrare a Villa Verde come i pugili americani.
Con qualcuno davanti che urla, “Direttamente da Statteeee… categoria peso emoglobina piuma… Giovanniiii Puglieseeee!”
E io che entro lentissimo… trascinando la flebo come fosse il mantello di Superman.
Perché alla fine bisogna riderci sopra. 
Sempre.
Pure quando il corpo ti manda fatture arretrate. Pure quando la terapia ti sfinisce. 
Pure quando scopri che nel tuo sangue gira la stessa roba che faceva volare i campioni.
Anzi…
Se domani mi vedete salire le scale senza fermarmi a metà… chiamate immediatamente la WADA.
Vi voglio bene. 🤗😘

mercoledì 27 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°155 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°155 – Maggio 2026.
“Il corpo presenta il conto”.

Ci sono giorni in cui il corpo smette di essere un compagno di viaggio e diventa un ufficio pubblico, freddo, lento, ostile. 
Ti obbliga a fermarti, ti mette davanti allo sportello della tua fragilità e ti consegna un numero d’attesa senza nemmeno guardarti negli occhi.
Questa mattina si partiva per l’ultima (momentanea) seduta di chemio. 
“L’ultima”. 
Una parola che da sola dovrebbe avere il sapore della liberazione. 
E invece no. 
Perché la malattia ti insegna subito che non esistono traguardi lineari. 
Ogni volta che credi di aver intravisto la fine del tunnel, arriva una curva, un intoppo, un altro timbro da mettere sulla pelle.
Fa caldo. 
Quel caldo strano di maggio che dovrebbe profumare di vita, di mare, di passeggiate lente. E invece io, da tre giorni, vivo dentro un corpo che sembra svuotato. 
Debolezza continua. 
Giramenti di testa. 
Vertigini. 
Come se qualcuno mi avesse tolto corrente dall’interno.
Un blackout umano.
Arrivo a Villa Verde intorno a mezzogiorno. 
I corridoi hanno sempre quell’odore sospeso tra disinfettante e speranza consumata. Sabrina, l'infermiera del reparto, mi accompagna nella stanza dedicata a “noi pazienti oncologici”.
Già questa definizione meriterebbe un romanzo.
“Pazienti oncologici”.
Una categoria. 
Una specie sociale. 
Un popolo silenzioso che aspetta. 
Aspetta esami, aspetta flebo, aspetta risultati, aspetta parole buone dette male.
Sabrina si allontana. 
Poi ritorna dopo qualche minuto.
Ha quello sguardo professionale che gli infermieri imparano per proteggersi dal dolore degli altri.
“Non possiamo fare la chemio. 
Hai l’emoglobina troppo bassa.”
E allora tutto si chiarisce.
La debolezza.
Le vertigini.
Il senso di vuoto.
L’anemia. 
I globuli rossi che non bastano più a portare ossigeno in giro per questo corpo stanco.
In pratica, il mio sangue ha deciso di rallentare. Forse per protesta. 
Forse per sopravvivenza.
Mi spiegano che dovrò fare una terapia specifica e che ci rivedremo mercoledì prossimo per ripetere le analisi.
La chemio può aspettare.
Il corpo no.
Esco dalla clinica con una sensazione difficile da raccontare. 
Certo, c’è delusione. 
Perché quando affronti tutto questo inizi a vivere di piccole scadenze, una terapia fatta, un esame superato, una flebo finita. 
Sono le tacche sul muro del detenuto che conta i giorni.
Ma dentro di me oggi si è infilato anche un altro pensiero. 
Più scomodo. 
Più profondo.
Perché ad un certo punto capisci che la malattia non ti cambia soltanto il fisico. 
Ti cambia il modo di guardare il tempo.
Ti accorgi che il futuro, quello che prima sprecavamo con arroganza, diventa improvvisamente una materia delicata. 
Fragile. 
Quasi sacra.
E forse la verità più feroce è proprio questa,
noi uomini viviamo credendoci eterni, finché un valore del sangue scritto su un foglio non ci ricorda brutalmente che siamo soltanto carne che prova a resistere.

mercoledì 20 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°154 – Maggio 2026

📝 Diario di bordo n°154 – Maggio 2026
"Le quattro ore e il ricordo di Bakari Sako".

Oggi ho iniziato l’ultimo ciclo di chemioterapia prima della TAC.
Quattro ore.
Quattro ore sdraiato su un lettino che sembra progettato apposta per insegnarti la pazienza e la fragilità umana.
Le flebo scendono lente. 
Talmente lente che il tempo perde significato. 
Ti sembra quasi di sentire il rumore delle medicine che entrano nelle vene e si prendono pezzi di te per provare a salvarti il resto.
E mentre il corpo resta fermo, la testa invece cammina.
Cammina troppo.
So già che la “botta” arriverà tra domani e dopodomani. Ormai conosco il copione. 
Prima il silenzio del corpo. 
Poi la stanchezza che ti schiaccia come cemento fresco. 
Quella sensazione strana in cui anche alzare un bicchiere sembra una scalata sulle montagne.
Eppure oggi, steso lì, non pensavo soltanto alla malattia.
Pensavo a quanto sia malata anche questa società.
Pensavo a Bakari Sako.
Un uomo venuto qui per lavorare. 
Non per rubare. Non per fare del male.
Per lavorare.
Una parola che ormai molti politici pronunciano solo durante le campagne elettorali, come i preti stanchi recitano certe preghiere senza crederci davvero.
Bakari si alzava all’alba per guadagnarsi la giornata sotto il sole e nella fatica dei campi. 
E invece qualcuno gli ha consegnato la morte. Una morte vigliacca, miserabile, figlia di un degrado morale che fa paura più della cronaca stessa.
E sapete qual è la cosa che mi tormenta?
Che spesso questi episodi vengono raccontati come “emergenze”. 
Come fatti isolati. 
Come schegge impazzite.
No.
Le schegge impazzite non nascono dal nulla.
Nascono dentro un clima fatto di odio seminato lentamente. 
Di linguaggi violenti normalizzati. 
Di televisioni che urlano. 
Di social trasformati in fogne pubbliche. 
Di adulti che hanno smesso di educare e hanno iniziato semplicemente a sfogarsi.
Poi un giorno arriva il morto.
E tutti fingono stupore.
Però, in mezzo a questo dolore, oggi una piccola cosa mi ha fatto respirare meglio.
Alcuni consiglieri comunali di Statte, hanno proposto una giornata di ricordo e riflessione per Bakari Sako qui a Statte. 
E dalle ultime notizie ricevute, pare che ci sia apertura al dialogo da parte dell’amministrazione comunale.
E io questa cosa la considero importante.
Perché ogni tanto bisogna avere il coraggio di fermarsi.
Di dire pubblicamente da che parte si sta.
Non basta indignarsi per quarantotto ore sui social con la foto profilo commossa e la frase prefabbricata sulla pace nel mondo. 
Quella è ginnastica dell’apparenza.
Serve costruire memoria.
Serve educare.
Serve mettere i ragazzi davanti alle conseguenze dell’odio.
Mi ha colpito molto che abbiano collegato questa iniziativa al 21 maggio, giornata mondiale per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo.
Parole enormi.
Diversità. Dialogo. Inclusione.
Ma poi arriva la realtà e ti presenta il conto.
E allora forse il vero compito di una comunità non è semplicemente commemorare un uomo ucciso.
Il vero compito è decidere che tipo di paese vuole essere.
Perché Statte può scegliere.
Può scegliere di essere il solito paese che dimentica tutto dopo una settimana, inghiottito dal pettegolezzo, dalle tifoserie politiche e dalle inutili guerre da bar. 
Oppure può scegliere di trasformare il nome di Bakari in qualcosa che resti.
Un seme.
Una domanda.
Uno specchio.
Perché alla fine il problema non è solo chi ha colpito Bakari.
Il problema è capire quanti, intorno a noi, abbiano smesso di vedere un essere umano quando guardano il volto di un altro uomo.

venerdì 8 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°153 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°153 – Maggio 2026.
“L’INPS e l’amore tossico”.

Ci sono amori che soffocano.
Quelli possessivi. 
Quelli invadenti. 
Quelli che non riescono a stare senza di te.
E poi c’è l’INPS.
Come avevo già anticipato in un mio precedente scritto, l’INPS sente la mia mancanza con una frequenza quasi commovente. 
Tant’è che, non contenta della visita sostenuta davanti alla Commissione Invalidi di Massafra, ha pensato bene di convocarmi nuovamente questa mattina presso la sede centrale di via Golfo di Taranto.
Ore 9:15.
Io presente. Puntuale. 
Del resto, quando ti chiama lo Stato, devi sempre presentarti con la stessa disciplina con cui un suddito medievale si presentava davanti al feudatario. 
Mancava solo il trombettiere all’ingresso.
Attendo circa venti minuti in sala d’aspetto, circondato da facce stanche, occhi bassi e quel silenzio tipico dei luoghi dove la gente non aspetta un servizio, ma un verdetto.
Perché in questi posti non entri mai da cittadino. Entri sempre un po’ da imputato.
Poi arriva il mio turno.
Mi accomodo davanti ai medici.
E comincia quello che, più che una visita, assomiglia a un interrogatorio in stile telefilm poliziesco di bassa lega.
“Quanto cammina?”
“Quanto dorme?”
“Che terapia fa?”
“Che sintomi ha?”
“Ha dolore?”
“Da quanto?”
Mancava solo, “Dove si trovava la sera del 15 aprile?” e poi il quadro era completo.
Quindici minuti passati a rovistare nei cassetti più fragili del mio stato fisico. 
Come se il tumore dovesse improvvisamente alzarsi in piedi e dire, “Salve, confermo tutto. Sono io il responsabile.”
Ed è questa la parte più umiliante.
Non la malattia.
Non la terapia.
Non la stanchezza.
Ma il sospetto.
Quel sospetto silenzioso che aleggia addosso a chi sta male. 
Come se il cittadino dovesse continuamente dimostrare di non essere un truffatore professionista specializzato in chemio e sofferenza.
Tu porti cartelle cliniche, TAC, PET, referti, analisi, visite oncologiche… eppure sembra sempre mancare qualcosa. 
Sempre un altro timbro. 
Un’altra verifica. Un altro controllo.
La burocrazia italiana riesce in un’impresa straordinaria, trasformare il dolore in pratica amministrativa.
Numero protocollo del disagio.
Fascicolo della paura.
Verbale della dignità smarrita.
E mentre loro verificano, misurano, controllano, tu consumi energie che già non hai.
Perché chi è malato combatte due guerre, una contro la malattia e una contro il sistema che dovrebbe aiutarlo.
Terminato il supplizio, sono tornato a casa.
Fuori c’era un cielo grigio, pesante, di quelli che sembrano trattenere la pioggia per ore, per poi lasciarla cadere davvero.
Un cielo stanco.
Quasi burocratico pure lui.
E guardandolo ho pensato che forse il problema più grande non è la severità delle istituzioni. 
Le regole servono. 
I controlli anche.
Il problema è quando chi soffre smette di sentirsi una persona e inizia a sentirsi una pratica da esaminare.
Perché la malattia ti indebolisce il corpo.
Ma è l’assenza di umanità che rischia davvero di consumarti dentro.

venerdì 1 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026.
“La voce di un amico”.

Ieri sera è successa una cosa semplice. 
E proprio per questo, straordinaria.
Una telefonata.
Di quelle che oggi sembrano quasi fuori moda, soppiantate da messaggini frettolosi e vocali distratti. 
No, questa era una telefonata vera. 
Di carne, di respiro, di presenza.
Ore 20:30.
Il telefono squilla. 
Sul display una parola che è già un pezzo di storia: "Sandro".
E io rispondo di slancio, con un sorriso che mi attraversa la voce ancora prima delle parole. 
“Ciao Gianni, come stai?”
E in quella domanda c’era tutto.
C’era il tempo passato, c’erano le battaglie, c’erano le notti insonni, c’erano le illusioni perse e quelle che, ostinatamente, non vogliono morire.
Cosa ci siamo detti?
Ci siamo raccontati la salute.
Che è diventata, ormai, il nostro nuovo lessico familiare. 
Non più “cosa fai”, ma “come stai”. 
Non più progetti urlati, ma resistenza sussurrata.
Eppure, mentre parlavamo, non c’era nessuna resa.
Anzi.
C’era qualcosa di profondamente scandaloso in quella telefonata.
Sì, scandaloso. 
Perché in un mondo che corre dietro all’apparenza, noi due stavamo lì a fare una cosa fuori mercato, esserci davvero.
I ricordi?
No, non li abbiamo rincorsi. 
Non ci interessava fare i reduci di noi stessi.
Forse perché chi ha vissuto davvero non ha bisogno di celebrare continuamente il passato. 
O forse perché, testardi come siamo, continuiamo a guardare avanti anche quando il corpo ci chiede di fermarci.
E allora sì, lo dico senza falsa modestia, qualcosa l’abbiamo fatto.
Non per gloria, ma per necessità. 
Non per essere ricordati, ma per non restare indifferenti.
Sandro è così.
Uno che non si piega al cinismo del “tanto non cambia niente”.
Uno che, anche quando tutto sembra immobile, continua a muoversi dentro.
E poi quella cosa della voce... 😊
“Non è cambiata”, mi ha detto.
Strano, no?
Il corpo si consuma, la fatica si accumula, le ossa scricchiolano… ma la voce resta.
Come se dentro di noi ci fosse una parte che si rifiuta di invecchiare.
Una specie di resistenza biologica alla resa.
Quando abbiamo chiuso la telefonata, ero felice.
Di quella felicità sobria, adulta, che non ha bisogno di fuochi d’artificio.
La felicità di sapere che, da qualche parte, esiste ancora qualcuno su cui puoi appoggiare la testa senza dover spiegare nulla.
E allora mi viene da pensare una cosa, forse scomoda.
Che in un tempo che misura tutto in velocità e profitto, il vero atto rivoluzionario è restare umani.
Continuare a chiamarsi. 
Continuare a preoccuparsi. 
Continuare a esserci.
Perché alla fine, quando tutto si riduce all’essenziale, non restano le imprese, né le parole scritte, né le battaglie vinte o perse.
Resta una voce che ti chiama per nome.
E tu che rispondi.
E già questo, oggi, è quasi un atto di disobbedienza.
In bocca al lupo amico mio. Anche tu, rimettiti presto. 💪

* nella foto, Alessandro Marescotti ed io a Termoli.

📝 Diario di bordo n°158 – Giugno 2026.

📝 Diario di bordo n°158 – Giugno 2026. Un anno dopo, tra bisturi, ricordi e testardaggine. Un anno fa, proprio oggi, 4 giugno. ...