venerdì 1 maggio 2026

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026.
“La voce di un amico”.

Ieri sera è successa una cosa semplice. 
E proprio per questo, straordinaria.
Una telefonata.
Di quelle che oggi sembrano quasi fuori moda, soppiantate da messaggini frettolosi e vocali distratti. 
No, questa era una telefonata vera. 
Di carne, di respiro, di presenza.
Ore 20:30.
Il telefono squilla. 
Sul display una parola che è già un pezzo di storia: "Sandro".
E io rispondo di slancio, con un sorriso che mi attraversa la voce ancora prima delle parole. 
“Ciao Gianni, come stai?”
E in quella domanda c’era tutto.
C’era il tempo passato, c’erano le battaglie, c’erano le notti insonni, c’erano le illusioni perse e quelle che, ostinatamente, non vogliono morire.
Cosa ci siamo detti?
Ci siamo raccontati la salute.
Che è diventata, ormai, il nostro nuovo lessico familiare. 
Non più “cosa fai”, ma “come stai”. 
Non più progetti urlati, ma resistenza sussurrata.
Eppure, mentre parlavamo, non c’era nessuna resa.
Anzi.
C’era qualcosa di profondamente scandaloso in quella telefonata.
Sì, scandaloso. 
Perché in un mondo che corre dietro all’apparenza, noi due stavamo lì a fare una cosa fuori mercato, esserci davvero.
I ricordi?
No, non li abbiamo rincorsi. 
Non ci interessava fare i reduci di noi stessi.
Forse perché chi ha vissuto davvero non ha bisogno di celebrare continuamente il passato. 
O forse perché, testardi come siamo, continuiamo a guardare avanti anche quando il corpo ci chiede di fermarci.
E allora sì, lo dico senza falsa modestia, qualcosa l’abbiamo fatto.
Non per gloria, ma per necessità. 
Non per essere ricordati, ma per non restare indifferenti.
Sandro è così.
Uno che non si piega al cinismo del “tanto non cambia niente”.
Uno che, anche quando tutto sembra immobile, continua a muoversi dentro.
E poi quella cosa della voce... 😊
“Non è cambiata”, mi ha detto.
Strano, no?
Il corpo si consuma, la fatica si accumula, le ossa scricchiolano… ma la voce resta.
Come se dentro di noi ci fosse una parte che si rifiuta di invecchiare.
Una specie di resistenza biologica alla resa.
Quando abbiamo chiuso la telefonata, ero felice.
Di quella felicità sobria, adulta, che non ha bisogno di fuochi d’artificio.
La felicità di sapere che, da qualche parte, esiste ancora qualcuno su cui puoi appoggiare la testa senza dover spiegare nulla.
E allora mi viene da pensare una cosa, forse scomoda.
Che in un tempo che misura tutto in velocità e profitto, il vero atto rivoluzionario è restare umani.
Continuare a chiamarsi. 
Continuare a preoccuparsi. 
Continuare a esserci.
Perché alla fine, quando tutto si riduce all’essenziale, non restano le imprese, né le parole scritte, né le battaglie vinte o perse.
Resta una voce che ti chiama per nome.
E tu che rispondi.
E già questo, oggi, è quasi un atto di disobbedienza.
In bocca al lupo amico mio. Anche tu, rimettiti presto. 💪

* nella foto, Alessandro Marescotti ed io a Termoli.

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°152 – Maggio 2026. “La voce di un amico”. Ieri sera è successa una cosa semplice.  E proprio per questo, st...