sabato 28 marzo 2026

📝 Diario di bordo n°138 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°138 – Marzo 2026.
"Il paziente invisibile (dopo una lettura inquietante)".

Caro diario, questa puntata nasce da una lettura. 
Non una lettura qualsiasi, ma di quelle che ti lasciano addosso una sensazione strana, a metà tra il fastidio e la rassegnazione. 
Ho appena finito un articolo di Pino Bruno, pubblicato sulla Corriere del Mezzogiorno, e confesso che più che informato mi ha fatto sentire… esposto.
Esposto come un paziente senza storia, senza memoria, senza identità.
Perché il punto è tutto lì, oggi puoi essere un cittadino perfettamente tracciato dal sistema sanitario, con una vita clinica interamente digitalizzata… e allo stesso tempo risultare invisibile nel momento in cui conta davvero.
Il Fascicolo Sanitario Elettronico esiste. Funziona. È pieno di dati. 
Ma è come un libro chiuso in una biblioteca senza bibliotecari, o peggio ancora, senza lettori.
E allora accade qualcosa di quasi grottesco, il medico del pronto soccorso si trova davanti a te e deve improvvisare. 
Non perché manchino le informazioni, ma perché non può leggerle. 
Non le vede. Non le ha. 
È come curare qualcuno bendati, nel secolo in cui persino il frigorifero è connesso a Internet.
La Puglia, raccontava l’articolo, è l’emblema di questo paradosso. 
I numeri sono perfetti, quasi commoventi nella loro efficienza formale. 
Indicatori rispettati, piattaforme attive, milioni investiti. Ma la realtà è un’altra, il sistema non viene usato.
E qui, caro diario, viene fuori la solita verità che ci ostiniamo a ignorare, non basta costruire strumenti avanzati se poi nessuno li integra nella propria vita quotidiana.
Il dato che più mi ha colpito, e qui l’ironia lascia spazio a un sorriso amaro, è quel 98,2% di medici che ha “fatto almeno un’operazione” nel Fascicolo. 
Una. Una sola. 
Come se bastasse entrare una volta in una biblioteca per potersi definire lettori abituali.
E intanto il cittadino medio non sa nemmeno di dover dare un consenso. 
Non sa cosa sia il Profilo Sanitario Sintetico. Non sa che dentro quel sistema c’è, letteralmente, la sua vita.
La verità è che abbiamo costruito un’infrastruttura digitale straordinaria senza accompagnarla con una rivoluzione culturale. Abbiamo pensato che bastassero i soldi del PNRR, come se l’innovazione fosse un atto contabile e non un processo umano.
E invece no.
La sanità digitale, se non viene capita, resta muta. 
Se non viene usata, è inutile. 
Se non viene spiegata, diventa perfino sospetta.
E così ci ritroviamo in questa situazione surreale, un sistema progettato per salvare vite che resta fermo ai box, mentre la realtà corre a cento all’ora.
Ti dirò di più, caro diario, con un pizzico di sarcasmo, siamo pronti per condividere i dati sanitari in tutta Europa entro il 2027… ma non siamo ancora capaci di farli usare dal medico di famiglia sotto casa.
Un capolavoro di incoerenza.
Alla fine, leggendo quell’articolo, mi è rimasta una domanda semplice, quasi brutale, a cosa serve avere una memoria perfetta, se nessuno la consulta nel momento del bisogno?
Forse il problema non è la tecnologia.
Forse il problema è che continuiamo a innovare senza educare.
E così, nel momento più delicato, restiamo quello che non dovremmo più essere, pazienti invisibili.
E questa, più che una mancanza, è una responsabilità collettiva.

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