"L’Inquisizione degli idonei."
Ci sono luoghi, che sembrano sospesi fuori dal tempo.
Non per fascino, ma per una certa ostinata incapacità di evolversi.
La sala della chemio, ad esempio, è una specie di crocevia umano dove il destino si diverte a mescolare le carte con un’ironia che sfiora il grottesco.
Durante la cura, il tempo si dilata.
Le flebo scendono lente come certi discorsi di politici in campagna elettorale, e nel frattempo osservi. Ascolti. Assorbi.
C’è l’uomo elegante, con una dignità che pare uscita da un ritratto ottocentesco, che parla piano come se temesse di disturbare il dolore altrui.
E poi c’è l’ex operaio, mani consumate e schiena piegata, che racconta la fabbrica come fosse una guerra combattuta senza medaglie. Due mondi lontani che qui si ritrovano livellati da una verità brutale, la fragilità.
E tu stai lì, a metà strada tra spettatore e protagonista, a costruire nella tua mente le loro vite, i loro sacrifici, le loro paure.
Ti commuovi, sì. Ma è una commozione silenziosa, quasi pudica, come se anche i sentimenti dovessero chiedere il permesso.
Poi arriva il giorno dopo. E con esso, il teatro dell’assurdo.
La Commissione Invalidi.
Un nome che già di per sé suona come una contraddizione, perché se sei invalido, perché devi dimostrarlo? E a chi, soprattutto?
Entrare lì è come presentarsi davanti a un plotone di esecuzione con la cortesia di chi ha già capito tutto ma continua, ostinatamente, a rispettare le regole del gioco.
Consegni documenti, referti, prove tangibili di una battaglia che non hai scelto.
E loro, con l’aria di chi ha appena scoperto il fuoco, ti guardano con sospetto.
Non sei un paziente. Sei un sospetto.
Le domande non cercano risposte, cercano falle.
Le insinuazioni non vogliono capire, vogliono mettere in dubbio.
È un processo senza toga, ma con lo stesso odore di giudizio.
E lì, succede qualcosa di interessante.
Perché la rabbia sale. Eccome se sale.
Una rabbia lucida, non isterica. Di quelle che non urlano, ma scavano.
E devi trattenerla, ingoiarla, gestirla.
Perché sai che in quel momento non stai parlando solo per te, ma per tutti quelli che non hanno più la forza di rispondere.
È uno spettacolo indegno, diciamolo senza giri di parole.
Un sistema che dovrebbe proteggere e invece interroga. Che dovrebbe accogliere e invece sospetta.
E il paradosso è tutto qui, chi soffre deve anche difendersi dal dubbio di chi dovrebbe tutelarlo.
Ma fermiamoci un attimo.
Perché la tentazione è quella di chiudere questo racconto con la rabbia.
Sarebbe facile, quasi naturale.
E invece no.
Perché c’è una domanda che resta, sospesa come quelle flebo lente, che tipo di società è quella che mette alla prova la sofferenza, invece di riconoscerla?
Forse il problema non è solo nella Commissione.
Forse è più profondo.
È culturale.
È quell’idea strisciante che il dolore debba sempre essere certificato, validato, quasi meritato.
E allora la riflessione finale è semplice, ma scomoda, se per essere creduti dobbiamo dimostrare di soffrire, forse abbiamo smesso di saper guardare davvero gli altri.
E questa, più della malattia, è una diagnosi che dovrebbe preoccuparci tutti.
Nessun commento:
Posta un commento