“Quattro ore e una flebo di tempo”.
Sono seduto su una poltrona.
Non è la poltrona di un salotto elegante, né quella di un bar dove si discute di calcio o di politica.
È una poltrona ospedaliera, di quelle che hanno imparato a conoscere il peso silenzioso delle persone.
Davanti a me una flebo.
Dentro la flebo la chemio.
Dentro di me la speranza, e un po’ di paura, che non guasta mai quando si ha a che fare con la vita vera.
Quattro ore durerà questa seduta.
Quattro ore in cui il tempo non è più quello dell’orologio, ma quello della goccia che scende lenta dal tubo trasparente.
Goccia dopo goccia.
Come se il tempo stesso fosse stato messo in flebo.
Sono qui dalle nove di questa mattina.
Facendo due conti da ragioniere della sopravvivenza, dovrei riuscire a finire verso le 14,30. Poi casa.
Che in momenti come questi non è solo una casa, è un porto.
Nella stanza siamo in tre.
Tre vite diverse, tre storie che non conosco, tre corpi impegnati ognuno nella propria battaglia chimica.
Loro fanno un’altra terapia. Io questa.
Eppure siamo parte della stessa piccola comunità temporanea, quella dei pazienti che aspettano.
Ogni tanto qualcuno sospira.
Ogni tanto qualcuno scherza.
Perché anche qui dentro l’ironia è una forma di autodifesa civile.
Poi c’è Sabrina.
L’infermiera tuttofare del reparto.
Si muove nel reparto con quella naturalezza che hanno le persone che fanno il proprio lavoro con coscienza.
In certi momenti sembra davvero un angelo.
Non nel senso retorico, quello delle cartoline, ma nel senso più concreto, qualcuno che tiene insieme il fragile equilibrio tra scienza e umanità.
I pensieri, intanto, si affollano nella testa.
La mente viaggia lontano mentre il corpo resta qui, collegato a un tubicino.
Penso alla vita di prima.
Penso alla vita di dopo.
Penso all'intervento chirurgico.
Penso anche al fatto curioso che noi esseri umani siamo bravissimi a dare per scontate le cose semplici, camminare, respirare, fare programmi.
Fuori dalla stanza mi aspettano mia moglie e mio figlio.
Sono lì.
E questa presenza, silenziosa ma concreta, vale più di qualunque medicina.
Perché in fondo la speranza non è una parola astratta, ha dei volti, delle mani, degli sguardi che ti aspettano.
La flebo continua il suo lavoro.
La goccia cade con la pazienza di chi sa che la vita non si cambia con un colpo solo, ma con una lenta ostinazione.
E allora resto qui, seduto su questa poltrona, con una strana consapevolezza, che a volte la resistenza non è fare qualcosa di straordinario.
È semplicemente restare.
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