“Quando le nuvole non sono solo nel cielo”.
Questa mattina ho visto brutte nuvole all’orizzonte.
Non solo fuori dalla finestra. Anche dentro.
La giornata è iniziata male.
Lui si sta manifestando nel peggiore dei modi. Senza discrezione, senza diplomazia.
Quando il dolore cambia tono, quando il corpo manda segnali nuovi, capisci che qualcosa si sta muovendo.
E non nella direzione che vorresti.
Sono preoccupato. Molto.
Domani mattina ho il consulto con il nuovo urologo.
So già che non sarà il momento della soluzione, ma almeno sarà il momento della direzione.
E in certe fasi della vita, avere una direzione è già qualcosa.
Anche se porta in salita.
Ormai l’ho capito, il tumore si è evoluto nella forma più aggressiva possibile.
Non è più tempo di tentennamenti. Bisogna intervenire radicalmente.
La parola “radicale” ha sempre avuto un suono quasi politico, di cambiamento profondo.
Ma quando riguarda il tuo corpo, diventa una parola che pesa.
Pesa come una decisione irreversibile.
Ho paura.
Non la paura vaga delle ipotesi.
La paura concreta di un’altra sala operatoria, di un altro risveglio con il corpo che non è più lo stesso.
Quarta volta da giugno 2025.
Se lo scrivo nero su bianco mi sembra quasi irreale.
Sono stanco.
Stanco fisicamente, certo. Ma soprattutto stanco dentro.
La battaglia continua logora anche chi è determinato. E io lo sono, ma non sono invincibile. Nessuno lo è.
Ci sono momenti in cui il coraggio non è gridare, ma ammettere: “Non ce la faccio più.”
E dirlo non è una resa.
È un atto di onestà verso se stessi.
Eppure, dentro questa stanchezza, c’è ancora una piccola brace.
Non è entusiasmo. Non è ottimismo ingenuo.
È qualcosa di più sobrio, la volontà di arrivare a domani.
Di sedermi davanti al medico, ascoltare, fare domande, prendere decisioni.
Un passo alla volta.
Forse la forza non è pensare all’intera montagna, ma concentrarsi sul prossimo metro.
Domani non risolverà tutto. Ma domani sarà un passo.
E finché c’è un passo da fare, io lo faccio. Anche tremando e con le lacrime agli occhi.
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