giovedì 30 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°151 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°151 – Aprile 2026.
"Il corpo come campo di battaglia".

Ci sono giorni in cui il corpo smette di essere casa e diventa territorio occupato.
Giorni come questi, fatti di stanchezza densa, quasi materiale, che ti si appiccica addosso e ti costringe a rallentare anche il pensiero. 
Non è solo debolezza fisica, è qualcosa di più subdolo, è la sensazione di non appartenerti più fino in fondo.
La terapia lavora, certo. 
Lavora come una ruspa che sistema il terreno distruggendo quello che trova. 
E tu sei lì, in mezzo, a chiederti quanto di te stesso resterà in piedi quando tutto sarà finito.
Mi sento inefficiente. 
E in una società che misura il valore delle persone in base a ciò che producono, questa è quasi una colpa. 
Non fare, non riuscire, non essere performante… è come se diventassi invisibile. O peggio, inutile.
E allora mi viene da essere irriverente, quasi provocatorio, ma chi l’ha deciso che valiamo solo quando funzioniamo?
Chi ha stabilito che un corpo stanco è un corpo sbagliato?
C’è una violenza sottile in tutto questo. 
Una violenza culturale che non accetta la fragilità, che non contempla la lentezza, che non sa stare accanto a chi è costretto a fermarsi. 
Come se la malattia fosse una deviazione da nascondere, un errore di sistema da correggere in fretta.
Io invece oggi sto qui, dentro questa stanchezza, e la guardo in faccia.
Non la nego. Non la addolcisco.
Perché in questo stato c’è una verità che fa paura, siamo esseri fragili, limitati, finiti. 
Eppure proprio per questo, tremendamente umani.
L’impotenza che sento non è solo fisica. 
È esistenziale. 
È la presa di coscienza che non controlliamo tutto, che non bastiamo a noi stessi, che il mito dell’uomo forte, autosufficiente, è una favola raccontata male.
E allora forse questa battaglia non è solo contro la malattia.
È contro l’idea distorta di forza che ci hanno venduto.
Oggi non sono forte. 
Oggi non sono efficiente. 
Oggi non servo a nulla, secondo i parametri del mondo.
Ma sono vivo. E sento. E penso.
E questo, mi dispiace per chi vive di apparenze, è già un atto rivoluzionario.

martedì 28 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°150 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°150 – Aprile 2026.
"La burocrazia che non vede".

Vi avevo promesso che vi avrei raccontato dell’ennesimo ostacolo piazzato sul mio cammino dall’INPS. 
E come tutte le promesse, quando sono fatte con rabbia in corpo, prima o poi bussano alla porta e pretendono di essere mantenute.
Dopo essermi presentato alla visita collegiale a Massafra, davanti alla commissione invalidi che ha visionato ogni singolo documento, ogni referto, ogni carta che racconta nero su bianco ciò che sto vivendo, pensavo, ingenuamente, che almeno un pezzo di strada fosse stato fatto. 
Che qualcuno avesse visto, letto, capito.
E invece no.
Ricevo una nota dalla sede centrale, devo presentarmi nuovamente, nella prima decade di maggio, per un ulteriore approfondimento. Un’altra verifica. 
Un altro passaggio. 
Un altro ostacolo.
E allora mi chiedo, e ve lo chiedo davvero, senza retorica, ma ci rendiamo conto di come veniamo trattati da un ente pubblico che dovrebbe tutelare i cittadini più fragili?
Perché qui non si parla di un favore. 
Non si parla di un capriccio. 
Non si parla di una richiesta fantasiosa.
Qui si parla di un diritto.
Un diritto che non nasce da una firma su un foglio, ma da una condizione reale, concreta, visibile. 
Una condizione che non ho scelto io. 
Una condizione che sto affrontando ogni giorno, con un fisico che a volte sembra cedere e una testa che, nonostante tutto, prova a restare in piedi.
Cosa devo dimostrare ancora?
Che la malattia non è una recita?
Che la stanchezza non è pigrizia?
Che la debolezza non è un’invenzione?
Forse dovrei presentarmi con le mie notti insonni dentro una cartella clinica.
O magari con la nausea chiusa in una busta protocollata.
O con la fatica di alzarmi dal letto certificata da un timbro più grande degli altri.
Perché, a volte, la sensazione è proprio questa, che non basti essere malati. Che si debba anche dimostrare di esserlo nel modo giusto, nei tempi giusti, con i moduli giusti.
È questa la parte più amara della faccenda.
Non la malattia. Non la chemio. Non la debolezza.
La burocrazia.
Quella burocrazia che non guarda negli occhi le persone, ma conta le carte. 
Che non ascolta il racconto umano, ma misura la distanza tra una firma e un’altra. 
Che ti tratta come una pratica da smaltire e non come una persona che sta lottando.
E badate bene, io non sto chiedendo scorciatoie. 
Non sto invocando privilegi. 
Non sto cercando compassione.
Sto chiedendo rispetto.
Rispetto per chi combatte ogni giorno una battaglia che non ha scelto. 
Rispetto per chi si presenta puntuale, con dignità, anche quando il corpo direbbe di restare a letto. 
Rispetto per chi ha versato contributi per una vita intera e oggi si trova a dover mendicare ciò che gli spetta di diritto.
Perché è questo che fa più male, sentirsi trattato come se dovessi dimostrare di non essere un impostore.
E allora mi viene da pensare che forse il vero problema non sia solo la lentezza delle procedure o l’eccesso di verifiche.
Il vero problema è quando un sistema smette di vedere le persone e vede soltanto i fascicoli.
Quando la fragilità diventa sospetta.
Quando la sofferenza diventa un numero di protocollo.
Quando il diritto diventa una corsa a ostacoli.
Io ci andrò, naturalmente. 
Mi presenterò anche a questa ulteriore verifica. Con la stessa dignità con cui ho affrontato tutto il resto.
Ma una domanda continuerà a ronzarmi nella testa, ostinata come una mosca d’estate:
in un Paese che si definisce civile, quanto deve soffrire una persona prima che qualcuno si convinca che sta dicendo la verità?

venerdì 24 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°149 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°149 – Aprile 2026.
"La chemio ha l’orologio svizzero (e io faccio da bersaglio)".

Oggi ho avuto una conferma scientifica degna dei migliori laboratori internazionali, la “botta” del dopo chemio arriva puntuale dopo due giorni. 
Non uno prima, non uno dopo. Due. Precisi. Nemmeno avesse l’orologio svizzero al polso.
Ormai lo so. Posso quasi segnarmelo sul calendario come una festività nazionale, Giornata Internazionale della Debolezza Totale.
Una ricorrenza personale, non riconosciuta dallo Stato, ma che il mio corpo celebra con grande dedizione.
Stanotte è stata una di quelle notti da dimenticare. 
O forse da ricordare, perché quando il fisico ti mette alle corde, ti costringe a fare i conti con la tua pazienza, con la tua resistenza e con quella testardaggine che ti tiene ancora in piedi, o, nel mio caso, ancora a letto.
Sono ancora qui, sotto le coperte, con una voglia matta di dormire. 
Dormire perché il corpo, quando è stanco davvero, non chiede permesso, ordina.
E io obbedisco.
Che poi, diciamocelo chiaramente, nella vita passiamo anni a correre, a fare, a dimostrare, a stare dietro agli orologi, agli impegni, alle scadenze. 
E poi arriva un momento in cui il tuo corpo ti guarda negli occhi e ti dice, “Adesso basta. 
Ora comando io.”
Ci illudiamo di guidare la nave.
Poi arriva una chemio, o qualsiasi tempesta della vita, e capisci che sì, forse tieni il timone… ma il mare decide sempre l’altezza delle onde.
E quando l’onda è alta, non serve fare i gradassi. 
Serve piegare la testa e resistere.
Intanto, mentre io combatto con questa debolezza da manuale, nella mia testa si affaccia pure un altro pensiero, l’ultimo brutto scherzo dell’INPS.
Eh sì… perché nella vita, quando il fisico ti mette alla prova, pare quasi che la burocrazia dica, “Che fai, non ti bastava la chemio? 
Ti do una mano io.”
Ma questa è una storia che merita spazio, respiro e magari pure un pizzico di ironia in più.
Ve la racconterò la prossima volta, perché certe vicende vanno gustate con calma, come certi piatti amari che però, a raccontarli bene, fanno pure ridere.
Per ora resto qui, nel mio piccolo fortino di coperte, a fare quello che oggi mi riesce meglio, resistere dormendo.
Che poi, a pensarci bene, dormire non è arrendersi.
È prepararsi.
Prepararsi a rialzarsi domani con un filo di forza in più, con un respiro un po’ più profondo e con quella solita, ostinata voglia di dire alla vita, “Non hai ancora vinto tu.”

martedì 21 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°148 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°148 – Aprile 2026.
"Manuale di istruzioni per un corpo che non collabora."

Domani si riparte.
Terzo ciclo di chemio.
Ormai ho capito che qui non si tratta di fare gli eroi, ma di fare i contabili, si contano i giorni, si contano le energie, si contano i passi fatti tra il letto e la cucina come se fossero chilometri di una maratona olimpica. 
E la cosa buffa, buffa si fa per dire, è che all’inizio pensavo di reggerla abbastanza bene. Uno si illude sempre un po’, è umano. 
Fa programmi, si dà delle pacche sulle spalle, si dice: “Massì, che sarà mai…”
Poi arrivano i giorni veri.
Quelli in cui anche allacciarsi le scarpe sembra un’impresa degna di essere raccontata nei libri di storia.
Mi sento stanco. 
Non la stanchezza normale, quella che passa con una dormita o con un caffè forte. No. Questa è una stanchezza che si piazza dentro le ossa come un inquilino abusivo e decide che non ha nessuna intenzione di pagare l’affitto né di andarsene.
Ogni azione, anche la più banale, diventa una specie di trattativa diplomatica con il mio corpo: “Senti, facciamo che oggi mi lasci fare almeno questo?”
E lui, il corpo, spesso risponde con un’alzata di spalle immaginaria e un sonoro: “Oggi no.”
Ed è lì che arriva la frustrazione.
Perché la testa vorrebbe fare, eccome se vorrebbe. 
La testa ha ancora mille idee, mille progetti, mille cose da sistemare, da dire, da scrivere. 
La testa è viva, sveglia, irrequieta.
Il problema è che il corpo, in questo periodo, sembra aver preso ferie senza avvisare nessuno.
È una situazione paradossale, ti accorgi che anche il minimo gesto ha un peso. 
E allora inizi a fare una cosa che prima non facevi, pensare a quanto fosse facile tutto ciò che oggi ti costa fatica.
Camminare.
Alzarti.
Fare due passi senza pensarci.
Prima erano cose invisibili.
Adesso sono conquiste.
Forse siamo stati abituati troppo bene. 
Forse abbiamo sempre dato per scontato che il nostro corpo fosse una macchina perfetta, pronta a obbedire a ogni comando.
E invece no.
Arriva un momento in cui ti ricorda che non sei invincibile. 
Che non sei una macchina. 
Che sei fragile.
Fragile.
Una parola che di solito evitiamo come la peste, perché ci piace sentirci forti, autonomi, indipendenti. 
Ma la verità è che la fragilità fa parte del pacchetto. È inclusa nel prezzo della vita, senza possibilità di reso.
Domani inizio il terzo ciclo.
E già lo so, non sarà una passeggiata. 
Non sarà una gita domenicale con il panino nello zaino e il sole in faccia. 
Sarà una salita, lenta e testarda, fatta di giorni buoni e giorni da cancellare dal calendario con una riga grossa.
Però c’è una cosa che questa esperienza mi sta insegnando, anche controvoglia, a ridimensionare tutto.
Le cose che prima sembravano enormi adesso si sono rimpicciolite.
Le cose che prima ignoravo adesso hanno un valore immenso.
Un gesto semplice.
Un momento senza nausea.
Un attimo di energia in più.
Piccole vittorie, che nessuno vede ma che per me valgono come medaglie.
E allora sì, domani si riparte.
Con sarcasmo quanto basta per non prendermi troppo sul serio, e con quella testardaggine che, a quanto pare, è rimasta una delle poche cose che il mio corpo non è riuscito ancora a farmi perdere.
Perché alla fine, in tutta questa storia, la vera battaglia non è fare grandi cose.
È continuare a fare anche le più piccole.
E domani, con tutta la stanchezza del mondo addosso, io sarò lì.
Non brillante, non elegante, non eroico.
Ma presente.
E in certi momenti della vita, essere presenti è già una forma di coraggio.

venerdì 17 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°147 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°147 – Aprile 2026.
"La borsa in pelle e la distanza dei tempi."

Quante volte la memoria decide di fare di testa sua e riportarci indietro, come un vecchio archivista che, senza chiedere permesso, apre cassetti polverosi e tira fuori cartelle che credevamo dimenticate.
Non è nostalgia, o almeno non soltanto. 
È una specie di bisogno di capire quando, esattamente, abbiamo smesso di sentirci accompagnati e abbiamo iniziato a sentirci semplicemente gestiti.
Pensavo ai medici di famiglia. 
Non ai medici in generale, ma a quella figura precisa, quasi rituale, che abitava le nostre case prima ancora che abitasse gli ambulatori. Una presenza che non aveva bisogno di appuntamenti digitali o codici da inserire. Bastava una telefonata, spesso fatta con voce preoccupata, e nel giro di poco si sentiva quel bussare deciso alla porta.
Era un suono che rassicurava.
Ricordo ancora quella borsa in pelle. 
Non era solo un contenitore di strumenti medici. Era un simbolo. 
Dentro non c’erano soltanto stetoscopi e fiale, ma una promessa tacita: “Non sei solo”.
Il dottor Durso, al rione Tamburi, era una di quelle figure che oggi sembrano appartenere più alla letteratura che alla realtà. 
Dolce, misurato, con quel modo antico di parlare che sapeva di rispetto e di pazienza. Era una istituzione, una presenza che si dava per scontata come l’acqua che scorre dal rubinetto. 
E proprio per questo, quando c’era, non ci rendevamo conto del suo valore.
Poi arrivò Sebastiano Romeo.
Giovane, preparato, ma soprattutto umano. 
E qui bisogna fermarsi un attimo su questa parola, umano. 
Perché oggi sembra quasi una qualità accessoria, mentre allora era la prima medicina.
Sebastiano non guardava l’orologio mentre parlavi. 
Non sembrava avere fretta di passare al paziente successivo. Ti ascoltava. 
E ascoltare, diciamocelo, è un atto rivoluzionario in un mondo che corre sempre più veloce e sempre più distratto.
Era uno di quelli che riusciva a trasformare una visita medica in un dialogo tra persone. 
Un medico che, in qualche modo, diventava anche un fratello maggiore, una figura paterna, una presenza stabile nel disordine delle nostre fragilità.
Quando è venuto a mancare, non è morto soltanto un medico.
È venuto meno un punto fermo. 
Un faro, appunto. 
E chi ha vissuto questa perdita lo sa bene, non si perde soltanto la competenza, si perde una relazione. 
Una di quelle relazioni che oggi sembrano diventate un lusso.
Dopo di loro, qualcosa è cambiato.
Non per cattiva volontà dei medici di oggi, sia chiaro. 
Sarebbe troppo facile accusare loro. 
La verità è più complessa, più strutturale, direbbe qualcuno che ama analizzare i sistemi prima delle persone. 
I medici di famiglia oggi sono schiacciati da numeri, scadenze, burocrazie, piattaforme digitali, prescrizioni elettroniche. 
Hanno più pazienti, meno tempo, più responsabilità e meno spazio per l’umanità lenta.
Sono diventati, loro malgrado, una specie di funzionari della salute.
E qui si apre una riflessione più ampia, quasi pasoliniana nel suo sapore amaro, forse non abbiamo perso solo il medico di famiglia di una volta. Forse abbiamo perso un pezzo di comunità. 
Un frammento di quella società in cui le relazioni erano fatte di volti e non di codici fiscali.
Oggi si parla molto di progresso, e spesso con ragione. 
Abbiamo tecnologie avanzate, diagnosi più precise, strumenti impensabili fino a pochi decenni fa. 
Eppure, mentre guadagniamo in efficienza, rischiamo di perdere in prossimità.
E la malattia, lo sa bene chi la attraversa, non è fatta soltanto di sintomi e valori clinici. 
È fatta di paura, di silenzi, di domande che non sempre trovano spazio nei protocolli.
E allora mi viene spontaneo chiedermi, e forse lo facciamo tutti, quando la memoria si mette a scavare, cosa mi direbbe oggi Sebastiano?
Mi direbbe di avere coraggio?
Mi direbbe di fidarmi della medicina moderna?
O forse mi direbbe qualcosa di più semplice, di più umano, qualcosa che nessun algoritmo potrà mai prescrivere, “Non perdere la fiducia. Nemmeno quando tutto sembra complicato.”
Perché alla fine, quando torniamo indietro con la mente, non cerchiamo soltanto ricordi. Cerchiamo risposte. 
Cerchiamo conferme che, in qualche momento della nostra vita, qualcuno ci ha guardati non come pazienti, ma come persone.
E forse è proprio questa la domanda che resta sospesa, come una porta socchiusa alla fine di questa riflessione, "in un tempo che corre veloce e cura sempre di più, siamo ancora capaci di prenderci cura gli uni degli altri, davvero?."

sabato 11 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°146 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°146 – Aprile 2026.
“Il pudore dei malati e l’ipocrisia dei sani”.

A volte mi viene la tentazione di chiudere bottega.
Di mettere il lucchetto a queste pagine e dire, basta, oggi non scrivo.
Perché, diciamocelo senza troppi giri di parole, ho paura di diventare pesante.
Paura che qualcuno, leggendo, sospiri e pensi: “Ecco, ricomincia con i suoi acciacchi…”
Paura di trasformare questo Diario di bordo in una specie di bollettino di guerra che rovina il caffè del mattino o la leggerezza di una domenica.
E allora mi viene da chiedervi scusa.
Una scusa preventiva, quasi servile, come fanno quelli che chiedono permesso pure per respirare.
Ma poi ci penso meglio, e qui mi viene fuori un pizzico di quella irriverenza che ogni tanto mi salva dalla malinconia, e mi dico,
ma scusa di che?
Di essere vivo?
Di raccontare quello che accade dentro un corpo che fa i capricci come un bambino viziato?
Di mettere in piazza un dolore che tanti tengono nascosto come fosse una vergogna?
No, perché qui c’è una strana faccenda tutta nostrana, anzi, tutta umana.
Quando uno sta male davvero, quando la vita lo prende a schiaffi, deve farlo in silenzio. Con discrezione. Con pudore.
Quasi chiedendo scusa di disturbare il traffico delle esistenze sane.
E invece, guarda un po’, si può urlare per una partita di calcio, si può litigare per una sciocchezza, si può ostentare felicità fasulla sui social come se fosse merce in saldo.
Ma il dolore… quello no.
Quello va nascosto.
Va chiuso in un cassetto come una mutanda bucata.
Mettere in piazza il proprio male non è narcisismo.
Non è voglia di compassione.
Non è mendicare carezze virtuali.
È un atto quasi politico, direi.
È una forma di disobbedienza civile contro il silenzio che ci hanno insegnato fin da piccoli.
Quel silenzio che dice, soffri pure, ma fallo con eleganza, senza disturbare.
Io, invece, ho iniziato a scrivere per una ragione molto semplice, per raccontare uno spaccato di vita che esiste, che pulsa, che respira, anche quando fa male.
Perché la verità è che siamo in tanti.
Molti più di quanti immaginiamo.
Una folla silenziosa, educata, composta.
Una moltitudine che affronta esami, terapie, attese, nausea, stanchezza… e poi esce di casa con un mezzo sorriso, come se niente fosse.
Una società parallela, invisibile.
Una repubblica dei malati che non ha bandiere né inni, ma solo cartelle cliniche e un coraggio che non fa notizia.
E allora a tutti coloro che soffrono, a quelli che leggono e a quelli che non leggeranno mai, io oggi vorrei fare una cosa semplice.
Non un discorso.
Non una predica.
Non una lezione.
Una carezza.
Una carezza ideale, di quelle che non fanno rumore, ma che arrivano dritte dove serve.
Sul cuore.
Sulla paura.
Su quella solitudine che a volte ti si siede accanto sul letto e non vuole più andarsene.
Perché la solitudine è la vera malattia collaterale.
Non quella che si vede negli esami.
Non quella che compare nei referti.
Quella che ti prende quando pensi di essere l’unico a combattere.
Ma non lo siamo.
Non lo siete.
Non lo sono.
Siamo tanti.
Un esercito disordinato, un po’ stanco, spesso ironico, perché senza ironia si muore prima dentro che fuori.
E forse è proprio qui che nasce questo Diario di bordo.
Non per lamentarmi.
Non per fare la vittima.
Ma per accendere una piccola luce in mezzo a una stanza buia.
Una luce imperfetta, tremolante, a volte pure un po’ sfacciata.
Perché raccontare il dolore, alla fine, è un atto di sincerità.
E la sincerità, in questo mondo che ama le maschere, è la cosa più irriverente che si possa fare.
E allora, se proprio devo lasciarvi con un pensiero finale, uno di quelli che restano appiccicati addosso come l’odore del fumo sui vestiti, vi dico questo: non abbiate pudore della vostra fragilità.
Abbiate pudore, semmai, della vostra indifferenza.
Abbiate vergogna quando smettete di guardare negli occhi chi soffre.
Abbiate timore quando pensate che il dolore degli altri sia una cosa lontana, estranea, quasi fastidiosa.
Perché il dolore, prima o poi, bussa a tutte le porte.
E quando lo fa, non chiede permesso.
Entra.
Si siede.
E pretende ascolto.
E forse, proprio in quel momento, capiremo tutti, ma proprio tutti, che non era il dolore a essere pesante.
Era il silenzio.

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p.s. questo mio scritto è il frutto di una ennesima notte insonne.

venerdì 10 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°145 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°145 – Aprile 2026.
“Batterie scariche”.

Mercoledì ho portato a termine anche il secondo ciclo della chemio.
Segno la tacca sul muro come fanno i galeotti nei film, ma con una piccola differenza, qui non c’è nessun secondino da fregare, solo il mio corpo che ogni volta mi guarda e mi dice, “Amico mio, oggi abbiamo dato tutto. Pure troppo.”
Da questa mattina sono ripiombato in uno stato di estrema debolezza.
Ma non la debolezza elegante, quella che vedi nei film dove il protagonista tossisce con stile e poi si rialza con lo sguardo fiero. 
No, qui siamo alla debolezza vera, quella che ti fa trattare il divano come se fosse un parente stretto, uno di quelli a cui vuoi bene anche quando non parla.
Avevo dei progetti in cantiere.
Piccole cose, niente di straordinario, qualche idea da sviluppare, qualche parola da scrivere, qualche sogno da tenere in piedi con lo spago e la buona volontà.
Ma oggi no. 
Oggi il corpo ha deciso l'astensione, senza preavviso, senza alcuna trattativa e senza possibilità di mediazione.
Sciopero selvaggio, direi. E pure ben riuscito.
Anche il mio stato dialogativo sembra essere ai minimi termini.
Io che di parole ne ho sempre avute troppe, oggi mi ritrovo con la testa vuota come una piazza ad agosto alle tre del pomeriggio.
È una sensazione strana, quasi imbarazzante.
Come se qualcuno avesse premuto il tasto “mute” sulla mia voce interiore.
Eppure, in mezzo a questo silenzio, succede qualcosa di curioso.
Quando il corpo si svuota, quando la testa rallenta, quando perfino le parole fanno fatica a uscire… resta solo l’essenziale.
E l’essenziale, guarda caso, non è mai rumoroso.
Spero di stare meglio domani.
Lo dico ogni volta.
E ogni volta quel “domani” diventa una specie di promessa silenziosa che faccio a me stesso. Una stretta di mano invisibile tra me e il tempo.
Certo, oggi mi sento come un telefono con la batteria all’1%, con il caricabatterie chissà dove e il messaggio rosso che lampeggia: “Energia insufficiente.”
Ma c’è una cosa che ho imparato in questo percorso, anche quando la batteria è quasi a zero, il sistema non si spegne subito.
Resiste.
Tiene duro.
Cerca un modo per arrivare alla presa più vicina.
E forse la verità più sincera è proprio questa,
ci sono giorni in cui non si combatte per vincere, ma solo per non spegnersi.
Oggi è uno di quei giorni.
E se domani starò meglio, anche solo di un soffio, allora vorrà dire che questo corpo testardo, questo spirito un po’ irriverente e questa testa dura che non sa arrendersi…
stanno ancora facendo il loro lavoro.
In silenzio.
Con fatica.
Ma con una dignità che, anche quando non fa rumore, continua a farsi sentire.

domenica 5 aprile 2026

📝 Diario di bordo – Numero speciale di Pasqua – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo – Numero speciale di Pasqua – Aprile 2026.

Oggi è Pasqua.
Una parola semplice, quasi leggera, che però porta dentro un peso enorme, quello della rinascita.
Non è solo una festa, non è solo una tradizione. 
È un passaggio. È un attraversamento.
È il giorno in cui, simbolicamente, si esce dal buio.
E allora oggi voglio fermarmi un attimo.
Non per raccontare la fatica, non per descrivere il dolore, quelli li conosciamo bene, ma per guardare oltre. 
Per provare a dare un senso a questa parola così grande, rinascere.
Perché Pasqua, se la spogliamo da tutto il resto, è questo, la possibilità che dopo la notte, arrivi davvero il giorno.
E chi è malato questa cosa la capisce fino in fondo.
Non per teoria, ma per esperienza.
Chi attraversa la malattia vive ogni giorno una piccola lotta.
Una battaglia silenziosa, fatta di attese, di esami, di speranze appese a un filo.
Una battaglia che ti cambia, ti scava, ma allo stesso tempo ti rende più vero.
E dentro questa realtà, la Pasqua assume un significato diverso.
Non è più solo una data sul calendario.
Diventa una promessa.
La promessa che anche quando il corpo cede, lo spirito può resistere.
Che anche quando tutto sembra fermo, qualcosa dentro continua a muoversi.
Che anche quando la strada è in salita, c’è sempre un passo possibile.
La speranza dei malati non è una parola romantica.
È concreta, testarda, a volte fragile, ma incredibilmente viva.
È quella scintilla che ti fa alzare anche quando non ne hai forza.
È quella voce che, sottovoce, ti dice, “non è finita”.
È quel filo invisibile che tiene insieme i giorni difficili e quelli un po’ meno.
E allora sì, oggi è Pasqua.
E oggi voglio dire a tutti voi, con il cuore in mano, che possiate trovare, ognuno a modo suo, una piccola forma di rinascita.
A chi sta bene, auguro di non dare mai nulla per scontato.
A chi è in difficoltà, auguro di trovare un appiglio, anche minuscolo.
A chi è malato, auguro qualcosa di più,
non solo forza, quella a volte viene e va,
ma speranza. 
Quella vera. Quella che resta.
Perché la speranza, lo sapete bene, non fa rumore… ma tiene in piedi il mondo.
Buona Pasqua a tutti.
Serena, autentica, profondamente umana. 🌿

sabato 4 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°144 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°144 – Aprile 2026.
“Missione (quasi) possibile, operazione sopravvivenza al supermercato”.

Piccolo scoop del Sabato Santo.
Dopo aver terminato di scrivere la puntata n°143, mi sono guardato allo specchio con aria da eroe stanco, di quelli che nei film americani hanno sempre la battuta pronta e lo sguardo determinato, e mi sono detto: “forza dai, ora reagisci, adesso esci”.
Il problema è che il mio corpo, nello stesso momento, ha risposto, “Giovanni, ma dove vai?”
E lì è iniziata la trattativa.
Ho deciso di mettermi alla prova. 
Non per eroismo, sia chiaro, ma per una sorta di test scientifico, capire se fossi ancora compatibile con il mondo esterno. 
Con l’aiuto prezioso di mia moglie, vera regista occulta di tutta l’operazione, abbiamo pianificato l’uscita come se dovessimo entrare in territorio ostile.
L’obiettivo? Un’attività commerciale.
Il percorso? Apparentemente breve.
La difficoltà? Degna di un film d’azione.
All’inizio mi sentivo come in “Mission Impossible”. 
Solo che al posto di Tom Cruise agile e scattante, c’ero io… versione rallentata, con qualche aggiornamento mancante e la batteria al 12%.
Altro che corsa sui tetti, io già consideravo un successo attraversare il soggiorno senza perdere l’equilibrio.
La testa girava, i movimenti erano lenti, calibrati, quasi coreografati. 
Ogni passo era una conquista. 
Ogni respiro, un piccolo traguardo.
Eppure… sono uscito.
Non vi nego che ho stretto i denti. 
Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per ricordarlo a me stesso che non devo arrendermi. 
Non ora. Non così.
C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. 
Una volta si correva senza pensarci, oggi si festeggia per essere riusciti a fare la spesa.
La vita ha questo strano senso dell’umorismo, ti ridimensiona, ti smonta pezzo per pezzo, e poi ti costringe a ricostruirti… ma con più consapevolezza.
E forse è proprio qui il punto.
Oggi non ho fatto un’impresa epica. 
Non ho salvato il mondo. Non ho neanche corso.
Però sono uscito, ho affrontato i miei limiti, li ho guardati in faccia… e, per un attimo, li ho superati.
Magari lentamente. Magari barcollando.
Ma li ho superati.
E allora sì, lasciatemelo dire con un sorriso un po’ storto, missione compiuta.
Non perfetta. Non spettacolare.
Ma tremendamente umana.
E in questo momento, anche se con tantissima fatica, va più che bene così.

📝 Diario di bordo n°143 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°143 – Aprile 2026.
“Manuale semiserio per abitare un corpo capriccioso”.

Esiste un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui il proprio corpo decide di intraprendere una strada autonoma, come certi gatti che escono di casa e tornano solo quando ne hanno voglia.
Il mio, in questi giorni, ha preso questa abitudine.
Dopo l’ultima chemio, infatti, ho scoperto che l’energia è diventata un bene di lusso, la nausea una presenza affettuosamente invadente e la debolezza una compagna di stanza che non paga l’affitto ma resta comunque.
E io lì, spettatore e protagonista allo stesso tempo, a chiedermi se per caso non abbia sbagliato copione.
“Ero preparato anche a questo”, continuo a ripetermi.
Che è una frase curiosa, suona come una dichiarazione di controllo, ma in realtà è un modo elegante per dire “non ci posso fare molto, ma almeno non mi sorprende”.
Passo più tempo a letto che in piedi.
Il letto, ormai, ha assunto una dimensione quasi metafisica, è una sorta di osservatorio privilegiato sul mondo… visto però dal basso, con una prospettiva che definire orizzontale è quasi riduttivo.
E mentre sto lì, tra un pensiero e l’altro, mi accorgo che il tempo cambia consistenza.
Non scorre più, si dilata, si accartoccia, si ferma.
Ogni minuto ha un peso specifico diverso, come se la realtà stessa avesse deciso di rallentare per farmi capire qualcosa.
Domani è Pasqua.
Una parola enorme, piena di significati, di simboli, di promesse altissime.
Rinascita, resurrezione, nuova vita.
E io, con una certa ironia, mi ritrovo a rinegoziare tutto questo in termini molto più modesti.
Non punto alla resurrezione.
Mi basterebbe una piccola evasione autorizzata, arrivare fino al giardino.
Uscire, anche solo per pochi minuti.
Sentire l’aria sulla faccia, la luce negli occhi.
Non per dimostrare qualcosa, ma per ricordarmi qualcosa.
Che ci sono.
Che, nonostante tutto, continuo a esserci.
Perché poi, a pensarci bene, la vita non è fatta solo di grandi gesti o di imprese memorabili.
La vita è fatta di soglie minuscole, alzarsi, fare un passo, attraversare una porta.
E in certi momenti, quelle soglie diventano immense.
Così oggi non faccio discorsi solenni.
Non mi racconto favole eroiche.
Oggi pratico una forma di resistenza gentile, resto qui, sopporto, aspetto.
E provo, con una certa ostinazione, a non perdere il senso delle cose piccole.
Perché forse è proprio lì che si nasconde il significato più vero.
E se domani riuscirò ad arrivare fino a quel giardino, anche senza effetti speciali, senza annunci, senza testimoni… allora avrò comunque fatto qualcosa di grande.
Avrò attraversato, a modo mio, il confine sottile tra il sentirsi spenti e il sentirsi vivi.
E, credetemi, non è poco.

giovedì 2 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°142 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°142 – Aprile 2026.
"Il coro e l’eco dell’umano."

In questa puntata di Diario di bordo, raccolgo e restituisco il senso dei tanti messaggi che mi avete fatto arrivare dopo la puntata precedente. È una risposta corale, nata dalle vostre parole, dalle vostre esperienze e dalla vostra indignazione.

C’è qualcosa di straordinario, e al tempo stesso profondamente rivelatore, nel leggere una moltitudine di voci che, pur provenendo da esperienze diverse, finiscono per convergere su un medesimo punto, la percezione di una frattura tra ciò che dovrebbe essere umano e ciò che, invece, appare meccanicamente disumano.
I vostri messaggi, e li ho letti tutti, uno ad uno, con quella lentezza rispettosa che si deve alle cose importanti, non sono semplici risposte. Sono frammenti di coscienza collettiva. 
Piccoli atti di resistenza morale.
C’è chi invoca il diritto, ricordando che esso dovrebbe essere autoevidente, quasi naturale, come il respiro. 
E invece no, oggi il diritto sembra dover essere dimostrato, certificato, discusso, quasi implorato. 
Una torsione pericolosa, questa, perché trasforma il cittadino in supplice e l’istituzione in arbitro capriccioso.
C’è chi racconta esperienze analoghe, attese infinite, visite lampo, giudizi frettolosi. 
Una liturgia burocratica che ha perso il senso del sacro, e il sacro, in questo caso, è la dignità umana. 
Perché se riduci una persona a una pratica da evadere, hai già compiuto una sottrazione, gli hai tolto l’anima.
E poi c’è un elemento che ritorna, quasi ossessivamente, il sospetto.
Non importa chi sei, cosa hai vissuto, cosa stai affrontando. 
Il punto di partenza non è la fiducia, ma il dubbio. 
Non sei creduto fino a prova contraria, sei messo in discussione per definizione. 
È una forma sottile di violenza, questa. Non lascia lividi, ma scava dentro.
Alcuni di voi hanno provato a spiegare. 
A giustificare, persino. “È il sistema”, dite. “Sono le regole”, suggerite. 
E probabilmente è vero. 
Ma qui si apre una questione più ampia, quasi filosofica, fino a che punto l’essere umano può nascondersi dietro il sistema senza diventarne complice?
Perché la storia, quella vera, non quella raccontata nei manuali semplificati, ci insegna che le peggiori derive non nascono da mostri, ma da persone ordinarie che eseguono senza interrogarsi.
E tuttavia, in mezzo a tutto questo, emerge qualcosa di ostinatamente luminoso.
La vostra indignazione.
Che non è rabbia cieca, ma coscienza vigile. 
È il rifiuto di accettare come normale ciò che normale non è. 
È la prova che, nonostante tutto, l’umano resiste. 
Si difende. 
Si riconosce.
Qualcuno ha scritto che il disumano non potrà mai comprendere l’umano. 
Ed è una frase che merita di essere sottolineata non solo letta. 
Perché se è vero che il disumano non comprende, è altrettanto vero che l’umano, quando resta tale, non smette di testimoniare.
E allora questo Diario, oggi, non è più solo mio.
È diventato un coro.
Un coro imperfetto, a tratti dissonante, ma autentico. 
Un coro che racconta un Paese affaticato, contraddittorio, talvolta ingiusto. 
Ma anche un Paese che non ha ancora smesso di indignarsi.
E finché esisterà qualcuno capace di indignarsi, vorrà dire che non tutto è perduto.
Perché l’indifferenza è la vera malattia terminale.
E voi, con le vostre parole, dimostrate di essere ancora vivi.
Grazie. ❤️

mercoledì 1 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°141 – Aprile 2026.
"L’Inquisizione degli idonei."

Ci sono luoghi, che sembrano sospesi fuori dal tempo. 
Non per fascino, ma per una certa ostinata incapacità di evolversi. 
La sala della chemio, ad esempio, è una specie di crocevia umano dove il destino si diverte a mescolare le carte con un’ironia che sfiora il grottesco.
Durante la cura, il tempo si dilata. 
Le flebo scendono lente come certi discorsi di politici in campagna elettorale, e nel frattempo osservi. Ascolti. Assorbi.
C’è l’uomo elegante, con una dignità che pare uscita da un ritratto ottocentesco, che parla piano come se temesse di disturbare il dolore altrui. 
E poi c’è l’ex operaio, mani consumate e schiena piegata, che racconta la fabbrica come fosse una guerra combattuta senza medaglie. Due mondi lontani che qui si ritrovano livellati da una verità brutale, la fragilità.
E tu stai lì, a metà strada tra spettatore e protagonista, a costruire nella tua mente le loro vite, i loro sacrifici, le loro paure. 
Ti commuovi, sì. Ma è una commozione silenziosa, quasi pudica, come se anche i sentimenti dovessero chiedere il permesso.
Poi arriva il giorno dopo. E con esso, il teatro dell’assurdo.
La Commissione Invalidi.
Un nome che già di per sé suona come una contraddizione, perché se sei invalido, perché devi dimostrarlo? E a chi, soprattutto?
Entrare lì è come presentarsi davanti a un plotone di esecuzione con la cortesia di chi ha già capito tutto ma continua, ostinatamente, a rispettare le regole del gioco. 
Consegni documenti, referti, prove tangibili di una battaglia che non hai scelto. 
E loro, con l’aria di chi ha appena scoperto il fuoco, ti guardano con sospetto.
Non sei un paziente. Sei un sospetto.
Le domande non cercano risposte, cercano falle. 
Le insinuazioni non vogliono capire, vogliono mettere in dubbio. 
È un processo senza toga, ma con lo stesso odore di giudizio.
E lì, succede qualcosa di interessante.
Perché la rabbia sale. Eccome se sale. 
Una rabbia lucida, non isterica. Di quelle che non urlano, ma scavano. 
E devi trattenerla, ingoiarla, gestirla. 
Perché sai che in quel momento non stai parlando solo per te, ma per tutti quelli che non hanno più la forza di rispondere.
È uno spettacolo indegno, diciamolo senza giri di parole. 
Un sistema che dovrebbe proteggere e invece interroga. Che dovrebbe accogliere e invece sospetta. 
E il paradosso è tutto qui, chi soffre deve anche difendersi dal dubbio di chi dovrebbe tutelarlo.
Ma fermiamoci un attimo.
Perché la tentazione è quella di chiudere questo racconto con la rabbia. 
Sarebbe facile, quasi naturale. 
E invece no.
Perché c’è una domanda che resta, sospesa come quelle flebo lente, che tipo di società è quella che mette alla prova la sofferenza, invece di riconoscerla?
Forse il problema non è solo nella Commissione. 
Forse è più profondo. 
È culturale. 
È quell’idea strisciante che il dolore debba sempre essere certificato, validato, quasi meritato.
E allora la riflessione finale è semplice, ma scomoda, se per essere creduti dobbiamo dimostrare di soffrire, forse abbiamo smesso di saper guardare davvero gli altri.
E questa, più della malattia, è una diagnosi che dovrebbe preoccuparci tutti.

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.
"Le vene vigliacche e il destino puntuale."

Cambio di programma. 
E già qui uno dovrebbe cominciare a sospettare che la regia della mia vita sia affidata a qualche burlone con un gusto discutibile per l’ironia.
La terapia del primo aprile, che già di suo sembrava uno scherzo, viene anticipata al 31 marzo. 
Così, senza neanche il garbo di una suspense ben costruita. 
Tac. Spostata. 
Come una sedia in cucina.
Questa mattina mi presento alla Villa Verde per il solito rito del prelievo del sangue. 
Ormai più che un appuntamento medico è una sorta di partita a nascondino tra me e le mie vene. 
Solo che loro sono bravissime a nascondersi.
Mi siedo, porgo il braccio con quella finta sicurezza di chi vuole sembrare collaborativo ma dentro pensa, “Vediamo oggi chi vince.”
L’infermiera guarda, tasta, sospira leggermente. 
E io lo so. Quel sospiro è l’equivalente sanitario di quando il meccanico ti dice, “Eh… qui c’è da lavorare.”
Ed è lì che parte il film.
Immagino le mie vene riunite in assemblea straordinaria, tipo sindacato interno del corpo umano.
— “Compagni, oggi tocca a qualcuno di noi.”
— “Io no, ieri ho già dato!”
— “Ma come ieri? È una settimana che ti imboschi dietro il tendine!”
— “Proponiamo una rotazione democratica!”
— “Democratica un corno, qui finisce sempre che si sacrifica il solito cretino!”
Nel frattempo fuori, nel mondo reale, si cerca. Si punzecchia. Si riprova.
E io lì, spettatore e vittima, penso che se le mie vene avessero davvero diritto di voto, probabilmente eleggerebbero un governo tecnico pur di non esporsi.
Alla fine, come in tutte le storie italiane che si rispettino, si trova un compromesso: una vena, probabilmente la più distratta o la meno sindacalizzata, si lascia prendere. 
E la procedura va avanti.
Intanto io provo a fare incastri degni di un Tetris esistenziale, terapia di oltre quattro ore e visita a Massafra alle 15. 
Un capolavoro di ottimismo logistico.
Risultato? Impossibile.
E allora si anticipa tutto a domani, alle 10. Così, senza troppi complimenti. 
Perché la vita, quando decide di accelerare, non ti chiede il permesso. 
Ti prende per mano e ti dice, “Corri.”
“E che Dio me la mandi buona,” mi viene da dire. 
Ma non come una frase fatta. No. 
Più come una trattativa privata con l’universo.
Cari miei lettori, dovete sapere che c’è una cosa curiosa in tutto questo teatro un po’ grottesco e un po’ umano, mentre ti trovi lì, tra aghi, orari che saltano e vene che fanno sciopero, capisci quanto poco controllo abbiamo davvero.
Eppure continuiamo a fare programmi, a incastrare appuntamenti, a pretendere ordine.
Forse il punto non è riuscire a controllare tutto.
Forse il punto è restare in piedi anche quando il copione cambia all’ultimo momento.
Con un sorriso storto, magari.
Con una battuta fuori posto.
Con quella capacità tutta nostra di ridere anche quando non c’è molto da ridere.
Perché alla fine, tra una vena vigliacca e un’agenda impazzita, la vera sfida non è essere puntuali.
È restare umani.

📝 Diario di bordo n°153 – Maggio 2026.

📝 Diario di bordo n°153 – Maggio 2026. “L’INPS e l’amore tossico”. Ci sono amori che soffocano. Quelli possessivi.  Quelli inva...