"Trattato semiserio sulla terapia solare e altre coccole necessarie".
Questa mattina ho scoperto una nuova terapia rivoluzionaria.
Non la troverete nei protocolli ospedalieri, non è prescritta da nessun primario e non compare neppure nei bugiardini dei farmaci.
Si chiama sole sulla faccia e coccole sull’anima.
Funziona così, si prende una sedia a sdraio, la si trascina lentamente verso la finestra, con quella dignità un po’ barcollante tipica dei malati che fingono di essere in forma, e ci si lascia baciare dal sole.
Non è un bacio passionale.
È più un bacio alla maniera di una nonna, lungo, paziente, silenzioso.
E io, stamattina, ne avevo proprio bisogno.
Lo dico sottovoce, quasi con pudore, i dolori sono leggermente diminuiti.
Non è la pace universale del corpo, sia chiaro. Piuttosto una tregua armata.
Il corpo e il dolore si sono seduti a un tavolo di trattativa e hanno firmato un accordo temporaneo, “Ti lascio dormire un paio d’ore… poi però torno.”
E io, da bravo diplomatico della sopravvivenza, accetto.
Dormire a piccoli capitoli, due ore alla volta, è comunque una gioia immensa.
Perché quando la notte ti concede anche solo qualche pagina di riposo, al mattino ti svegli come uno che ha trovato una moneta per terra, non è un tesoro, ma è pur sempre una fortuna.
Naturalmente bisogna monitorare tutto.
Il corpo, in queste fasi, diventa una specie di laboratorio ambulante, controlla questo, evita quello, mangia piano, bevi con giudizio, non fare lo scemo.
E io ci provo.
Dico “ci provo” perché, come ogni essere umano dotato di un minimo di spirito ribelle, ieri sera ho trasgredito.
Dopo una settimana passata in casa, che a un certo punto comincia a sembrare più una clausura monastica che una convalescenza, ho varcato la soglia.
Due ore fuori.
Due ore soltanto.
Ma vi assicuro che due ore fuori casa, quando sei stato chiuso dentro per giorni, valgono come un viaggio intorno al mondo.
Merito di mio figlio e di mia moglie, che mi hanno accompagnato in questa piccola evasione controllata.
Mi hanno protetto come si protegge un pacco fragile, con cura, con attenzione… e con quella dolcezza un po’ imbarazzante che si riserva a chi si vuole bene davvero.
È stata una piccola botta di vita.
Ma questa è un’altra storia.
La racconterò nella prossima puntata, perché ogni buon diario, come insegnerebbe qualche vecchio studioso, vive anche di sospensioni narrative.
Nel frattempo resto qui.
Sulla mia sedia a sdraio.
Il sole entra dalla finestra e io penso che, alla fine, la vita è una cosa curiosa.
Passiamo anni a correre dietro a mille cose inutili, orari, scadenze, discussioni, ambizioni, perfino polemiche sui social che dopo cinque minuti nessuno ricorda più.
Poi arriva un momento in cui la felicità si riduce a tre elementi fondamentali, un raggio di sole,
un paio d’ore di sonno, e qualcuno che ti accompagna fuori casa senza farti sentire fragile.
E allora capisci una cosa semplice, quasi banale.
Che le coccole non sono un lusso dell’infanzia.
Sono una necessità della vita.
Nessun commento:
Posta un commento