"Il paradosso del pesce (e della chemio)".
Esiste una forma di ironia che non appartiene agli uomini, ma al calendario.
Una ironia sottile, quasi medievale, degna di quei monaci amanuensi che tra una miniatura e l’altra si divertivano a disegnare diavoletti nascosti tra le lettere sacre.
Il primo aprile, giorno consacrato alla menzogna giocosa, alla beffa innocua, alla verità travestita da scherzo.
Una sorta di carnevale laico, dove il mondo si concede il lusso di mentire sapendo che, per convenzione, nessuno ci crederà davvero.
Ebbene, quest’anno il calendario ha deciso di esercitare su di me una forma di umorismo decisamente più sofisticata.
Il primo aprile, con una puntualità quasi svizzera ma con un gusto tipicamente italiano per il grottesco, inizierò il secondo ciclo di chemioterapia.
Quattro ore abbondanti di terapia, un tempo sufficiente per leggere mezzo romanzo, riflettere sull’esistenza, oppure più realisticamente contemplare il soffitto cercando di convincersi che anche quello, in fondo, ha una sua poetica.
Ora, già questo basterebbe a rendere la giornata degna di nota.
Ma il destino, che evidentemente ha letto troppi romanzi postmoderni, ha deciso di inserire un ulteriore livello narrativo.
Nel pomeriggio di ieri ricevo un SMS dalla ASL. Linguaggio asciutto, burocratico, quasi ascetico nella sua freddezza, convocazione per visita presso la Commissione Invalidi Civili. Data? Naturalmente il primo aprile.
Orario? Le 15:00.
E qui la realtà smette di essere lineare e diventa letteratura.
Perché a questo punto non è più una coincidenza, ma una costruzione narrativa. Qualcuno, da qualche parte, ha deciso che il protagonista dovesse essere messo alla prova secondo le più classiche unità aristoteliche, tempo, luogo e azione.
Tutto concentrato in una sola giornata, quasi a voler verificare la tenuta del personaggio.
Prima la chemio. Poi la commissione.
Una sorta di maratona esistenziale, dove il corpo diventa il campo di battaglia e la burocrazia il giudice imparziale, o forse semplicemente distratto.
“Io speriamo che me la cavo”, verrebbe da dire. Ma non con l’ingenuità di chi lo spera davvero. Piuttosto con quella consapevolezza un po’ ironica di chi ha capito che, nella grande enciclopedia della vita, esistono voci che non si possono correggere, solo attraversare.
E allora mi immagino questo primo aprile come un racconto dentro il racconto, il giorno in cui lo scherzo non è più distinguibile dalla realtà, e la realtà stessa assume i contorni di una beffa.
Ma forse è proprio qui che si nasconde una verità più profonda.
Perché la vita, quando smette di essere prevedibile, diventa incredibilmente autentica. Ti costringe a stare dentro ogni minuto, senza sconti, senza scorciatoie.
Ti mette davanti a una domanda semplice e brutale, quanto sei disposto a resistere?
E io, con un filo di sarcasmo e una discreta dose di ostinazione, credo di conoscere già la risposta.
Non si tratta di cavarsela.
Si tratta di restare in piedi, anche quando il calendario decide di fare lo spiritoso.
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