“Salvate il soldato Giovanni (con due buchi e una risata)”.
Eccomi qui.
Pronto. Deciso. Motivato.
Nemmeno dovessi partire per una missione segreta.
Secondo step del primo ciclo di chemio.
Detto così sembra quasi un piano industriale… in realtà è il mio corpo che apre il cantiere.
Steso sul lettino, braccio sinistro in bella mostra, manco fosse una sfilata, e si comincia.
O meglio… si prova a cominciare.
Perché le mie vene, questa mattina, hanno deciso di giocare a nascondino.
Timide, riservate, direi quasi pudiche.
Due tentativi. Due buchi.
Niente.
A quel punto mi sono immaginato la scena, le vene riunite in assemblea sindacale che votano all’unanimità, “Ragazzi, oggi sciopero!”
E allora si cambia braccio.
Destro.
E finalmente… trovata!
Parte la flebo.
E io mi metto lì, buono buono, mentre questo liquido, che non è certo un cocktail tropicale, entra lentamente nel mio corpo con l’idea di fare pulizia.
E siccome non posso usare il telefonino, la mia mente decide di non stare ferma.
No, no… troppo facile.
Divento regista.
Anzi, divento Steven Spielberg.
E parte il film:
“Salvate il soldato Giovanni”.
Con scene epiche, colonna sonora da Oscar e io protagonista assoluto, un po’ acciaccato, un po’ stanco, ma con quella faccia da uno che, in fondo, non ha nessuna intenzione di mollare.
E così passa il tempo.
Tra una goccia e l’altra, tra una fantasia e un pensiero vero.
E alla fine… ultima flebo.
Sipario.
Devo solo ricordarmi di ritirare la cartella clinica, con tutte le prossime tappe, analisi del sangue settimanali, controlli, e la prossima seduta di terapia.
E qui arriva il colpo di scena finale.
La prossima chemio è fissata il primo aprile.
Ora… ditemi voi se la vita non ha anche un certo senso dell’umorismo.
Io lì, con la flebo, e lei che mi guarda e mi fa,
“Tranquillo Giovanni… pesce d’aprile!”
E invece no.
Tutto vero.
Però, a pensarci bene, forse è giusto così.
Perché se non impariamo a sorridere anche dentro le cose serie, rischiamo di diventare più malati della malattia stessa.
E allora io continuo così.
Con due buchi, una flebo… e una risata.
Perché magari non guarirà tutto,
ma aiuta a vivere meglio anche mentre si combatte.
Ringrazio ancora una volta i miei cari per la pazienza che dimostrano nei miei confronti.
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