mercoledì 1 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.

📝 Diario di bordo n°140 – Marzo 2026.
"Le vene vigliacche e il destino puntuale."

Cambio di programma. 
E già qui uno dovrebbe cominciare a sospettare che la regia della mia vita sia affidata a qualche burlone con un gusto discutibile per l’ironia.
La terapia del primo aprile, che già di suo sembrava uno scherzo, viene anticipata al 31 marzo. 
Così, senza neanche il garbo di una suspense ben costruita. 
Tac. Spostata. 
Come una sedia in cucina.
Questa mattina mi presento alla Villa Verde per il solito rito del prelievo del sangue. 
Ormai più che un appuntamento medico è una sorta di partita a nascondino tra me e le mie vene. 
Solo che loro sono bravissime a nascondersi.
Mi siedo, porgo il braccio con quella finta sicurezza di chi vuole sembrare collaborativo ma dentro pensa, “Vediamo oggi chi vince.”
L’infermiera guarda, tasta, sospira leggermente. 
E io lo so. Quel sospiro è l’equivalente sanitario di quando il meccanico ti dice, “Eh… qui c’è da lavorare.”
Ed è lì che parte il film.
Immagino le mie vene riunite in assemblea straordinaria, tipo sindacato interno del corpo umano.
— “Compagni, oggi tocca a qualcuno di noi.”
— “Io no, ieri ho già dato!”
— “Ma come ieri? È una settimana che ti imboschi dietro il tendine!”
— “Proponiamo una rotazione democratica!”
— “Democratica un corno, qui finisce sempre che si sacrifica il solito cretino!”
Nel frattempo fuori, nel mondo reale, si cerca. Si punzecchia. Si riprova.
E io lì, spettatore e vittima, penso che se le mie vene avessero davvero diritto di voto, probabilmente eleggerebbero un governo tecnico pur di non esporsi.
Alla fine, come in tutte le storie italiane che si rispettino, si trova un compromesso: una vena, probabilmente la più distratta o la meno sindacalizzata, si lascia prendere. 
E la procedura va avanti.
Intanto io provo a fare incastri degni di un Tetris esistenziale, terapia di oltre quattro ore e visita a Massafra alle 15. 
Un capolavoro di ottimismo logistico.
Risultato? Impossibile.
E allora si anticipa tutto a domani, alle 10. Così, senza troppi complimenti. 
Perché la vita, quando decide di accelerare, non ti chiede il permesso. 
Ti prende per mano e ti dice, “Corri.”
“E che Dio me la mandi buona,” mi viene da dire. 
Ma non come una frase fatta. No. 
Più come una trattativa privata con l’universo.
Cari miei lettori, dovete sapere che c’è una cosa curiosa in tutto questo teatro un po’ grottesco e un po’ umano, mentre ti trovi lì, tra aghi, orari che saltano e vene che fanno sciopero, capisci quanto poco controllo abbiamo davvero.
Eppure continuiamo a fare programmi, a incastrare appuntamenti, a pretendere ordine.
Forse il punto non è riuscire a controllare tutto.
Forse il punto è restare in piedi anche quando il copione cambia all’ultimo momento.
Con un sorriso storto, magari.
Con una battuta fuori posto.
Con quella capacità tutta nostra di ridere anche quando non c’è molto da ridere.
Perché alla fine, tra una vena vigliacca e un’agenda impazzita, la vera sfida non è essere puntuali.
È restare umani.

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