sabato 31 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.
“Promosso… con anestesia (si spera).”

Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco clinico a livelli crescenti.
Tocca all’RX toracico.
Ora, io continuo a chiedermelo, a cosa diavolo serva per l’operazione che dovrò fare non l’ho mai capito. 
Nessuno lo sa spiegare davvero. 
Misteri della scienza moderna. 
O forse è solo per tenermi occupato.
Ad attendermi trovo due giovanissimi in camice bianco. Un ragazzo e una ragazza che, con tutta probabilità, hanno l’età di mio figlio… se non meno.
Ed è lì che realizzo una verità dolorosa, la mia generazione non è vintage, è proprio fuori produzione.
Gentilissimi, sorridenti, professionali. 
Fanno i raggi, mi salutano e io via, come un pacco ben spedito.
Prossima tappa: il boss finale.
L’anestesista.
Il famigerato personaggio si fa attendere perché impegnato tra una sala operatoria e l’altra. 
Io, nel frattempo, mi piazzo in un angolo e osservo il mondo che scorre.
Corridoi pieni di storie. 
Infermieri e infermiere che sfrecciano come particelle impazzite.
E io lì, seduto, con il telefono in mano.
Mi rendo conto che quel rettangolo luminoso mi protegge, ma allo stesso tempo mi isola da persone che forse avrebbero solo bisogno di una parola, di uno sguardo, di un “come va?”.
È strano come la tecnologia ti tenga compagnia mentre ti allontana dagli altri.
Finalmente arriva lui.
L’anestesista.
Un omaccione col camice verde, che sembra uscito direttamente da Forrest Gump. 
Manca solo la panchina.
Inizia a chiamare. Io ho fame, sono stanco, mentalmente cotto.
Poi sento il mio nome. Entro.
Mi guarda fisso e se ne esce con: «Buongiorno… ma lei è il giornalista?»
Blackout.
«Ma nooo… quale giornalista!» rispondo io, con lo sguardo di chi ha appena capito di essere stato scoperto.
E lì realizzo che mi leggono anche in clinica.
E allora sì, un attimo di autocensura mi attraversa il cervello. 
Perché va bene l’ironia, va bene la goliardia… ma sempre meglio che l’anestesia venga fatta con i farmaci giusti e non con un cazzotto ben assestato sulla mia testa, nel caso in cui mi si fraintende su quello che scrivo. 😳
Colloquio fatto.
Esami ok.
Risultato finale: promosso.
Il 9 febbraio si può operare.
Esco stremato, affamato, ma con una certezza in più.
La giornata è finita. Si torna a casa.
Mi aspetta una prossima puntata. 
Perché anche gli eroi stanchi hanno diritto a una sana e corretta narrazione delle proprie disavventure.
E alla fine lo penso davvero, senza ridere,
in mezzo a camici, corridoi e attese infinite,
essere “promossi” non significa essere guariti,
ma avere ancora il permesso di continuare a lottare.

📝 Diario di bordo n°95 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°95 – Gennaio 2026.
"Il cornetto gommoso."

Colazione al bar della clinica.
Caffè dignitoso, cornetto invece ambiguo, crudo ma gommoso, una roba che non capisci se devi masticarla o denunciarla.
Probabilmente è un esperimento clinico anche lui.
Mi siedo. Attendo. Osservo.
In queste sale d’attesa diventi inevitabilmente sociologo, filosofo e un po’ veggente.
Scruti i volti come fossero libri aperti, anche se nessuno ha voglia di leggere ad alta voce.
C’è chi parla del tempo, chi della fila, chi del medico “che l’altra volta era più simpatico”.
E poi ci sono quelli che tacciono.
Ecco, quelli dicono molto di più.
Negli occhi leggo sofferenza.
Quella vera, non quella da lamento da bar.
Quella che conosco bene anche io, quella che non ha bisogno di parole perché pesa già abbastanza così.
Ogni tanto però spunta la speranza.
Timida, quasi imbarazzata.
Sta lì, seduta composta, come a dire: “Scusate se esisto ancora, ma senza di me qui non si va avanti”.
Nel corridoio passano le valigie.
Quelle dei ricoveri.
Le riconosci dal rumore, un cigolio che sembra un lamento metallico, una specie di colonna sonora dell’attesa.
Si mescola ai sospiri, agli sguardi bassi, a quella paura educata che nessuno vuole disturbare.
Poi li vedo, una signora anziana, piena di acciacchi, e il nipote che la accompagna.
Due generazioni diverse, una cammina piano, l’altra aspetta.
E in quel passo rallentato c’è una lezione di vita che nessun primario ti spiegherà mai.
La cura, a volte, è solo restare.
Il tempo passa. Sempre lui, puntualissimo quando non serve.
Poi la voce dal fondo del corridoio: “Pugliese! Chi è Pugliese?”
Eccomi, dico io.
Mi alzo. Tocca a me. A dopo.🧏‍♂️
E mentre mi avvio penso che questi posti sono strani.
Ti fanno ridere per non piangere, ti fanno riflettere anche quando vorresti solo scappare.
Qui capisci che siamo tutti fragili, anche quando facciamo finta di essere indistruttibili.
Che il corpo a volte cede, ma l’umanità, quella no, resiste.
E forse è questo il vero esame da superare ogni volta, non perdere la capacità di guardare gli altri, di sorridere anche davanti a un cornetto immangiabile, e di ricordarsi che, finché rispondi “eccomi”, sei ancora dentro la vita.

📝 Diario di bordo n°94 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°94 – Gennaio 2026.
“Sangue blu e vene part-time.”

Sono ancora qua.
Eh già. Contro ogni pronostico, pure oggi mi sono presentato all’appello.
Sveglia alle 6:15, quella sveglia cattiva che non suona, ringhia.
Auto, buio, pensieri sparsi e via verso la clinica Carlo Fiorino, ex San Camillo, rione Tamburi. Ormai in clinica mi salutano per nome.
Mi metto in fila, ordinato, composto, con la dignità di chi sa che sta per incontrare il “Dracula” di turno. 
Quello con l’ago facile e la vena difficile.
Arriva il mio momento. Entro.
Mi accoglie un’infermiera alta un metro e ottanta. 
Un gigante gentile. 
Io, davanti a lei, con le mie vene vergognose che fanno parkour sotto pelle.
Cinque minuti buoni a tamburellarmi il braccio come se stesse cercando il Wi-Fi.
Niente. Le vene giocano a nascondino.
Poi, all’improvviso, zac. 
L’ago affonda. Io stringo i denti, lei inizia una danza rituale di boccette: una, due, tre… pare stia facendo la collezione completa.
Alla fine mi guarda seria e dice:
«Qui abbiamo un sangue blu».
Io sgrano gli occhi.
«Blu? In che senso? 
Sono nobile e non lo sapevo?»
Lei sorride e mi spiega: denso, scuro, forte.
«Lei non è anemico. Per niente.»
E io penso: almeno una cosa buona, oggi.
Il tumore fa il bullo, le vene scappano, ma il sangue tiene botta.
Qualcuno, là dentro, resiste.
Esco e mi guardo intorno. Corridoi pieni. 
Gente seduta, in piedi, appoggiata ai muri.
Ognuno con il proprio faldone invisibile di paure, speranze, diagnosi.
Qui la sofferenza non fa rumore, ma pesa.
Ora mi aspetta il prossimo livello del videogioco, la visita cardiologica 😳👨‍⚕️
Io sono qui, in anticamera, a scrivere.
Perché scrivere, ormai, è il mio modo per restare intero.
E alla fine lo penso davvero, senza ironia.
Non so quanto sangue blu mi scorra nelle vene,
ma so che finché scorre, io ci sono.

📝 Diario di bordo n°93 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°93 – Gennaio 2026.
"L’ospite nervoso e la vigilia degli esami."

Oggi è una di quelle giornate che partono storte e non fanno nulla per raddrizzarsi. 
Il mio fisico protesta più del solito, come se l’ospite indesiderato avesse deciso di battere i pugni sul tavolo e ricordarmi, con arroganza, che lui è ancora lì. 
Nervoso lui, nervoso io. 
Un dialogo silenzioso, ma tutt’altro che educato.
Domani mi aspetta il pre-ricovero, una mattinata intera fuori casa, cinque o sei ore di esami, attese, corridoi, sedie scomode e numeretti da stringere come fossero biglietti vincenti. 
Io che faccio il duro, ma dentro penso solo a una cosa molto semplice e molto umana: “Spero di reggere”. 
Perché a volte la vera impresa non è l’esame, ma starci dentro fino alla fine.
Incrocio le dita, come si fa prima delle cose importanti, anche se ormai le dita le ho incrociate così tante volte che dovrebbero essersi annodate. 
E allora niente eroismi inutili, oggi mi ritiro strategicamente. 
Mi metto a letto, abbasso il volume del mondo e provo a riposarmi un po’.
Perché anche i combattenti, ogni tanto, hanno diritto a una tregua.
E domani… domani si ricomincia. 
Con paura, sì. Ma anche con la schiena dritta.

mercoledì 28 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°92 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°92 – Gennaio 2026
“Il faldone, la tessera e i 47,80 euro.”

Missione compiuta (quasi) presso l’ANMIC.
Raggiungere la sede è stata un’impresa degna di un rally africano, trenta minuti buoni solo per parcheggiare l’auto. 
Taranto, città di mare, sole e… parcheggi impossibili. 
Alla fine lasci la macchina dove capita e ti affidi al destino, sperando di ritrovarla intera.
Entro. 
L’aria è quella tipica delle sale d’attesa dove il tempo rallenta e la vita pesa un po’ di più. 
Colpi di tosse, sospiri, qualche lamento sommesso. 
Tutti seduti con il faldone in mano, il faldone come simbolo universale della sofferenza certificata. 
C’è chi ne ha uno, chi due, chi probabilmente a casa ne ha un terzo di riserva, non si sa mai.
Io stringo il mio con l’insicurezza di chi sa di essere completamente ignorante in materia, ma prova comunque a sembrare preparato. Spoiler: non lo sono.
La segretaria prende nota, io annuisco con aria grave, come se stessi capendo tutto. 
Poi arriva il mio turno.
L’esperto dell’associazione mi riceve, gentile, umano, chiaro. 
In pochi minuti fa ordine nel caos dei miei pensieri e delle mie carte. Quando l’umanità incontra la competenza, il mondo sembra un posto un po’ meno ostile.
All’uscita, però, lo sguardo cade su un cartello.
Tesseramento: 47,80 euro.
Non 45. Non 50. Quarantasette e ottanta.
Perché? 
Perché 47,80 e non una cifra tonda, rassicurante, rotonda come un abbraccio? Misteri della burocrazia. O forse una prova iniziatica: se accetti i 47,80 senza fare domande, sei pronto per tutto il resto.
Esco con un sorriso amaro e un pensiero serio.
Dietro quei faldoni, quei numeri strani, quelle attese silenziose, ci sono persone. 
Vite che chiedono solo di essere riconosciute, ascoltate, rispettate.
E alla fine capisci che non è il costo della tessera a pesare di più, ma il prezzo che molti pagano ogni giorno per vedersi riconosciuti dei diritti che dovrebbero essere scontati.

📝 Diario di bordo n°91 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°91 – Gennaio 2026.
"Pre-ricovero: il ritorno dell’uomo-colabrodo."

Tra un paio di giorni si ritorna in clinica.
Pre-ricovero. 
Già la parola è tutto un programma, una specie di trailer dell’horror che verrà.
So già come andrà, mi faranno il braccio come un colabrodo, perché, come dico sempre io, le mie vene sono timide, vergognose, anarchiche. Appena vedono l’ago si danno alla macchia, manco fossero ricercate dall’Interpol. L’infermiera guarda, stringe, palpa, sospira. 
Io sorrido e penso, “tranquilla, non è personale, è che le mie vene fanno sciopero.”
Poi il solito controllo cardiaco. 
Ormai il mio cuore è più monitorato di una centrale nucleare. 
Batte, lo sanno, lo sanno bene. 
Ogni tanto mi viene da dirgli: “Cuore, fai il bravo, che qui ci ascoltano tutti.”
Subito dopo l’rx toracico, che continuo a non capire che relazione abbia con il mio problema. Ma ormai non faccio più domande, annuisco, mi metto in posa e penso che da qualche parte, in un manuale segreto, ci sarà scritto: “Nel dubbio, facciamo anche quello.”
Sarà una mattinata immersa nella sofferenza.
Non solo la mia.
Incontrerò altre storie, altri volti, altre attese. Alcune simili alla mia, altre molto più pesanti. Sguardi che parlano senza bisogno di presentazioni. 
Lì capisci che il dolore non fa rumore, ma riempie le stanze più di qualsiasi parola.
Ormai sono di casa.
Conosco i corridoi, gli odori, i silenzi. 
Sono rodato, come un vecchio attrezzo che funziona ancora, anche se scricchiola. 
Ci scherzo su, perché l’ironia è l’unica medicina che non ha controindicazioni e non te la tolgono mai.
Ma sotto la battuta resta una verità semplice e dura, ogni volta che varco quella porta, porto con me la paura.
E ogni volta, nonostante tutto, continuo ad entrare.
Perché il coraggio non è non avere paura,
è tornare, ancora una volta, dove la paura ti aspetta.

martedì 27 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°90 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°90 – Gennaio 2026.
"Il gladiatore, la Madonnina e le risposte che non vorresti sentire."

Rieccomi ancora qui.
Entro nella struttura come entrerebbe un gladiatore che rientra nell’arena, non perché ne abbia voglia, ma perché sa che il combattimento va affrontato. 
A testa alta, con le cicatrici addosso e lo sguardo di chi ha già visto troppo per fare finta di niente. 
Oggi consulto oncologico. 
Voglio sapere, voglio approfondire, anche sapendo già che il 9 febbraio mi aspetta la terza operazione in pochi mesi e, come da copione, il ritorno della chemio. 
Quella che non chiede permesso e non fa sconti.
Salendo le scale della Villa Verde ritrovo la Madonnina. Sempre lei. Sempre lì. 
Con quello sguardo suadente, a metà tra la carezza e l’avvertimento. 
Ogni volta ho l’impressione che voglia dirmi qualcosa. 
Non so cosa, ma so che non è una barzelletta. La saluto mentalmente e proseguo, corazza emotiva ben allacciata.
Arrivo al reparto dove ho già lasciato pezzi di tempo, energie e illusioni. 
Ed eccola: Sabrina, l’infermiera tuttofare. 
Mi riconosce subito. “Come va?” mi chiede. Domanda semplice, risposta impossibile. Rimango in silenzio. 
Perché a volte l’unica risposta onesta è proprio non dire nulla.
Dopo qualche minuto arriva la dottoressa. Sorriso smagliante, tono rassicurante. 
Mi siedo davanti a lei e parto con l’elenco: problemi, timori, sensazioni. 
Una specie di inventario dell’anima, senza filtri e senza anestesia.
Il verdetto è chiaro, pulito, chirurgico: operazione il 9, poi si aspetta l’istologico e si decide la chemio.
Con una postilla che pesa come un macigno,
c’è una seria possibilità di aumentare il grado della chemio.
Anzi, togliamo pure il “possibilità”.
È sicuro.
Sipario. Fine round.
Esco da lì con la sensazione di chi ha chiesto la verità e l’ha ottenuta, anche se avrebbe preferito una bugia ben confezionata. 
L’ironia mi tiene ancora in piedi, mi sento un veterano, uno che ormai conosce i corridoi meglio di casa sua. 
Ma la verità è che ogni volta fa paura come la prima.
Eppure una cosa è certa, io sono ancora qui.
Acciaccato, stanco, ironico quanto basta per non crollare.
E finché entrerò in questa arena sulle mie gambe, continuerò a combattere.
E ricorda sempre ... "non scegli mai le battaglie, ma puoi sempre scegliere come entrarci, da gladiatore, e non da spettatore."

lunedì 26 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°89 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°89 – Gennaio 2026.
"La mattina del cittadino modello (con cartellina sottobraccio)."

Questa mattina è stata una di quelle da segnare sul calendario con l’evidenziatore fosforescente. 
Altro che caffè e cornetto, qui si parte subito in modalità “difendiamo i diritti, ché non si difendono da soli”.
Prima tappa all'ANMIC di Taranto. 
Cartellina piena, documenti ordinati (più o meno), faccia seria ma spirito combattivo. Appuntamento fissato, appunti presi, sensazione netta di aver fatto il primo passo giusto. 
Quando entri in questi uffici capisci che la burocrazia è una maratona, non vince chi corre più veloce, ma chi non molla.
Seconda tappa: medico di base. 
Qui siamo nella comfort zone dell’umanità: richieste, ricette, esami da mostrare, spiegazioni da dare. 
Io parlo, lui ascolta, annuisce, scrive. Una specie di danza rituale che ormai conosciamo a memoria. 
Alla fine esco con più fogli di prima, ma anche con la sensazione rassicurante di aver rimesso un altro tassello al suo posto.
E poi… dulcis in fundo.
La telefonata.
La clinica.
Il verdetto: 9 febbraio, terza operazione in sette mesi.
Praticamente ho diritto alla tessera punti, alla decima entri gratis. 😅
Mi toccherà tornare a raccontarvi il girone dantesco dei corridoi, delle luci al neon, dei camici che appaiono all’improvviso e delle attese che sembrano eternità. 
Ormai lì dentro mi muovo quasi come una guida turistica, “a sinistra la sala d’attesa, a destra l’ansia”.
Questa, in sintesi, la mattinata.
Giornate così non sono leggere, ma sono necessarie. Perché difendere i propri diritti non è un capriccio, è un dovere verso se stessi. 
E soprattutto perché la salute non si delega, si presidia. 
Con pazienza, con ostinazione, e ogni tanto anche con una battuta per non farsi schiacciare dal peso delle cose.
Saranno giorni intensi, operativi, pieni.
Io continuo a fare la mia parte, un passo alla volta, con la cartellina in mano e un sorriso di traverso sulle labbra.
Massima finale:
Quando la vita ti mette alla prova, rispondi presente… possibilmente con i documenti in regola e una sana dose di ironia.

sabato 24 gennaio 2026

Viviamo in un tempo...

Viviamo in un tempo che ci spinge a desiderare sempre altro, un’altra vita, un altro momento, un’altra versione di noi stessi. 
Come se ciò che abbiamo adesso fosse sempre “in attesa di meglio”, mai degno di attenzione piena. 
E invece il paradosso è tutto lì, non è la vita che manca, è la presenza.
Stare con quello che c’è, una sera qualunque, una stanza in disordine, un pensiero stanco, è diventato un atto controcorrente. 
Ci hanno insegnato a rincorrere, non ad abitare. 
A misurare tutto in termini di mancanza, non di sufficienza. 
E così anche quando la vita non crolla, noi la trattiamo come se fosse già persa, preferendo rimpiangerla piuttosto che attraversarla.
Dire “basta così, oggi va bene così” non è rassegnazione. È lucidità. 
È scegliere di smettere di combattere contro l’imperfezione e iniziare a riconoscerla come parte integrante del vivere. 
È una forma di disobbedienza gentile a un sistema che ci vuole eternamente insoddisfatti, perché l’insoddisfazione rende docili e consumatori.
Forse la vera rivoluzione oggi non è cambiare tutto, ma fermarsi un istante e accorgersi che, nonostante le ferite, i limiti, le stanchezze, siamo ancora qui. 
E questo “qui” non è poco. 
È il solo luogo in cui la vita accade davvero.
E sì, sarebbe una gran bella notizia, scoprire che, per una sera almeno, non serve aggiungere nulla. Serve solo restare.

Giovanni Pugliese

📝 Diario di bordo n°88 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°88 – Gennaio 2026
"Il prezzo assegnato alla vita."

Non riesco ancora a capacitarmi.
Davvero no.
Scoprire che la mia vita, oggi, vale meno di un’anca è una di quelle verità che ti colpiscono allo stomaco più di qualsiasi diagnosi.
Una di quelle che non fanno rumore, ma scavano.
Vale meno.
Oppure, come dice un noto politico italiano, “vale fino a un certo punto”.
Ecco, quel punto oggi lo vedo chiaramente.
È un numero. Una cifra.
Un importo scritto su un foglio, lontano anni luce dal dolore, dalla paura, dall’attesa di chi sta dall’altra parte di quella scrivania.
Tranquilli, non la butto in politica spicciola.
Ma la politica, quella vera, qui c’entra eccome.
Perché se la sanità pubblica inizia a ragionare come un’azienda qualsiasi, allora abbiamo un problema enorme.
La salute non è una voce di bilancio.
Non può essere gestita in base a quanto rende, ma in base a quanto è urgente, necessario, umano.
E no, non sono polemico.
Sono proprio incazzato nero. 🤬
Incazzato perché quando ti rendi conto che la priorità non è la sofferenza ma il margine economico, qualcosa si rompe dentro.
Incazzato perché non stiamo parlando di numeri astratti, ma di persone in carne, ossa e paura.
Incazzato perché oggi tocca a me, domani a qualcun altro. E il meccanismo resta lì, intatto, freddo, indifferente.
Questa rabbia non è sterile.
È una rabbia lucida.
È quella che ti fa capire che indignarsi è ancora un dovere civile, prima ancora che personale.
Perché una società che accetta tutto questo senza fiatare è una società che ha smesso di guardarsi allo specchio.
E allora sì, sono arrabbiato.
Ma soprattutto sono consapevole.
E se c’è una cosa che questa storia mi sta insegnando è che quando alla vita viene messo un prezzo, il silenzio diventa complicità.

venerdì 23 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°87 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°87 – Gennaio 2026
"Il tariffario della vita."

Nel frattempo il mio set di medicinali si è arricchito.
Come ogni collezione che si rispetti, mancava un pezzo forte, l’antibiotico delle grandi occasioni, quello che entra in scena solo nei momenti “importanti”, due volte al giorno, e che in cambio ti scombussola lo stomaco, l’umore e pure il senso dell’orientamento.
Un farmaco multitasking, cura una cosa e ne disordina altre tre.
Un vero artista.
Tra una compressa e l’altra, però, ho anche capito una cosa.
Finalmente il mistero delle difficoltà a trovare uno spazio operatorio per il mio caso ha preso forma.
Non è solo un problema medico. È anche un problema di listino prezzi.
Il mio intervento vale 2.700 euro.
Un intervento all’anca, tanto per fare un esempio, ne vale 16.000.
E allora succede questo, non è che io non sia operabile… è che rendo poco e quindi devo attendere.
In pratica, sono un saldo di fine stagione. 🤦‍♂️
E qui scatta l’applauso auto ironico.
Perché scopri che, nel grande supermercato della sanità, non tutti i corpi hanno lo stesso valore.
Alcuni finiscono in corsia preferenziale, altri restano in corsia d’attesa.
Non per gravità. Non per urgenza.
Ma per fatturato.
Lo ammetto, ho la testa piena di confusione.
E insieme alla confusione c’è rabbia. E delusione.
Non tanto per me soltanto, ma per l’idea che la salute possa essere misurata come una voce di bilancio. Come se il dolore avesse un codice a barre.
In mezzo a tutto questo, però, una cosa resta solida.
La vostra vicinanza.
I messaggi, le parole, l’attenzione sincera.
Vi sento. Vi leggo. Vi porto con me.
Vi abbraccio uno per uno, davvero.
E con un mezzo sorriso e un inchino da giullare un po’ stanco vi dico grazie.
Se a volte risulto pesante, se le mie ansie attraverso il Diario di bordo vi sfiorano le giornate, perdonatemi. 🙏
Non è lamento, è sopravvivenza.
Perché alla fine, in un mondo dove anche la vita ha un prezzo, l’unica cosa che resta davvero gratuita è l’umanità di chi ti cammina accanto.

📝 Diario di bordo n°86 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°86 – Gennaio 2026
"L’attesa che fa più male."

Eccomi di nuovo qui, puntuale in clinica.
Ogni volta che varco quella soglia è come se il tempo si piegasse su se stesso. 
I corridoi, le scale, persino l’odore dell’aria riportano alla mente frammenti già vissuti. Non sono ricordi ordinati, arrivano tutti insieme, si accavallano, ti stringono lo stomaco.
Sulle scale incontro Michele. Un amico. Una brava e bella persona.
Lo saluto in modo frettoloso, quasi distratto. Me ne accorgo subito dopo, quando ormai è troppo tardi. 
Avrei voluto fermarmi, abbracciarlo, chiedergli perché fosse lì. Non per curiosità, ma per dirgli “se hai bisogno, io ci sono”.
Mi resta addosso quel senso di colpa leggero per non essere riuscito a dirlo.
Ti chiedo scusa, Michele. Sono certo che hai capito il mio momento, ma certe occasioni perse fanno più rumore del silenzio.
Arrivo davanti allo studio del medico. 
Sono in anticipo, ma busso lo stesso.
“Avanti”, risponde una voce dall’interno.
Entro con la speranza in tasca e la paura ben nascosta, come si fa con le cose fragili.
Mezz’ora dopo esco.
Mezz’ora che pesa come una giornata intera.
Sono amareggiato. E preoccupato.
Devo rioperarmi. 
Già questo basterebbe.
Ma il colpo più duro arriva dopo, le date sono tutte esaurite. 
Per casi come il mio si parla forse di aprile. Forse. 
Incrociando le dita, come se la vita fosse una lotteria.
E allora la mente si ferma su una frase sola, martellante, fino ad aprile io non posso aspettare.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nell’attesa quando il tempo non è dalla tua parte.
L’attesa non è neutra, consuma, logora, spaventa.
Ti chiedi quanto margine abbia ancora la speranza quando deve fare i conti con le liste, le date, i “vedremo”.
Esco dalla clinica con più domande che risposte.
Con la sensazione netta che la vera battaglia, adesso, non sia solo contro la malattia, ma contro il tempo.
E il tempo, si sa, non fa sconti.
Resto qui, in equilibrio tra ciò che so e ciò che temo.
Con una certezza amara ma limpida, ci sono momenti in cui aspettare non è una scelta, ma una condanna da imparare a sopportare.

📝 Diario di bordo n°85 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°85 – Gennaio 2026
"La notte dei pensieri senza sonno."

È stata una notte lunga.
Una di quelle notti in cui il buio non serve a riposare, ma diventa lo spazio perfetto dove i pensieri fanno rumore.
Il sonno non è arrivato, o forse non ha nemmeno provato ad affacciarsi, intimorito da quell’idea che continua a bussare: il tumore si è risvegliato, e lo ha fatto con arroganza.
I pensieri navigano in acque agitate, senza bussola.
Vanno e tornano, si scontrano tra loro, si accavallano.
C’è la paura, nuda e cruda.
C’è lo sconforto, quello silenzioso, che non urla ma pesa come un macigno.
E poi c’è quella domanda che arriva sempre, puntuale come una sentenza, che cosa mi riserva il futuro… se mai ci sarà un futuro?
Non è una domanda filosofica, è una domanda concreta, scomoda, reale.
È la domanda di chi si ritrova a fare i conti con qualcosa più grande di sé, senza averlo scelto.
Ed è inutile fingere forza quando dentro senti solo fragilità.
In queste notti capisci quanto siamo poco padroni del tempo.
Diamo tutto per scontato finché qualcuno o qualcosa non ci costringe a guardarci dentro davvero.
Il futuro, che di solito immaginiamo come un progetto, qui diventa un’ipotesi.
E fa paura dirlo, ma fa ancora più paura non dirlo.
Eppure, in mezzo a questo mare agitato, una cosa resta chiara, anche nel dubbio, anche nella paura, sono ancora qui a pensare, a sentire, a scrivere.
Forse il futuro oggi non ha una forma precisa, forse è sfocato, forse fa tremare.
Ma finché posso raccontarlo, finché posso affrontarlo con sincerità, non è ancora sconfitto.
Stanotte non ho trovato risposte.
Ho trovato solo verità.
E a volte, anche questo, è già un atto di resistenza.

giovedì 22 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°84 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°84 – Gennaio 2026.
"Quando lo sconforto bussa senza chiedere permesso."

Uffa.
Oggi è una di quelle giornate in cui anche l’aria pesa di più.
Lo sconforto mi assale senza troppi giri di parole, senza delicatezza, senza avvisi.
Lui… sì, l’ospite indesiderato sembra voler tornare alla carica.
Si riaffaccia con la sua arroganza, come se non fosse mai andato via, (non è mai andato via) come se il tempo, la fatica, il dolore non contassero nulla.
È ritornato troppo presto, ed è questo che fa più male, l’idea di non aver nemmeno fatto in tempo a respirare davvero.
Sono stanco.
Stanco nel corpo, stanco nella testa, stanco di dover essere sempre forte, sempre pronto, sempre combattente.
Ci sono giorni in cui vorresti solo una tregua, anche breve, anche finta.
E invece no.
Domani ho un controllo urgente in clinica.
Una di quelle frasi che già da sole fanno rumore.
Cerco di restare lucido, ma la verità è che non la vedo affatto bene.
E quando l’ottimismo vacilla, non è vigliaccheria dirlo, è onestà.
La paura oggi non è un’ombra lontana, è seduta qui accanto a me.
Non urla, non fa scenate.
Mi guarda fisso e basta.
Ed è questo che la rende più difficile da scacciare.
Scrivo perché mettere nero su bianco quello che sento è l’unico modo che conosco per non farmi travolgere.
Scrivo perché anche la preoccupazione, se condivisa, pesa un po’ meno.
Scrivo perché fingere che vada tutto bene sarebbe una bugia, e io oggi non ho la forza di mentire.
Chiedo scusa a chi questa sera mi ha telefonato, ma non ha ricevuto risposta.
Domani sarà un altro passo, forse duro, forse decisivo.
Stasera mi concedo il diritto di essere preoccupato, stanco, umano.
E se l’ospite crede di spaventarmi tornando a bussare… si sbaglia solo su una cosa: può farmi paura, ma non può farmi tacere.

venerdì 16 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°83 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°83 –Gennaio 2026 
"Il luogo dei déjà-vu (e delle paure che fanno finta di non esistere)."

Rieccomi ancora qui.
No, calma… niente panico: oggi non è per me.
Il reparto è lo stesso, sì, ma io sono solo un ospite di passaggio. Una specie di turista emotivo con il biglietto di sola andata verso i ricordi.
Eppure…
Appena entrato ho capito che certi posti non hanno bisogno di parlare, ti riconoscono loro.
Gli odori sono identici, precisi, chirurgici. 
Un mix tra disinfettante, attesa e pensieri non richiesti. 
Odori che non si spiegano, si subiscono. Credetemi.
Poi succede l’imprevisto.
La vedo da lontano: Sabrina, l’infermiera tuttofare.
Non mi vede, io sì.
E no, non vado a salutarla. Non oggi.
Perché certe persone sono come i punti sensibili, se li tocchi, fanno male.
E io oggi non ho voglia di spiegare perché mi tremano le gambe mentre sorrido.
Sono seduto qui, in reparto, e scrivo.
Scrivo per ammazzare il tempo?
Forse.
Scrivo per esorcizzare la paura?
Sicuramente sì.
Perché il pensiero gira sempre lì, come un disco rotto: “E se dovessi tornare a breve a rifare la chemio?”
Una frase che arriva senza bussare, si siede accanto a te e pretende pure il caffè.
Allora faccio quello che so fare meglio: la prendo in giro.
La paura, dico.
La guardo negli occhi e le dico: “Non oggi. Siediti pure, ma io intanto scrivo.”
Scrivere è il mio modo di stare in piedi quando tutto vorrebbe farmi sedere.
È il mio modo di fare il gradasso con il destino, anche quando dentro sento un nodo che non si scioglie.
E adesso tolgo la maschera.
Qui non c’è ironia che tenga.
La verità è che ho paura.
Paura vera, adulta, silenziosa.
Ma ho imparato una cosa, la paura non si vince scappando.
Si affronta guardandola negli occhi, raccontandola, condividendola.
Se dovrò tornare, tornerò.
Con più consapevolezza, meno illusioni e la stessa ostinata voglia di restare umano.
Perché sfatare la paura non significa non averla.
Significa non lasciarle il volante.
E oggi, anche se tremo un po’, sto ancora guidando io.

giovedì 15 gennaio 2026

🔎 Vissuti da vicino – 1° puntata. "Mimmo, il collega, il capocantiere, l’amico."

📌 Vissuti da vicino.
(Rubrica di cronaca – “Riflessioni di un viandante del tempo”)

Nel cammino di una vita si incontrano persone che passano, e persone che restano.
Questa rubrica nasce dal desiderio di fermare il tempo per un momento e guardarsi indietro: raccontare volti, storie, aneddoti, fatiche condivise e risate improvvise.
Sono i vissuti da vicino, quelli che ti hanno attraversato l’esistenza lasciando un segno, piccolo o profondo che sia.
Non celebrazioni, ma memorie vive. Non nostalgia, ma riconoscenza.

🔎 Vissuti da vicino – 1° puntata.
"Mimmo, il collega, il capocantiere, l’amico."

Nell’arco della vita si incontrano tante persone, in mille contesti diversi: lavoro, passioni, politica, sindacato.
Molte restano incontri, alcune diventano relazioni. Poche, pochissime, diventano presenze.
Mimmo è una di queste.
Collega di lavoro, capocantiere, tecnico di livello altissimo. Ma soprattutto uomo corretto, affidabile, uno di quelli con cui puoi camminare a occhi chiusi perché sai che, se inciampi, c’è.
Abbiamo lavorato fianco a fianco per gran parte della mia vita professionale, ore interminabili, responsabilità, decisioni da prendere in fretta, fatica vera. 
E poi le risate, le battute dette nei momenti sbagliati, gli aneddoti che oggi fanno sorridere.
Oggi siamo entrambi in pensione. I chilometri tra le nostre case sono tanti, troppi per vedersi spesso.
Ma l’amicizia vera non misura le distanze in chilometri. Le misura in attenzione.
Mimmo mi chiama ancora. 
Spesso è lui a farlo. Per sapere come sto.
È un gesto semplice, e proprio per questo enorme.
In quei momenti non è più il capocantiere, né il collega, è come un fratello maggiore che vigila, con discrezione e affetto.
Un grande uomo, prima ancora che un grande professionista.
E io, guardandomi indietro, so di poter dire una cosa senza retorica, sono stato fortunato ad averlo incontrato.
Grazie Mimmo, per l’amicizia.
Quelle vere non vanno mai in pensione.

🫴 Eccovi in aneddoto per capire la professionalità e le capacità di Mimmo.

🔹️Il giorno del blocco generale.
C’è un aneddoto che, più di tanti altri, racconta chi è stato Mimmo sul lavoro.
Era il 16 agosto, l’anno non lo ricordo più, e forse non conta nemmeno. 
In raffineria eravamo in pochissimi: ferie estive, organici ridotti all’osso, quel ronzio irreale che solo certi impianti enormi riescono ad avere quando mezzo mondo è al mare.
Verso metà giornata il cielo cambia faccia.
Nel giro di pochi minuti si abbatte sulla raffineria un temporale fuori dal comune. 
Non pioggia, ma un muro d’acqua. Di quelli che non hai il tempo di commentare, perché sei già dentro il problema.
E infatti succede il blocco generale.
Le caldaie a vapore vanno in protezione, i generatori elettrici si fermano, gli impianti si spengono uno dopo l’altro. 
Silenzio totale. 😳🫣
Una raffineria ferma non è mai una buona notizia, figuriamoci con pochi uomini disponibili e condizioni meteo ancora in peggioramento.
Ce la vedemmo brutta. Davvero.
In quei momenti non servono eroi da copertina, servono persone che sanno cosa fare e lo fanno senza panico.
Mimmo era esattamente questo.
Lucido, concreto, presente. 
Un problema alla volta, una decisione alla volta.
Lo chiamavano “Mimmo ponticello” perché gli bastavano pochi centimetri di filo elettrico, messi dove andavano messi, per ridare vita a ciò che sembrava morto. 
Non era improvvisazione, era conoscenza profonda degli impianti, esperienza, intuito tecnico e sangue freddo.
Lavorammo per ore, senza guardare l’orologio, con la consapevolezza che ogni scelta pesava.
E alla fine, nel giro di una notte, riuscimmo a far ripartire quasi tutta la raffineria.
Quando la corrente tornò, non ci furono applausi né pacche sulle spalle. Solo quella stanchezza buona che senti quando sai di aver fatto fino in fondo il tuo dovere.
Ancora oggi, a distanza di anni, in raffineria il nome di Mimmo Pasculli viene pronunciato.
Succede solo a quelli che non passano, restano.
Semplicemente un grande.
E io, anche quel giorno, ho imparato cosa significa avere accanto non solo un capocantiere, ma un uomo su cui puoi contare quando tutto si spegne.

👇In questa foto datata, con una parte dei miei colleghi, Mimmo è alla mia destra.

venerdì 2 gennaio 2026

❤️ Diario di bordo n°82 – Dicembre 2025

❤️ Diario di bordo n°82 – Dicembre 2025
"Il cuore sotto controllo (e sotto copertura)."

Ed eccoci di nuovo a Ginosa Marina, questa volta per scoprire se il mio cuore, oltre a battere di suo, sappia anche farlo “elettricamente bene”. 
Insomma, oggi si fa l’elettrocardiogramma dinamico, l’Holter: 24 ore di monitoraggio continuo, tipo il Grande Fratello, solo che qui l’unico concorrente sono io… e pure senza televoto!
Entro nel Centro Medico di Riabilitazione e già mi sento in un film: struttura pulita, ordinata, personale sorridente… sembrava quasi di non stare in Italia! 
Al CUP in due minuti mi smistano al reparto di cardiologia. 
Ed ecco che appare lui: Vincenzo, l’infermiere. Gentile, competente, rassicurante… praticamente una via di mezzo tra un tecnico NASA e un confessore francescano. 
Mi spiega tutto sull’Holter, e io annuisco con aria intelligente, mentre dentro penso solo: “Speriamo non pizzichi”.
Poi arriva il momento clou. 
Vincenzo spunta con un mazzo di sensori. Non so se stava preparando me o un’auto da Formula 1. 
Inizia ad appiccicarmi elettrodi ovunque: torace, fianchi, petto… ormai ero un’antenna umana. Mi mancava solo di captare Radio Maria. 
Quando finisce il cablaggio, mi attacca alla centralina. In quel momento mi guardo allo specchio e capisco: non sono più Giovanni. Sono RoboGiovanni 2.0.
Mi rivesto, o meglio, cerco di farlo senza staccare fili, e Vincenzo avvia la registrazione. Da questo momento ogni battito è sotto osservazione. 
Quindi calma: niente emozioni forti, niente arrabbiature, niente focaccia ginosina extra pomodoro… o almeno, non troppe!
Appuntamento a domani per lo smontaggio. 
Sì, proprio il 31 dicembre 2025. Tutti a stappare bottiglie e io a staccare elettrodi. 
E vabbè: ognuno festeggia come può. Io, intanto, incrocio le dita… ma senza fare movimenti bruschi, che sennò il cuore registra!

✨ Massima finale:
A volte il cuore va controllato, ma non dimentichiamoci mai che il battito piùyy8 bello resta quello che ci porta verso i sogni. 💫

📝 Diario di bordo n°81 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°81 – Dicembre 2025
"Scivolando per il closing anno."

Buongiorno a tutte e tutti. ☕
Siamo in closing time dell’anno: il bilancio è quasi pronto, ma il consuntivo finale no. Mancano ancora due giorni e, come insegna la storia (e la cronaca spicciola), è proprio lì che succede sempre qualcosa.
Due giorni sono pochi? 
Macché. 
In 48 ore può saltare fuori: l’idea geniale fuori tempo massimo l’imprevisto che ribalta il piano
o la classica scena che nessuno aveva messo in agenda.
Quindi niente brindisi anticipati, niente “è fatta”.
Io resto in modalità presidio, dita incrociate e nervi saldi.
Anche perché, giusto per gradire, questa mattina mi tocca pure l’elettrocardiogramma Holter dinamico: monitoriamo il cuore, che a fine anno lavora sempre in straordinario. 😅
L'anno, chiudiamolo senza colpi bassi. 
You understand?

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026. “Promosso… con anestesia (si spera).” Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco cl...