"La notte dei pensieri senza sonno."
È stata una notte lunga.
Una di quelle notti in cui il buio non serve a riposare, ma diventa lo spazio perfetto dove i pensieri fanno rumore.
Il sonno non è arrivato, o forse non ha nemmeno provato ad affacciarsi, intimorito da quell’idea che continua a bussare: il tumore si è risvegliato, e lo ha fatto con arroganza.
I pensieri navigano in acque agitate, senza bussola.
Vanno e tornano, si scontrano tra loro, si accavallano.
C’è la paura, nuda e cruda.
C’è lo sconforto, quello silenzioso, che non urla ma pesa come un macigno.
E poi c’è quella domanda che arriva sempre, puntuale come una sentenza, che cosa mi riserva il futuro… se mai ci sarà un futuro?
Non è una domanda filosofica, è una domanda concreta, scomoda, reale.
È la domanda di chi si ritrova a fare i conti con qualcosa più grande di sé, senza averlo scelto.
Ed è inutile fingere forza quando dentro senti solo fragilità.
In queste notti capisci quanto siamo poco padroni del tempo.
Diamo tutto per scontato finché qualcuno o qualcosa non ci costringe a guardarci dentro davvero.
Il futuro, che di solito immaginiamo come un progetto, qui diventa un’ipotesi.
E fa paura dirlo, ma fa ancora più paura non dirlo.
Eppure, in mezzo a questo mare agitato, una cosa resta chiara, anche nel dubbio, anche nella paura, sono ancora qui a pensare, a sentire, a scrivere.
Forse il futuro oggi non ha una forma precisa, forse è sfocato, forse fa tremare.
Ma finché posso raccontarlo, finché posso affrontarlo con sincerità, non è ancora sconfitto.
Stanotte non ho trovato risposte.
Ho trovato solo verità.
E a volte, anche questo, è già un atto di resistenza.
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