📝 Diario di bordo n°88 – Gennaio 2026
"Il prezzo assegnato alla vita."
Non riesco ancora a capacitarmi.
Davvero no.
Scoprire che la mia vita, oggi, vale meno di un’anca è una di quelle verità che ti colpiscono allo stomaco più di qualsiasi diagnosi.
Una di quelle che non fanno rumore, ma scavano.
Vale meno.
Oppure, come dice un noto politico italiano, “vale fino a un certo punto”.
Ecco, quel punto oggi lo vedo chiaramente.
È un numero. Una cifra.
Un importo scritto su un foglio, lontano anni luce dal dolore, dalla paura, dall’attesa di chi sta dall’altra parte di quella scrivania.
Tranquilli, non la butto in politica spicciola.
Ma la politica, quella vera, qui c’entra eccome.
Perché se la sanità pubblica inizia a ragionare come un’azienda qualsiasi, allora abbiamo un problema enorme.
La salute non è una voce di bilancio.
Non può essere gestita in base a quanto rende, ma in base a quanto è urgente, necessario, umano.
E no, non sono polemico.
Sono proprio incazzato nero. 🤬
Incazzato perché quando ti rendi conto che la priorità non è la sofferenza ma il margine economico, qualcosa si rompe dentro.
Incazzato perché non stiamo parlando di numeri astratti, ma di persone in carne, ossa e paura.
Incazzato perché oggi tocca a me, domani a qualcun altro. E il meccanismo resta lì, intatto, freddo, indifferente.
Questa rabbia non è sterile.
È una rabbia lucida.
È quella che ti fa capire che indignarsi è ancora un dovere civile, prima ancora che personale.
Perché una società che accetta tutto questo senza fiatare è una società che ha smesso di guardarsi allo specchio.
E allora sì, sono arrabbiato.
Ma soprattutto sono consapevole.
E se c’è una cosa che questa storia mi sta insegnando è che quando alla vita viene messo un prezzo, il silenzio diventa complicità.
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