Viviamo in un tempo che ci spinge a desiderare sempre altro, un’altra vita, un altro momento, un’altra versione di noi stessi.
Come se ciò che abbiamo adesso fosse sempre “in attesa di meglio”, mai degno di attenzione piena.
E invece il paradosso è tutto lì, non è la vita che manca, è la presenza.
Stare con quello che c’è, una sera qualunque, una stanza in disordine, un pensiero stanco, è diventato un atto controcorrente.
Ci hanno insegnato a rincorrere, non ad abitare.
A misurare tutto in termini di mancanza, non di sufficienza.
E così anche quando la vita non crolla, noi la trattiamo come se fosse già persa, preferendo rimpiangerla piuttosto che attraversarla.
Dire “basta così, oggi va bene così” non è rassegnazione. È lucidità.
È scegliere di smettere di combattere contro l’imperfezione e iniziare a riconoscerla come parte integrante del vivere.
È una forma di disobbedienza gentile a un sistema che ci vuole eternamente insoddisfatti, perché l’insoddisfazione rende docili e consumatori.
Forse la vera rivoluzione oggi non è cambiare tutto, ma fermarsi un istante e accorgersi che, nonostante le ferite, i limiti, le stanchezze, siamo ancora qui.
E questo “qui” non è poco.
È il solo luogo in cui la vita accade davvero.
E sì, sarebbe una gran bella notizia, scoprire che, per una sera almeno, non serve aggiungere nulla. Serve solo restare.
Giovanni Pugliese
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