"🧳 Il trolley (ovvero, la valigia dell’essere)".
Mentre scorro le foto sul telefono, che ormai è una specie di album dei ricordi, ma senza la zia che commenta, trovo questa immagine del 9 febbraio.
Il mio trolley.
Sì, proprio lui.
Quello che mi guardava con aria grave, come se fosse un notaio incaricato di custodire la mia esistenza in formato portatile.
Dentro c’erano poche cose, pigiami, caricabatterie, degli auricolari, un po’ di dignità piegata con cura tra una maglietta e un paio di calzini.
Insomma, l’essenziale per una degenza in clinica… e per una trattativa con l’universo.
Sto cominciando ad affezionarmi a quel trolley.
Non è un oggetto: è un compagno di viaggio.
Una specie di Arca di Noè, ma invece degli animali ci sono le mie speranze, le mie paure e un dentifricio mezzo spremuto.
Dentro quel trolley ci ho messo una cosa molto ingombrante: la speranza.
Che non è una maglietta, ma occupa più spazio di una giacca invernale.
Ci ho messo la voglia di resistere, che pesa più di un paio di scarpe, e il desiderio che questo calvario, prima o poi, si stanchi di me e mi lasci andare.
Mi fa sorridere pensare che tutta questa roba immateriale stia in una valigia con le ruote.
Se lo sapesse Aristotele, avrebbe scritto un trattato sulla metafisica del trolley.
Eppure è così, a volte la vita ti riduce a una valigia e a una stanza d’ospedale.
Ma dentro quella valigia c’è tutto quello che conta: il progetto di un domani, il testardo rifiuto di arrendersi, e quella strana convinzione che, nonostante tutto, valga ancora la pena restare in viaggio.
Alla fine, forse, non siamo altro che trolley con le gambe: pieni di cicatrici, ma ostinatamente pronti a ripartire.
E io, questo trolley, per ora, non lo disfo.
Lo tengo pronto.
Perché non si sa mai, la speranza, a differenza dei pigiami, non va mai in lavatrice.
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