“Dimissioni, la parola più dolce e più amara del dizionario”.
Dimissioni, dimissioni, dimissioni.
Se le urli a un politico, quello chiama l’avvocato, il partito, la mamma e forse pure l’ONU.
Se le sussurri a un paziente, quello si alza dal letto come Lazzaro e ti abbraccia pure il primario.
Ebbene sì, cari miei affezionati lettori del Diario di bordo, oggi il medico che mi ha operato mi ha dato le dimissioni.
Dopo la TAC, dopo le facce serie, dopo i silenzi più eloquenti delle parole.
Non è che tutto stia bene, intendiamoci.
Qui non siamo nel film con il lieto fine, siamo nella serie TV dove il finale è rimandato alla prossima stagione.
Ora dobbiamo aspettare l’istologico, che è un po’ come il verdetto della vita scritto in piccolo, in un laboratorio, su un vetrino.
E le prospettive, diciamolo senza giri di parole, non sono proprio da spot pubblicitario.
Sento questo vortice negativo che mi tira giù, come una risacca che ti prende alle caviglie quando pensavi di essere già in salvo sulla spiaggia.
È una sensazione strana, sei felice di tornare a casa, ma ti porti dietro una valigia invisibile piena di domande, paure, ipotesi.
So che devo resistere.
Non per fare l’eroe, non per scrivere frasi da calendario motivazionale, ma per una cosa molto più semplice e molto più grande, mio figlio e chi mi vuole bene.
E per tutte le persone che, in silenzio o con messaggi, con una carezza o con una battuta, mi tengono ancora legato a questo mondo.
Per il restante… c’è tempo.
C’è tempo per arrabbiarsi, per capire, per combattere, per filosofeggiare, per ridere ancora delle cazzate della vita.
Oggi mi godo una cosa sola, tornare a casa non è una guarigione, ma è sempre una dichiarazione di speranza.
E, come ogni buon politico e ogni buon paziente, prometto che non mi dimetterò dalla vita.
Almeno non senza fare un bel casino.
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