sabato 24 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°88 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°88 – Gennaio 2026
"Il prezzo assegnato alla vita."

Non riesco ancora a capacitarmi.
Davvero no.
Scoprire che la mia vita, oggi, vale meno di un’anca è una di quelle verità che ti colpiscono allo stomaco più di qualsiasi diagnosi.
Una di quelle che non fanno rumore, ma scavano.
Vale meno.
Oppure, come dice un noto politico italiano, “vale fino a un certo punto”.
Ecco, quel punto oggi lo vedo chiaramente.
È un numero. Una cifra.
Un importo scritto su un foglio, lontano anni luce dal dolore, dalla paura, dall’attesa di chi sta dall’altra parte di quella scrivania.
Tranquilli, non la butto in politica spicciola.
Ma la politica, quella vera, qui c’entra eccome.
Perché se la sanità pubblica inizia a ragionare come un’azienda qualsiasi, allora abbiamo un problema enorme.
La salute non è una voce di bilancio.
Non può essere gestita in base a quanto rende, ma in base a quanto è urgente, necessario, umano.
E no, non sono polemico.
Sono proprio incazzato nero. 🤬
Incazzato perché quando ti rendi conto che la priorità non è la sofferenza ma il margine economico, qualcosa si rompe dentro.
Incazzato perché non stiamo parlando di numeri astratti, ma di persone in carne, ossa e paura.
Incazzato perché oggi tocca a me, domani a qualcun altro. E il meccanismo resta lì, intatto, freddo, indifferente.
Questa rabbia non è sterile.
È una rabbia lucida.
È quella che ti fa capire che indignarsi è ancora un dovere civile, prima ancora che personale.
Perché una società che accetta tutto questo senza fiatare è una società che ha smesso di guardarsi allo specchio.
E allora sì, sono arrabbiato.
Ma soprattutto sono consapevole.
E se c’è una cosa che questa storia mi sta insegnando è che quando alla vita viene messo un prezzo, il silenzio diventa complicità.

venerdì 23 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°87 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°87 – Gennaio 2026
"Il tariffario della vita."

Nel frattempo il mio set di medicinali si è arricchito.
Come ogni collezione che si rispetti, mancava un pezzo forte, l’antibiotico delle grandi occasioni, quello che entra in scena solo nei momenti “importanti”, due volte al giorno, e che in cambio ti scombussola lo stomaco, l’umore e pure il senso dell’orientamento.
Un farmaco multitasking, cura una cosa e ne disordina altre tre.
Un vero artista.
Tra una compressa e l’altra, però, ho anche capito una cosa.
Finalmente il mistero delle difficoltà a trovare uno spazio operatorio per il mio caso ha preso forma.
Non è solo un problema medico. È anche un problema di listino prezzi.
Il mio intervento vale 2.700 euro.
Un intervento all’anca, tanto per fare un esempio, ne vale 16.000.
E allora succede questo, non è che io non sia operabile… è che rendo poco e quindi devo attendere.
In pratica, sono un saldo di fine stagione. 🤦‍♂️
E qui scatta l’applauso auto ironico.
Perché scopri che, nel grande supermercato della sanità, non tutti i corpi hanno lo stesso valore.
Alcuni finiscono in corsia preferenziale, altri restano in corsia d’attesa.
Non per gravità. Non per urgenza.
Ma per fatturato.
Lo ammetto, ho la testa piena di confusione.
E insieme alla confusione c’è rabbia. E delusione.
Non tanto per me soltanto, ma per l’idea che la salute possa essere misurata come una voce di bilancio. Come se il dolore avesse un codice a barre.
In mezzo a tutto questo, però, una cosa resta solida.
La vostra vicinanza.
I messaggi, le parole, l’attenzione sincera.
Vi sento. Vi leggo. Vi porto con me.
Vi abbraccio uno per uno, davvero.
E con un mezzo sorriso e un inchino da giullare un po’ stanco vi dico grazie.
Se a volte risulto pesante, se le mie ansie attraverso il Diario di bordo vi sfiorano le giornate, perdonatemi. 🙏
Non è lamento, è sopravvivenza.
Perché alla fine, in un mondo dove anche la vita ha un prezzo, l’unica cosa che resta davvero gratuita è l’umanità di chi ti cammina accanto.

📝 Diario di bordo n°86 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°86 – Gennaio 2026
"L’attesa che fa più male."

Eccomi di nuovo qui, puntuale in clinica.
Ogni volta che varco quella soglia è come se il tempo si piegasse su se stesso. 
I corridoi, le scale, persino l’odore dell’aria riportano alla mente frammenti già vissuti. Non sono ricordi ordinati, arrivano tutti insieme, si accavallano, ti stringono lo stomaco.
Sulle scale incontro Michele. Un amico. Una brava e bella persona.
Lo saluto in modo frettoloso, quasi distratto. Me ne accorgo subito dopo, quando ormai è troppo tardi. 
Avrei voluto fermarmi, abbracciarlo, chiedergli perché fosse lì. Non per curiosità, ma per dirgli “se hai bisogno, io ci sono”.
Mi resta addosso quel senso di colpa leggero per non essere riuscito a dirlo.
Ti chiedo scusa, Michele. Sono certo che hai capito il mio momento, ma certe occasioni perse fanno più rumore del silenzio.
Arrivo davanti allo studio del medico. 
Sono in anticipo, ma busso lo stesso.
“Avanti”, risponde una voce dall’interno.
Entro con la speranza in tasca e la paura ben nascosta, come si fa con le cose fragili.
Mezz’ora dopo esco.
Mezz’ora che pesa come una giornata intera.
Sono amareggiato. E preoccupato.
Devo rioperarmi. 
Già questo basterebbe.
Ma il colpo più duro arriva dopo, le date sono tutte esaurite. 
Per casi come il mio si parla forse di aprile. Forse. 
Incrociando le dita, come se la vita fosse una lotteria.
E allora la mente si ferma su una frase sola, martellante, fino ad aprile io non posso aspettare.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nell’attesa quando il tempo non è dalla tua parte.
L’attesa non è neutra, consuma, logora, spaventa.
Ti chiedi quanto margine abbia ancora la speranza quando deve fare i conti con le liste, le date, i “vedremo”.
Esco dalla clinica con più domande che risposte.
Con la sensazione netta che la vera battaglia, adesso, non sia solo contro la malattia, ma contro il tempo.
E il tempo, si sa, non fa sconti.
Resto qui, in equilibrio tra ciò che so e ciò che temo.
Con una certezza amara ma limpida, ci sono momenti in cui aspettare non è una scelta, ma una condanna da imparare a sopportare.

📝 Diario di bordo n°85 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°85 – Gennaio 2026
"La notte dei pensieri senza sonno."

È stata una notte lunga.
Una di quelle notti in cui il buio non serve a riposare, ma diventa lo spazio perfetto dove i pensieri fanno rumore.
Il sonno non è arrivato, o forse non ha nemmeno provato ad affacciarsi, intimorito da quell’idea che continua a bussare: il tumore si è risvegliato, e lo ha fatto con arroganza.
I pensieri navigano in acque agitate, senza bussola.
Vanno e tornano, si scontrano tra loro, si accavallano.
C’è la paura, nuda e cruda.
C’è lo sconforto, quello silenzioso, che non urla ma pesa come un macigno.
E poi c’è quella domanda che arriva sempre, puntuale come una sentenza, che cosa mi riserva il futuro… se mai ci sarà un futuro?
Non è una domanda filosofica, è una domanda concreta, scomoda, reale.
È la domanda di chi si ritrova a fare i conti con qualcosa più grande di sé, senza averlo scelto.
Ed è inutile fingere forza quando dentro senti solo fragilità.
In queste notti capisci quanto siamo poco padroni del tempo.
Diamo tutto per scontato finché qualcuno o qualcosa non ci costringe a guardarci dentro davvero.
Il futuro, che di solito immaginiamo come un progetto, qui diventa un’ipotesi.
E fa paura dirlo, ma fa ancora più paura non dirlo.
Eppure, in mezzo a questo mare agitato, una cosa resta chiara, anche nel dubbio, anche nella paura, sono ancora qui a pensare, a sentire, a scrivere.
Forse il futuro oggi non ha una forma precisa, forse è sfocato, forse fa tremare.
Ma finché posso raccontarlo, finché posso affrontarlo con sincerità, non è ancora sconfitto.
Stanotte non ho trovato risposte.
Ho trovato solo verità.
E a volte, anche questo, è già un atto di resistenza.

giovedì 22 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°84 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°84 – Gennaio 2026.
"Quando lo sconforto bussa senza chiedere permesso."

Uffa.
Oggi è una di quelle giornate in cui anche l’aria pesa di più.
Lo sconforto mi assale senza troppi giri di parole, senza delicatezza, senza avvisi.
Lui… sì, l’ospite indesiderato sembra voler tornare alla carica.
Si riaffaccia con la sua arroganza, come se non fosse mai andato via, (non è mai andato via) come se il tempo, la fatica, il dolore non contassero nulla.
È ritornato troppo presto, ed è questo che fa più male, l’idea di non aver nemmeno fatto in tempo a respirare davvero.
Sono stanco.
Stanco nel corpo, stanco nella testa, stanco di dover essere sempre forte, sempre pronto, sempre combattente.
Ci sono giorni in cui vorresti solo una tregua, anche breve, anche finta.
E invece no.
Domani ho un controllo urgente in clinica.
Una di quelle frasi che già da sole fanno rumore.
Cerco di restare lucido, ma la verità è che non la vedo affatto bene.
E quando l’ottimismo vacilla, non è vigliaccheria dirlo, è onestà.
La paura oggi non è un’ombra lontana, è seduta qui accanto a me.
Non urla, non fa scenate.
Mi guarda fisso e basta.
Ed è questo che la rende più difficile da scacciare.
Scrivo perché mettere nero su bianco quello che sento è l’unico modo che conosco per non farmi travolgere.
Scrivo perché anche la preoccupazione, se condivisa, pesa un po’ meno.
Scrivo perché fingere che vada tutto bene sarebbe una bugia, e io oggi non ho la forza di mentire.
Chiedo scusa a chi questa sera mi ha telefonato, ma non ha ricevuto risposta.
Domani sarà un altro passo, forse duro, forse decisivo.
Stasera mi concedo il diritto di essere preoccupato, stanco, umano.
E se l’ospite crede di spaventarmi tornando a bussare… si sbaglia solo su una cosa: può farmi paura, ma non può farmi tacere.

venerdì 16 gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°83 – Gennaio 2026

📝 Diario di bordo n°83 –Gennaio 2026 
"Il luogo dei déjà-vu (e delle paure che fanno finta di non esistere)."

Rieccomi ancora qui.
No, calma… niente panico: oggi non è per me.
Il reparto è lo stesso, sì, ma io sono solo un ospite di passaggio. Una specie di turista emotivo con il biglietto di sola andata verso i ricordi.
Eppure…
Appena entrato ho capito che certi posti non hanno bisogno di parlare, ti riconoscono loro.
Gli odori sono identici, precisi, chirurgici. 
Un mix tra disinfettante, attesa e pensieri non richiesti. 
Odori che non si spiegano, si subiscono. Credetemi.
Poi succede l’imprevisto.
La vedo da lontano: Sabrina, l’infermiera tuttofare.
Non mi vede, io sì.
E no, non vado a salutarla. Non oggi.
Perché certe persone sono come i punti sensibili, se li tocchi, fanno male.
E io oggi non ho voglia di spiegare perché mi tremano le gambe mentre sorrido.
Sono seduto qui, in reparto, e scrivo.
Scrivo per ammazzare il tempo?
Forse.
Scrivo per esorcizzare la paura?
Sicuramente sì.
Perché il pensiero gira sempre lì, come un disco rotto: “E se dovessi tornare a breve a rifare la chemio?”
Una frase che arriva senza bussare, si siede accanto a te e pretende pure il caffè.
Allora faccio quello che so fare meglio: la prendo in giro.
La paura, dico.
La guardo negli occhi e le dico: “Non oggi. Siediti pure, ma io intanto scrivo.”
Scrivere è il mio modo di stare in piedi quando tutto vorrebbe farmi sedere.
È il mio modo di fare il gradasso con il destino, anche quando dentro sento un nodo che non si scioglie.
E adesso tolgo la maschera.
Qui non c’è ironia che tenga.
La verità è che ho paura.
Paura vera, adulta, silenziosa.
Ma ho imparato una cosa, la paura non si vince scappando.
Si affronta guardandola negli occhi, raccontandola, condividendola.
Se dovrò tornare, tornerò.
Con più consapevolezza, meno illusioni e la stessa ostinata voglia di restare umano.
Perché sfatare la paura non significa non averla.
Significa non lasciarle il volante.
E oggi, anche se tremo un po’, sto ancora guidando io.

giovedì 15 gennaio 2026

🔎 Vissuti da vicino – 1° puntata. "Mimmo, il collega, il capocantiere, l’amico."

📌 Vissuti da vicino.
(Rubrica di cronaca – “Riflessioni di un viandante del tempo”)

Nel cammino di una vita si incontrano persone che passano, e persone che restano.
Questa rubrica nasce dal desiderio di fermare il tempo per un momento e guardarsi indietro: raccontare volti, storie, aneddoti, fatiche condivise e risate improvvise.
Sono i vissuti da vicino, quelli che ti hanno attraversato l’esistenza lasciando un segno, piccolo o profondo che sia.
Non celebrazioni, ma memorie vive. Non nostalgia, ma riconoscenza.

🔎 Vissuti da vicino – 1° puntata.
"Mimmo, il collega, il capocantiere, l’amico."

Nell’arco della vita si incontrano tante persone, in mille contesti diversi: lavoro, passioni, politica, sindacato.
Molte restano incontri, alcune diventano relazioni. Poche, pochissime, diventano presenze.
Mimmo è una di queste.
Collega di lavoro, capocantiere, tecnico di livello altissimo. Ma soprattutto uomo corretto, affidabile, uno di quelli con cui puoi camminare a occhi chiusi perché sai che, se inciampi, c’è.
Abbiamo lavorato fianco a fianco per gran parte della mia vita professionale, ore interminabili, responsabilità, decisioni da prendere in fretta, fatica vera. 
E poi le risate, le battute dette nei momenti sbagliati, gli aneddoti che oggi fanno sorridere.
Oggi siamo entrambi in pensione. I chilometri tra le nostre case sono tanti, troppi per vedersi spesso.
Ma l’amicizia vera non misura le distanze in chilometri. Le misura in attenzione.
Mimmo mi chiama ancora. 
Spesso è lui a farlo. Per sapere come sto.
È un gesto semplice, e proprio per questo enorme.
In quei momenti non è più il capocantiere, né il collega, è come un fratello maggiore che vigila, con discrezione e affetto.
Un grande uomo, prima ancora che un grande professionista.
E io, guardandomi indietro, so di poter dire una cosa senza retorica, sono stato fortunato ad averlo incontrato.
Grazie Mimmo, per l’amicizia.
Quelle vere non vanno mai in pensione.

🫴 Eccovi in aneddoto per capire la professionalità e le capacità di Mimmo.

🔹️Il giorno del blocco generale.
C’è un aneddoto che, più di tanti altri, racconta chi è stato Mimmo sul lavoro.
Era il 16 agosto, l’anno non lo ricordo più, e forse non conta nemmeno. 
In raffineria eravamo in pochissimi: ferie estive, organici ridotti all’osso, quel ronzio irreale che solo certi impianti enormi riescono ad avere quando mezzo mondo è al mare.
Verso metà giornata il cielo cambia faccia.
Nel giro di pochi minuti si abbatte sulla raffineria un temporale fuori dal comune. 
Non pioggia, ma un muro d’acqua. Di quelli che non hai il tempo di commentare, perché sei già dentro il problema.
E infatti succede il blocco generale.
Le caldaie a vapore vanno in protezione, i generatori elettrici si fermano, gli impianti si spengono uno dopo l’altro. 
Silenzio totale. 😳🫣
Una raffineria ferma non è mai una buona notizia, figuriamoci con pochi uomini disponibili e condizioni meteo ancora in peggioramento.
Ce la vedemmo brutta. Davvero.
In quei momenti non servono eroi da copertina, servono persone che sanno cosa fare e lo fanno senza panico.
Mimmo era esattamente questo.
Lucido, concreto, presente. 
Un problema alla volta, una decisione alla volta.
Lo chiamavano “Mimmo ponticello” perché gli bastavano pochi centimetri di filo elettrico, messi dove andavano messi, per ridare vita a ciò che sembrava morto. 
Non era improvvisazione, era conoscenza profonda degli impianti, esperienza, intuito tecnico e sangue freddo.
Lavorammo per ore, senza guardare l’orologio, con la consapevolezza che ogni scelta pesava.
E alla fine, nel giro di una notte, riuscimmo a far ripartire quasi tutta la raffineria.
Quando la corrente tornò, non ci furono applausi né pacche sulle spalle. Solo quella stanchezza buona che senti quando sai di aver fatto fino in fondo il tuo dovere.
Ancora oggi, a distanza di anni, in raffineria il nome di Mimmo Pasculli viene pronunciato.
Succede solo a quelli che non passano, restano.
Semplicemente un grande.
E io, anche quel giorno, ho imparato cosa significa avere accanto non solo un capocantiere, ma un uomo su cui puoi contare quando tutto si spegne.

👇In questa foto datata, con una parte dei miei colleghi, Mimmo è alla mia destra.

venerdì 2 gennaio 2026

❤️ Diario di bordo n°82 – Dicembre 2025

❤️ Diario di bordo n°82 – Dicembre 2025
"Il cuore sotto controllo (e sotto copertura)."

Ed eccoci di nuovo a Ginosa Marina, questa volta per scoprire se il mio cuore, oltre a battere di suo, sappia anche farlo “elettricamente bene”. 
Insomma, oggi si fa l’elettrocardiogramma dinamico, l’Holter: 24 ore di monitoraggio continuo, tipo il Grande Fratello, solo che qui l’unico concorrente sono io… e pure senza televoto!
Entro nel Centro Medico di Riabilitazione e già mi sento in un film: struttura pulita, ordinata, personale sorridente… sembrava quasi di non stare in Italia! 
Al CUP in due minuti mi smistano al reparto di cardiologia. 
Ed ecco che appare lui: Vincenzo, l’infermiere. Gentile, competente, rassicurante… praticamente una via di mezzo tra un tecnico NASA e un confessore francescano. 
Mi spiega tutto sull’Holter, e io annuisco con aria intelligente, mentre dentro penso solo: “Speriamo non pizzichi”.
Poi arriva il momento clou. 
Vincenzo spunta con un mazzo di sensori. Non so se stava preparando me o un’auto da Formula 1. 
Inizia ad appiccicarmi elettrodi ovunque: torace, fianchi, petto… ormai ero un’antenna umana. Mi mancava solo di captare Radio Maria. 
Quando finisce il cablaggio, mi attacca alla centralina. In quel momento mi guardo allo specchio e capisco: non sono più Giovanni. Sono RoboGiovanni 2.0.
Mi rivesto, o meglio, cerco di farlo senza staccare fili, e Vincenzo avvia la registrazione. Da questo momento ogni battito è sotto osservazione. 
Quindi calma: niente emozioni forti, niente arrabbiature, niente focaccia ginosina extra pomodoro… o almeno, non troppe!
Appuntamento a domani per lo smontaggio. 
Sì, proprio il 31 dicembre 2025. Tutti a stappare bottiglie e io a staccare elettrodi. 
E vabbè: ognuno festeggia come può. Io, intanto, incrocio le dita… ma senza fare movimenti bruschi, che sennò il cuore registra!

✨ Massima finale:
A volte il cuore va controllato, ma non dimentichiamoci mai che il battito piùyy8 bello resta quello che ci porta verso i sogni. 💫

📝 Diario di bordo n°81 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°81 – Dicembre 2025
"Scivolando per il closing anno."

Buongiorno a tutte e tutti. ☕
Siamo in closing time dell’anno: il bilancio è quasi pronto, ma il consuntivo finale no. Mancano ancora due giorni e, come insegna la storia (e la cronaca spicciola), è proprio lì che succede sempre qualcosa.
Due giorni sono pochi? 
Macché. 
In 48 ore può saltare fuori: l’idea geniale fuori tempo massimo l’imprevisto che ribalta il piano
o la classica scena che nessuno aveva messo in agenda.
Quindi niente brindisi anticipati, niente “è fatta”.
Io resto in modalità presidio, dita incrociate e nervi saldi.
Anche perché, giusto per gradire, questa mattina mi tocca pure l’elettrocardiogramma Holter dinamico: monitoriamo il cuore, che a fine anno lavora sempre in straordinario. 😅
L'anno, chiudiamolo senza colpi bassi. 
You understand?

domenica 28 dicembre 2025

L'attesa

L'attesa è quella terra di mezzo dove il cuore non sta mai fermo.
È una panchina all’ombra, una valigia già pronta, lo sguardo fisso a un orizzonte che ancora non si svela. 
L’attesa ci mette ansia perché ci ricorda che non controlliamo tutto: apre le finestre del possibile, ma ci lascia sospesi tra speranza e timore. 
È un po’ come stare sul bordo di una piscina: vorresti tuffarti, ma resti lì, coi piedi nell’acqua, a immaginare la temperatura. 
A volte ci fa brillare gli occhi, altre volte ci fa tremare le mani. 
Perché aspettare significa affidarsi al futuro, e il futuro è sempre un mistero che bussa piano.
Ma nell’attesa impariamo anche a conoscerci. Capire cosa desideriamo davvero. 
Scoprire quanto siamo disposti a sperare, a fidarci, a restare.
E forse, in fondo, l’attesa è una piccola scuola di coraggio.
Ora che il nuovo anno è alle porte, siamo tutti lì: sulla soglia, con un filo di ansia e una valigia di sogni. 
Che sia un’attesa buona, capace di trasformarsi in passi leggeri verso ciò che amiamo. 🌟

Giovanni Pugliese

lunedì 22 dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°80 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°80 – Dicembre 2025
"Pressioni, focacce e meccanici del cuore."

Monitoraggio continuo h24 della pressione.
E già qui uno pensa: ma quale pressione?
Quella atmosferica, che oggi è ballerina?
Quella delle gomme dell’auto, che non controllo mai?
O magari quella dell’autoclave, che quando cala lo scopri sempre sotto la doccia?
No no.
Parliamo della pressione arteriosa, quella seria, quella che ti osserva mentre fai finta di niente.
E allora via, appuntamento alle 13:15 a Ginosa Marina.
Sì, lontano. Sì, scomodo. Ma è l’unico disponibile. 
E quando la salute chiama, tu rispondi… dopo aver mangiato.
Perché, diciamolo chiaramente: arrivare a Ginosa Marina all’ora di pranzo e non fermarsi al forno è un reato penale contro l’umanità.
E quindi focaccia sia.
Con la cipolla.
Con il pomodoro a pezzi.
Con il salame piccante.
Con i peperoni.
E per non farci mancare nulla, la focaccia bianca, che fa sempre da mediatrice di pace.
Un trionfo.
Un’orgia lievitata.
Un attentato diretto al concetto stesso di “monitoraggio pressorio”.
Dopodiché mi presento dal meccanico del cuore, che con la calma di chi ne ha viste tante mi monta addosso la macchinetta.
Ed eccola lì, fedele come un cane da guardia: ogni 15 minuti PUM, si gonfia e mi stringe il braccio per ricordarmi che sono sotto osservazione.
Non oso immaginare stanotte: io che cerco di dormire e lei che mi sveglia tipo creditore dell’INPS.
Vabbè.
Domani si torna per la rimozione dell’aggeggio.
E, guarda caso, ripasserò anche dal forno.
Perché se devo farmi controllare la pressione… almeno che sia alta per cose buone.

🥖 Massima finale.
"Nella vita tutto fa pressione, ma una buona focaccia aiuta sempre a sopportarla meglio."

📝 Diario di bordo n°79 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°79 – Dicembre 2025
"Radici in pausa, non spezzate."

Da giugno, da quando il male ha deciso di presentarsi senza invito, la mia vita ha rallentato.
E con me ha rallentato anche qualcosa che sento profondamente a me vicino: Statte Ecoattiva.
Un’associazione nata dal basso, dalla terra, dalle mani sporche di fango e dal cuore pulito.
Un luogo dell’anima prima ancora che un progetto ambientale.
Mi pesa dirlo, ma le nostre attività nobili si sono quasi fermate. 
Vi chiedo scusa.
E mi dispiace. Mi dispiace davvero.
Perché so quanta luce avete portato, quanta energia, quanta dedizione gratuita.
Abbiamo piantato alberi sfidando l’indifferenza, a volte l’ostilità.
Abbiamo pulito spazi che sembravano dimenticati da tutti, tranne che dalla coscienza.
E in ogni gesto c’era amore, non protagonismo.
A voi, ecoattivi veri, va il mio grazie più profondo.
In questo periodo faccio fatica a guardare lontano, perché i miei pensieri sono tutti concentrati lì, in quell’attesa silenziosa dell’esito istologico che ti occupa la testa anche quando provi a sorridere.
Ma sappiatelo: questa non è una resa.
È solo una pausa forzata.
Con il nuovo anno, con un po’ di forza in più, e magari con una spintarella benevola da lassù, riprenderemo il cammino interrotto.
Le radici sono vive. 
E quando le radici tengono, l’albero non cade.
E ora, permettetemi una parte meno poetica e più… mia.
L’ospite indesiderato ha fatto quello che fanno gli ospiti maleducati: ha occupato spazio, ha messo disordine, ha fatto saltare l’agenda e pure il calendario delle buone intenzioni.
Un vero cafone biologico.
Ma ha sbagliato indirizzo. Perché io sono testardo.
E voi siete una comunità che non si spegne per un intoppo, neanche serio.
Statte Ecoattiva non è ferma: sta solo prendendo fiato.
E quando torneremo, torneremo con più cura, più consapevolezza e ancora più voglia di piantare futuro.
Lo prometto.
Vi abbraccio tutti, uno per uno.
Siete fantastici. Davvero.

🌱 Buone feste ecoattive a tutti voi. 💚

"Chi semina coscienza può fermarsi un momento, ma prima o poi torna sempre a far crescere il mondo."

mercoledì 17 dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°78 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°78 – Dicembre 2025
"Puglia Salute, ovvero “Viaggiare nel tempo senza la DeLorean”

Alle prese con il portale di Puglia Salute, moderno oracolo digitale che decide se e quando hai diritto a sapere come stai.
Entro fiducioso, con lo spirito di chi pensa: “Vabbè, sarà una sciocchezza”. Sciocco io.
Primo tentativo di prenotazione:
il sistema mi guarda, sospira e mi risponde con eleganza istituzionale: “Non ci sono disponibilità.”
Traduzione: “Riprova in un’altra vita”.
Non mi arrendo. Cambio esame.
Miracolo! Disponibilità a marzo.
Marzo! Un mese vero, reale, tangibile. Quasi mi commuovo.
Mi sento come uno che ha appena trovato acqua nel deserto.
Rinvigorito, provo con un altro esame.
Il portale riflette, pensa, rielabora, gira la clessidra del destino…
E poi sentenzia: ottobre 2026.
Non una data: una profezia.
Ovviamente a 40 chilometri da casa, perché la salute è importante, ma il pellegrinaggio pure.
A quel punto decido di osare.
Vado all-in: esami del sangue, urine, probabilmente anche l’anima.
Risultato: rigettato.
Motivo?
“Passa il prossimo secolo. Non ci sono posti.”
Capito?
Non sono malato, sono in anticipo.
Qui non si curano le persone, si allenano alla pazienza zen.
Altro che Servizio Sanitario: questa è Sanità Quantistica, esisti e non esisti allo stesso tempo.
In conclusione, caro portale, grazie.
Non mi hai dato una prenotazione, ma mi hai regalato una certezza: in Puglia (e non solo) non si muore… si attende.

Massima finale:
👉 “Quando la sanità diventa un gioco a incastri, la vera diagnosi è la rassegnazione.”

sabato 13 dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°77 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°77 – Dicembre 2025
"L’anno dell’ospite indesiderato."

Tra poco più di quindici giorni questo 2025 tirerà giù la serranda.
E non sarà un anno qualsiasi da salutare con un brindisi distratto.
È stato un anno che mi ha bussato alla porta senza educazione, che è entrato in casa senza togliersi le scarpe, che si è seduto sul divano del mio corpo come se fosse suo.
Un ospite cattivo. Di quelli che non portano neppure una bottiglia di vino per scusarsi.
Un ospite che mi ha preso alla sprovvista, senza preavviso, senza attenuanti, senza pietà.
Con lui combatto ogni giorno, ogni ora, a volte ogni singolo minuto.
Ma questo stesso anno, paradossalmente, mi ha anche regalato qualcosa di prezioso: la vostra vicinanza.
Messaggi, parole, silenzi pieni di rispetto.
Un affetto autentico, senza rumore, che non chiede nulla in cambio.
E allora capisci che, nonostante tutto, esiste ancora una forma di umanità pulita.
Gente che non vuole spiegarti come devi stare, ma semplicemente starti accanto.
Gente che ti tiene la mano anche quando non sa cosa dire.
E in un mondo sempre più cinico, questo è un dono enorme.

Poi però, ti rendi conto che questo 2025 è stato una specie di film di Fantozzi girato in versione drammatica: tu che fai piani, la vita che ti ride in faccia;
tu che chiedi tregua, lei che ti risponde “ne riparliamo”;
tu che speri, lei che rilancia.
E allora, mentre l’anno si avvia all’uscita di scena, non resta che dirlo come si deve, con quella ironia che è ormai un meccanismo di sopravvivenza: io speriamo che me la cavo.
Non è resa.
È realismo con un sorriso storto.
Ed è anche una promessa silenziosa: finché respiro, combatto.

✨ Massima di fine anno

"La vita può buttarti a terra mille volte, ma finché riesci a raccontarla, non hai perso: stai ancora resistendo."

venerdì 12 dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°76 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°76 – Dicembre 2025
"Quando la paura pesa più del corpo."

Ci sono giorni, in cui il mondo sembra premere tutto da un lato, e tu resti lì, un po’ storto, un po’ sbilanciato, a cercare un appiglio qualunque per non cadere.
Sono due giorni che il mio respiro mi pesa più del solito, che il corpo non risponde come vorrei, e la mente, ah, la mente, corre più veloce dei passi che puo fare. 
Mi chiedo se sia lui, oppure solo la stanchezza, o forse quel turbinio di pensieri che non smettono mai di bussare.
E alla domanda che tutti evitano, desidero rispondere con una sincerità disarmante: sì, sono preoccupato.
E non c’è nulla di debole in questo.
La forza, quella vera, non è nascondere la paura… ma guardarla negli occhi e dire: oggi non vinci tu.
Reagisci, Giovanni.
Reagisci anche quando il corpo barcolla, quando la paura pesa, quando la mente si incaglia nell’attesa dell’istologico che sembra non arrivare mai.
Reagisci perché ogni colore che vedi, ogni suono che ti attraversa, ogni gesto delle persone che ami, è un filo che ti tiene legato alla vita.
Oggi sono triste.
E va bene così.
Le giornate storte non sono tradimenti, sono solo curve del cammino.
Domani, forse, sarà meglio.
E se non lo sarà, camminerai comunque.

"Anche quando l’ombra ti raggiunge, ricorda che è lì solo perché da qualche parte, davanti a te, c’è ancora la luce."

📝 Diario di bordo n°75 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°75 – Dicembre 2025
"Il gusto delle feste e il peso delle emozioni."

Ci sono giorni, in cui la vita sembra parlarti con una voce più chiara, più profonda. Le feste hanno questo dono sottile: rallentano il tempo, lo addolciscono, e ti obbligano, quasi con dolcezza, a guardarti dentro.
Sono momenti fatti di abbracci, di tavole apparecchiate, di ricordi che tornano a bussare. Momenti che ti ricordano quanto sia prezioso sentirsi vivi, sentire il calore degli altri addosso, capire che il bene esiste e circola, basta solo tendergli la mano.
E allora ti chiedi: “Che posso fare io, nel mio piccolo, per strappare un sorriso a chi soffre?”
È questa domanda, più di qualsiasi cenone, che ti fa sentire parte del mondo in maniera autentica. Perché la solidarietà non è un gesto speciale: è un modo di respirare.
Poi però, come un’onda che ti riporta a riva, arriva lui: il pranzo dell’Immacolata.
Per noi meridionali è più di un pasto… è un rito sacro, un pellegrinaggio gastronomico, un test di resistenza fisica e mentale.
Ti siedi a tavola a mezzogiorno e quando rialzi lo sguardo fuori è notte fonda, e ti chiedi se per caso in cucina non abbiano aperto un varco spazio-temporale tra le orecchiette al sugo e le cartellate col miele.
Le portate arrivano in fila indiana, una dietro l’altra, senza pietà.
Tu cerchi di resistere, ma ogni zia ha una missione divina: riempirti come un tacchino del Ringraziamento.
E tu, come sempre, combatti fino all’ultimo cucchiaio, tra un bis non richiesto, un “mangia che ti vedo sciupato” e un bottone del pantalone che implora misericordia.
Eppure… in tutto questo c’è poesia.
C’è la nostra terra che parla, ride, trabocca di vita.
E allora, a voi che mi leggete, vi auguro un'Immacolata piena di amore, di leggerezza e di quelle risate che fanno bene più del torrone.

✨ Massima della festa.

"Le tavole si svuotano, i piatti si lavano, ma il calore dei momenti veri resta impresso come il profumo del sugo della domenica."

📝 Diario di bordo n°74 – Dicembre 2025

📝 Diario di bordo n°74 – Dicembre 2025
"Tra attese, luci e vecchi legami."

Dicembre ha sempre un modo tutto suo di frugarti dentro.
Ti prende per mano con le luci e le canzoni di festa, e nello stesso tempo ti mette davanti alle tue paure più silenziose, quelle che non dici a nessuno. 
L’attesa del responso dell’esame istologico pesa… e sarebbe inutile negarlo. È una compagnia discreta, ma ingombrante. 
Se mi chiedi se sono preoccupato, la risposta è sì. 
Ma la preoccupazione non è resa: è solo una parentesi umana in un cammino che continuo a percorrere con la testa alta, anche quando il cuore va piano.
E poi arrivano loro, i vecchi colleghi. 
Quelli con cui hai condiviso quarant’anni di giornate, di tute sporche, turni infiniti, sigarette rubate al tempo, risate che ancora ti risuonano addosso. 
Rivederli è stato come sfogliare un album di vita vera: niente filtri, niente pose, solo l’essenza autentica del cammino fatto insieme. Una rimpatriata che ha scaldato l’anima più di qualsiasi camino natalizio.
E c’è un pensiero che oggi mi torna spesso.
Un amico vero. 
Un uomo dai principi solidi, uno che non ha mai avuto bisogno di proclami per mostrarsi per quello che è: un esempio. 
È stato operato al cuore, e il mio affetto corre verso di lui come una preghiera laica, fatta di rispetto, stima e riconoscenza. 
Forza, amico mio. Chi vive con la tua dignità non solo torna in piedi: torna a brillare. 🌟
Dicembre è questo: un intreccio di attese, di tremori, di gratitudine e di speranza.
E io, in mezzo a tutto questo, continuo a camminare.

"Le attese ci mettono alla prova, ma sono gli affetti a indicarci sempre la strada per tornare a sperare."

venerdì 28 novembre 2025

📝 Diario di bordo n°73 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°73 – Novembre 2025
"Il ritorno al nido e il silenzio che parla."

Questa mattina, mi sono svegliato nel mio letto. 
Quello vero, quello che conosce il mio peso, i miei sogni, i miei respiri. 
La luce entrava morbida dalla finestra, senza chiedere permesso, senza annunciarsi come una sirena d’allarme.
E mi sono svegliato tardi… una piccola, grande rivoluzione.
Nessuna infermiera alle 6 in punto a ricordarmi che il mondo in clinica gira a una velocità diversa dalla vita. 
Nessun trolley rumoroso a dettare il ritmo delle speranze e delle dimissioni. 
Nessun “buongiorno” sussurrato ai miei compagni di stanza prima ancora che al mio tè.
Oggi il silenzio ha parlato.
Una quiete nuova, quasi spaesante, come quando rientri da un viaggio e la casa ti abbraccia con il profumo familiare delle cose che hai lasciato in sospeso.
E nei primi pensieri del giorno c’erano loro:
Mario, forse tornato alla sua Martina Franca, e Antonio, direzione Fragagnano. 
Due volti incontrati per caso, due storie che si sono intrecciate nella stessa stanza, condividendo notti, rumori, sospiri, e una strana forma di solidarietà che fiorisce solo nei luoghi di fragilità.
A loro va il mio “in bocca al lupo”, sincero come un abbraccio dato con gli occhi.

🎭PARTE 2 – La clinica, i trolley e il mio addio teatrale.

Nel collage di foto che allego (che ormai sembra l’album ufficiale della mia tournée in corsia), c’è un po’ di tutto:
– io stravaccato come un divo a riposo,
– il comodino immolato alla causa,
– la flebo che ormai mi trattava come un coinquilino,
– e lo sguardo da filosofo stanco che solo chi ha dormito su certi materassi può capire.
A tutto il personale della Carlo Fiorino Hospital (ex San Camillo): grazie davvero.
Ma lasciatemelo dire con onestà spudorata:
spero di non rivedervi più.
Ovviamente non perché non vi voglia bene… anzi!
Ma perché, come sapete, le nostre “rimpatriate” avvengono sempre in momenti in cui preferirei essere da tutt’altra parte. Tipo… ovunque.
Che poi, tra trolleys assassini, sveglie alle 6 e materassi che avrebbero bisogno di un sindacato tutto loro, posso confermarlo: è stata un’altra avventura. Una di quelle che ti fanno ridere dopo, eh… molto dopo.
Per ora, vi saluto così:
io torno alla mia normalità, voi al vostro eroico trantran.
E che le nostre strade non si incrocino di nuovo… almeno fintanto che non inventano un reparto con spa inclusa.

p.s. il mio diario di bordo continua. E voi, continuate a seguirmi. 😉

✨ Massima finale.
La vita ti rimette in piedi ogni volta, ma il vero dono è il letto di casa che ti insegna quanto sia prezioso il ritorno.

📝 Diario di bordo n°72 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°72 – Novembre 2025
“Le ultime gocce di libertà”

È arrivato il momento, quello vero, quello che senti muoversi nello stomaco come una piccola mareggiata.
Ho richiuso la valigia con dentro giorni di attese, notti sgangherate, brodini fantasma e risate rubate.
Ho svuotato il comodino, che ormai sembrava un coinquilino anche lui, carico dei cioccolatini di Mario, occhiali, acqua e speranze.
Poi, con una lentezza quasi cerimoniale, ho indossato gli stessi abiti con cui ero entrato qualche giorno fa… come se chiudessi un cerchio.
La caposala è apparsa consegnandomi la lettera di dimissioni.
Sì, proprio quella.
Il lasciapassare, il foglio della libertà, la via d’uscita dalla clinica San Camillo.
E mentre la tenevo in mano, i miei due compagni di stanza erano lì, testimoni silenziosi del mio momento.
E non ve lo nego, ho sentito stringersi qualcosa dentro.
Perché so cosa significa restare.
So cosa si prova a vedere andare via un “compagno di viaggio” e ritrovarsi di nuovo soli nel letto di ferro.
Li ho salutati uno per uno, con sincerità vera, quella che si impara nei luoghi dove il dolore e la speranza si stringono la mano.
Gli ho augurato bene… tanto bene.
E lo pensavo davvero.

Poi… è iniziato il “Giovanni-show”.

PARTE 2 – Io, la bottiglietta e l’arte moderna del seminare casini.

Mi incammino verso l’ascensore, pronto a tornare nel mondo reale, con la mia bottiglietta d’acqua in mano. 
Peccato fosse semi-aperta. Ma semi-aperta tipo Niagara, eh.
Risultato? Lasciavo dietro di me una scia di goccioline che manco Hansel e Gretel. Se al posto dell’acqua avessi usato il glitter, probabilmente avrei fondato una nuova tendenza: lo "sgocciolismo urbano".
E già me lo immagino il personale della clinica:
– «Scusi, chi è che ha allagato il corridoio?»
– «È il signore del letto 3… quello poetico.»
E mentre io seminavo acqua come un impianto di irrigazione impazzito, dentro di me pensavo: forse è un segno del destino… o forse è semplicemente che non so chiudere una bottiglietta.
Però diciamolo: lasciare la clinica tracciando un percorso liquido ha comunque un suo stile. Quasi biblico.

💬 Massima finale:
Quando lasci un posto, non importa quanto breve sia stato il viaggio: l’importante è che, in un modo o nell’altro, tu ci abbia lasciato il segno… anche fosse solo qualche goccia d’acqua.

📝 Diario di bordo n°71 – Novembre 2025

📝 Diario di bordo n°71 – Novembre 2025
“L’ultima alba della prigion… ehm, degenza”

Questa mattina l’aria in clinica vibra di un’energia particolare: un misto di voci, passi affrettati, sospiri e risatine nervose.
Le inservienti, le OSS, le infermiere… tutte in movimento come un piccolo esercito in preparazione.
C’è quella frenesia che solo chi vive “dietro le quinte” delle corsie ospedaliere conosce bene.
Io osservo tutto con un misto di poesia e ansia: ogni figura che entra e che esce sembra portare con sé un pezzo di vita, un motivo, una missione.
E mentre loro volano da una parte all’altra, io resto lì… a proteggere un segreto inconfessabile: il mio preziosissimo cuscino clandestino, trafugato per riempire l’abisso cosmico al centro del mio materasso.
Un gesto disperato, un atto d’istinto, un colpo di genio alla Fantozzi.
Ma oggi… il rischio incombe.
È giorno di cambio biancheria.
E io ho tutta la sensazione che potrebbero scoprire il mio “colpo grosso”.
Devo muovermi. Devo agire.

Missione evasione: tentativo n. 1

Mi viene un’idea: chiedere direttamente se sono in dimissioni.
Tentare non costa nulla. A mali estremi…

Suono il campanello. 😉

Ed ecco apparire la caposala, con quella solennità che userebbe un arcangelo al giudizio universale.

«Mi scusi… io e Mario… oggi… per caso… siamo in dimissione?»
E lei: “Un attimo, chiamo il medico.”

Momento di silenzio.🤫
Suspense.
Breve flash: violini tragici in sottofondo.
Io e Mario tratteniamo il fiato.

Il verdetto.🧐

La caposala rientra.
Volto serio, voce ferma.
E poi:

«Signor Pugliese, lei esce oggi.»🥳
(Tono trionfale, quasi liberatorio)
«Signor Mario, per lei la dimissione è prevista domani.»😣

Boom.
È fatta.
Io esco.
Io e la mia valigia.
Io e il mio cuscino rubato (che ora posso restituire dignitosamente, forse).
Mario invece rimane, e mi dispiace davvero: un’altra notte con le luci, il brodino, le motoseghe notturne e le sveglie assassine delle sei.
Ma io…
Io oggi torno a casa.
E credetemi, non c’è musica più bella.

💬 Massima finale:
"Ogni ricovero ha una fine: l’importante è uscirne con la valigia piena di storie… e il cuore più leggero della biancheria pulita."

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026.

📝 Diario di bordo n°96 – Gennaio 2026. “Promosso… con anestesia (si spera).” Eccomi qui, penultimo step di questo videogioco cl...