"La chemio ha l’orologio svizzero (e io faccio da bersaglio)".
Oggi ho avuto una conferma scientifica degna dei migliori laboratori internazionali, la “botta” del dopo chemio arriva puntuale dopo due giorni.
Non uno prima, non uno dopo. Due. Precisi. Nemmeno avesse l’orologio svizzero al polso.
Ormai lo so. Posso quasi segnarmelo sul calendario come una festività nazionale, Giornata Internazionale della Debolezza Totale.
Una ricorrenza personale, non riconosciuta dallo Stato, ma che il mio corpo celebra con grande dedizione.
Stanotte è stata una di quelle notti da dimenticare.
O forse da ricordare, perché quando il fisico ti mette alle corde, ti costringe a fare i conti con la tua pazienza, con la tua resistenza e con quella testardaggine che ti tiene ancora in piedi, o, nel mio caso, ancora a letto.
Sono ancora qui, sotto le coperte, con una voglia matta di dormire.
Dormire perché il corpo, quando è stanco davvero, non chiede permesso, ordina.
E io obbedisco.
Che poi, diciamocelo chiaramente, nella vita passiamo anni a correre, a fare, a dimostrare, a stare dietro agli orologi, agli impegni, alle scadenze.
E poi arriva un momento in cui il tuo corpo ti guarda negli occhi e ti dice, “Adesso basta.
Ora comando io.”
Ci illudiamo di guidare la nave.
Poi arriva una chemio, o qualsiasi tempesta della vita, e capisci che sì, forse tieni il timone… ma il mare decide sempre l’altezza delle onde.
E quando l’onda è alta, non serve fare i gradassi.
Serve piegare la testa e resistere.
Intanto, mentre io combatto con questa debolezza da manuale, nella mia testa si affaccia pure un altro pensiero, l’ultimo brutto scherzo dell’INPS.
Eh sì… perché nella vita, quando il fisico ti mette alla prova, pare quasi che la burocrazia dica, “Che fai, non ti bastava la chemio?
Ti do una mano io.”
Ma questa è una storia che merita spazio, respiro e magari pure un pizzico di ironia in più.
Ve la racconterò la prossima volta, perché certe vicende vanno gustate con calma, come certi piatti amari che però, a raccontarli bene, fanno pure ridere.
Per ora resto qui, nel mio piccolo fortino di coperte, a fare quello che oggi mi riesce meglio, resistere dormendo.
Che poi, a pensarci bene, dormire non è arrendersi.
È prepararsi.
Prepararsi a rialzarsi domani con un filo di forza in più, con un respiro un po’ più profondo e con quella solita, ostinata voglia di dire alla vita, “Non hai ancora vinto tu.”
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