“Manuale semiserio per abitare un corpo capriccioso”.
Esiste un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui il proprio corpo decide di intraprendere una strada autonoma, come certi gatti che escono di casa e tornano solo quando ne hanno voglia.
Il mio, in questi giorni, ha preso questa abitudine.
Dopo l’ultima chemio, infatti, ho scoperto che l’energia è diventata un bene di lusso, la nausea una presenza affettuosamente invadente e la debolezza una compagna di stanza che non paga l’affitto ma resta comunque.
E io lì, spettatore e protagonista allo stesso tempo, a chiedermi se per caso non abbia sbagliato copione.
“Ero preparato anche a questo”, continuo a ripetermi.
Che è una frase curiosa, suona come una dichiarazione di controllo, ma in realtà è un modo elegante per dire “non ci posso fare molto, ma almeno non mi sorprende”.
Passo più tempo a letto che in piedi.
Il letto, ormai, ha assunto una dimensione quasi metafisica, è una sorta di osservatorio privilegiato sul mondo… visto però dal basso, con una prospettiva che definire orizzontale è quasi riduttivo.
E mentre sto lì, tra un pensiero e l’altro, mi accorgo che il tempo cambia consistenza.
Non scorre più, si dilata, si accartoccia, si ferma.
Ogni minuto ha un peso specifico diverso, come se la realtà stessa avesse deciso di rallentare per farmi capire qualcosa.
Domani è Pasqua.
Una parola enorme, piena di significati, di simboli, di promesse altissime.
Rinascita, resurrezione, nuova vita.
E io, con una certa ironia, mi ritrovo a rinegoziare tutto questo in termini molto più modesti.
Non punto alla resurrezione.
Mi basterebbe una piccola evasione autorizzata, arrivare fino al giardino.
Uscire, anche solo per pochi minuti.
Sentire l’aria sulla faccia, la luce negli occhi.
Non per dimostrare qualcosa, ma per ricordarmi qualcosa.
Che ci sono.
Che, nonostante tutto, continuo a esserci.
Perché poi, a pensarci bene, la vita non è fatta solo di grandi gesti o di imprese memorabili.
La vita è fatta di soglie minuscole, alzarsi, fare un passo, attraversare una porta.
E in certi momenti, quelle soglie diventano immense.
Così oggi non faccio discorsi solenni.
Non mi racconto favole eroiche.
Oggi pratico una forma di resistenza gentile, resto qui, sopporto, aspetto.
E provo, con una certa ostinazione, a non perdere il senso delle cose piccole.
Perché forse è proprio lì che si nasconde il significato più vero.
E se domani riuscirò ad arrivare fino a quel giardino, anche senza effetti speciali, senza annunci, senza testimoni… allora avrò comunque fatto qualcosa di grande.
Avrò attraversato, a modo mio, il confine sottile tra il sentirsi spenti e il sentirsi vivi.
E, credetemi, non è poco.
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