venerdì 17 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°147 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°147 – Aprile 2026.
"La borsa in pelle e la distanza dei tempi."

Quante volte la memoria decide di fare di testa sua e riportarci indietro, come un vecchio archivista che, senza chiedere permesso, apre cassetti polverosi e tira fuori cartelle che credevamo dimenticate.
Non è nostalgia, o almeno non soltanto. 
È una specie di bisogno di capire quando, esattamente, abbiamo smesso di sentirci accompagnati e abbiamo iniziato a sentirci semplicemente gestiti.
Pensavo ai medici di famiglia. 
Non ai medici in generale, ma a quella figura precisa, quasi rituale, che abitava le nostre case prima ancora che abitasse gli ambulatori. Una presenza che non aveva bisogno di appuntamenti digitali o codici da inserire. Bastava una telefonata, spesso fatta con voce preoccupata, e nel giro di poco si sentiva quel bussare deciso alla porta.
Era un suono che rassicurava.
Ricordo ancora quella borsa in pelle. 
Non era solo un contenitore di strumenti medici. Era un simbolo. 
Dentro non c’erano soltanto stetoscopi e fiale, ma una promessa tacita: “Non sei solo”.
Il dottor Durso, al rione Tamburi, era una di quelle figure che oggi sembrano appartenere più alla letteratura che alla realtà. 
Dolce, misurato, con quel modo antico di parlare che sapeva di rispetto e di pazienza. Era una istituzione, una presenza che si dava per scontata come l’acqua che scorre dal rubinetto. 
E proprio per questo, quando c’era, non ci rendevamo conto del suo valore.
Poi arrivò Sebastiano Romeo.
Giovane, preparato, ma soprattutto umano. 
E qui bisogna fermarsi un attimo su questa parola, umano. 
Perché oggi sembra quasi una qualità accessoria, mentre allora era la prima medicina.
Sebastiano non guardava l’orologio mentre parlavi. 
Non sembrava avere fretta di passare al paziente successivo. Ti ascoltava. 
E ascoltare, diciamocelo, è un atto rivoluzionario in un mondo che corre sempre più veloce e sempre più distratto.
Era uno di quelli che riusciva a trasformare una visita medica in un dialogo tra persone. 
Un medico che, in qualche modo, diventava anche un fratello maggiore, una figura paterna, una presenza stabile nel disordine delle nostre fragilità.
Quando è venuto a mancare, non è morto soltanto un medico.
È venuto meno un punto fermo. 
Un faro, appunto. 
E chi ha vissuto questa perdita lo sa bene, non si perde soltanto la competenza, si perde una relazione. 
Una di quelle relazioni che oggi sembrano diventate un lusso.
Dopo di loro, qualcosa è cambiato.
Non per cattiva volontà dei medici di oggi, sia chiaro. 
Sarebbe troppo facile accusare loro. 
La verità è più complessa, più strutturale, direbbe qualcuno che ama analizzare i sistemi prima delle persone. 
I medici di famiglia oggi sono schiacciati da numeri, scadenze, burocrazie, piattaforme digitali, prescrizioni elettroniche. 
Hanno più pazienti, meno tempo, più responsabilità e meno spazio per l’umanità lenta.
Sono diventati, loro malgrado, una specie di funzionari della salute.
E qui si apre una riflessione più ampia, quasi pasoliniana nel suo sapore amaro, forse non abbiamo perso solo il medico di famiglia di una volta. Forse abbiamo perso un pezzo di comunità. 
Un frammento di quella società in cui le relazioni erano fatte di volti e non di codici fiscali.
Oggi si parla molto di progresso, e spesso con ragione. 
Abbiamo tecnologie avanzate, diagnosi più precise, strumenti impensabili fino a pochi decenni fa. 
Eppure, mentre guadagniamo in efficienza, rischiamo di perdere in prossimità.
E la malattia, lo sa bene chi la attraversa, non è fatta soltanto di sintomi e valori clinici. 
È fatta di paura, di silenzi, di domande che non sempre trovano spazio nei protocolli.
E allora mi viene spontaneo chiedermi, e forse lo facciamo tutti, quando la memoria si mette a scavare, cosa mi direbbe oggi Sebastiano?
Mi direbbe di avere coraggio?
Mi direbbe di fidarmi della medicina moderna?
O forse mi direbbe qualcosa di più semplice, di più umano, qualcosa che nessun algoritmo potrà mai prescrivere, “Non perdere la fiducia. Nemmeno quando tutto sembra complicato.”
Perché alla fine, quando torniamo indietro con la mente, non cerchiamo soltanto ricordi. Cerchiamo risposte. 
Cerchiamo conferme che, in qualche momento della nostra vita, qualcuno ci ha guardati non come pazienti, ma come persone.
E forse è proprio questa la domanda che resta sospesa, come una porta socchiusa alla fine di questa riflessione, "in un tempo che corre veloce e cura sempre di più, siamo ancora capaci di prenderci cura gli uni degli altri, davvero?."

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