"Il corpo come campo di battaglia".
Ci sono giorni in cui il corpo smette di essere casa e diventa territorio occupato.
Giorni come questi, fatti di stanchezza densa, quasi materiale, che ti si appiccica addosso e ti costringe a rallentare anche il pensiero.
Non è solo debolezza fisica, è qualcosa di più subdolo, è la sensazione di non appartenerti più fino in fondo.
La terapia lavora, certo.
Lavora come una ruspa che sistema il terreno distruggendo quello che trova.
E tu sei lì, in mezzo, a chiederti quanto di te stesso resterà in piedi quando tutto sarà finito.
Mi sento inefficiente.
E in una società che misura il valore delle persone in base a ciò che producono, questa è quasi una colpa.
Non fare, non riuscire, non essere performante… è come se diventassi invisibile. O peggio, inutile.
E allora mi viene da essere irriverente, quasi provocatorio, ma chi l’ha deciso che valiamo solo quando funzioniamo?
Chi ha stabilito che un corpo stanco è un corpo sbagliato?
C’è una violenza sottile in tutto questo.
Una violenza culturale che non accetta la fragilità, che non contempla la lentezza, che non sa stare accanto a chi è costretto a fermarsi.
Come se la malattia fosse una deviazione da nascondere, un errore di sistema da correggere in fretta.
Io invece oggi sto qui, dentro questa stanchezza, e la guardo in faccia.
Non la nego. Non la addolcisco.
Perché in questo stato c’è una verità che fa paura, siamo esseri fragili, limitati, finiti.
Eppure proprio per questo, tremendamente umani.
L’impotenza che sento non è solo fisica.
È esistenziale.
È la presa di coscienza che non controlliamo tutto, che non bastiamo a noi stessi, che il mito dell’uomo forte, autosufficiente, è una favola raccontata male.
E allora forse questa battaglia non è solo contro la malattia.
È contro l’idea distorta di forza che ci hanno venduto.
Oggi non sono forte.
Oggi non sono efficiente.
Oggi non servo a nulla, secondo i parametri del mondo.
Ma sono vivo. E sento. E penso.
E questo, mi dispiace per chi vive di apparenze, è già un atto rivoluzionario.
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