“Il pudore dei malati e l’ipocrisia dei sani”.
A volte mi viene la tentazione di chiudere bottega.
Di mettere il lucchetto a queste pagine e dire, basta, oggi non scrivo.
Perché, diciamocelo senza troppi giri di parole, ho paura di diventare pesante.
Paura che qualcuno, leggendo, sospiri e pensi: “Ecco, ricomincia con i suoi acciacchi…”
Paura di trasformare questo Diario di bordo in una specie di bollettino di guerra che rovina il caffè del mattino o la leggerezza di una domenica.
E allora mi viene da chiedervi scusa.
Una scusa preventiva, quasi servile, come fanno quelli che chiedono permesso pure per respirare.
Ma poi ci penso meglio, e qui mi viene fuori un pizzico di quella irriverenza che ogni tanto mi salva dalla malinconia, e mi dico,
ma scusa di che?
Di essere vivo?
Di raccontare quello che accade dentro un corpo che fa i capricci come un bambino viziato?
Di mettere in piazza un dolore che tanti tengono nascosto come fosse una vergogna?
No, perché qui c’è una strana faccenda tutta nostrana, anzi, tutta umana.
Quando uno sta male davvero, quando la vita lo prende a schiaffi, deve farlo in silenzio. Con discrezione. Con pudore.
Quasi chiedendo scusa di disturbare il traffico delle esistenze sane.
E invece, guarda un po’, si può urlare per una partita di calcio, si può litigare per una sciocchezza, si può ostentare felicità fasulla sui social come se fosse merce in saldo.
Ma il dolore… quello no.
Quello va nascosto.
Va chiuso in un cassetto come una mutanda bucata.
Mettere in piazza il proprio male non è narcisismo.
Non è voglia di compassione.
Non è mendicare carezze virtuali.
È un atto quasi politico, direi.
È una forma di disobbedienza civile contro il silenzio che ci hanno insegnato fin da piccoli.
Quel silenzio che dice, soffri pure, ma fallo con eleganza, senza disturbare.
Io, invece, ho iniziato a scrivere per una ragione molto semplice, per raccontare uno spaccato di vita che esiste, che pulsa, che respira, anche quando fa male.
Perché la verità è che siamo in tanti.
Molti più di quanti immaginiamo.
Una folla silenziosa, educata, composta.
Una moltitudine che affronta esami, terapie, attese, nausea, stanchezza… e poi esce di casa con un mezzo sorriso, come se niente fosse.
Una società parallela, invisibile.
Una repubblica dei malati che non ha bandiere né inni, ma solo cartelle cliniche e un coraggio che non fa notizia.
E allora a tutti coloro che soffrono, a quelli che leggono e a quelli che non leggeranno mai, io oggi vorrei fare una cosa semplice.
Non un discorso.
Non una predica.
Non una lezione.
Una carezza.
Una carezza ideale, di quelle che non fanno rumore, ma che arrivano dritte dove serve.
Sul cuore.
Sulla paura.
Su quella solitudine che a volte ti si siede accanto sul letto e non vuole più andarsene.
Perché la solitudine è la vera malattia collaterale.
Non quella che si vede negli esami.
Non quella che compare nei referti.
Quella che ti prende quando pensi di essere l’unico a combattere.
Ma non lo siamo.
Non lo siete.
Non lo sono.
Siamo tanti.
Un esercito disordinato, un po’ stanco, spesso ironico, perché senza ironia si muore prima dentro che fuori.
E forse è proprio qui che nasce questo Diario di bordo.
Non per lamentarmi.
Non per fare la vittima.
Ma per accendere una piccola luce in mezzo a una stanza buia.
Una luce imperfetta, tremolante, a volte pure un po’ sfacciata.
Perché raccontare il dolore, alla fine, è un atto di sincerità.
E la sincerità, in questo mondo che ama le maschere, è la cosa più irriverente che si possa fare.
E allora, se proprio devo lasciarvi con un pensiero finale, uno di quelli che restano appiccicati addosso come l’odore del fumo sui vestiti, vi dico questo: non abbiate pudore della vostra fragilità.
Abbiate pudore, semmai, della vostra indifferenza.
Abbiate vergogna quando smettete di guardare negli occhi chi soffre.
Abbiate timore quando pensate che il dolore degli altri sia una cosa lontana, estranea, quasi fastidiosa.
Perché il dolore, prima o poi, bussa a tutte le porte.
E quando lo fa, non chiede permesso.
Entra.
Si siede.
E pretende ascolto.
E forse, proprio in quel momento, capiremo tutti, ma proprio tutti, che non era il dolore a essere pesante.
Era il silenzio.
👇
p.s. questo mio scritto è il frutto di una ennesima notte insonne.
Nessun commento:
Posta un commento