martedì 28 aprile 2026

📝 Diario di bordo n°150 – Aprile 2026.

📝 Diario di bordo n°150 – Aprile 2026.
"La burocrazia che non vede".

Vi avevo promesso che vi avrei raccontato dell’ennesimo ostacolo piazzato sul mio cammino dall’INPS. 
E come tutte le promesse, quando sono fatte con rabbia in corpo, prima o poi bussano alla porta e pretendono di essere mantenute.
Dopo essermi presentato alla visita collegiale a Massafra, davanti alla commissione invalidi che ha visionato ogni singolo documento, ogni referto, ogni carta che racconta nero su bianco ciò che sto vivendo, pensavo, ingenuamente, che almeno un pezzo di strada fosse stato fatto. 
Che qualcuno avesse visto, letto, capito.
E invece no.
Ricevo una nota dalla sede centrale, devo presentarmi nuovamente, nella prima decade di maggio, per un ulteriore approfondimento. Un’altra verifica. 
Un altro passaggio. 
Un altro ostacolo.
E allora mi chiedo, e ve lo chiedo davvero, senza retorica, ma ci rendiamo conto di come veniamo trattati da un ente pubblico che dovrebbe tutelare i cittadini più fragili?
Perché qui non si parla di un favore. 
Non si parla di un capriccio. 
Non si parla di una richiesta fantasiosa.
Qui si parla di un diritto.
Un diritto che non nasce da una firma su un foglio, ma da una condizione reale, concreta, visibile. 
Una condizione che non ho scelto io. 
Una condizione che sto affrontando ogni giorno, con un fisico che a volte sembra cedere e una testa che, nonostante tutto, prova a restare in piedi.
Cosa devo dimostrare ancora?
Che la malattia non è una recita?
Che la stanchezza non è pigrizia?
Che la debolezza non è un’invenzione?
Forse dovrei presentarmi con le mie notti insonni dentro una cartella clinica.
O magari con la nausea chiusa in una busta protocollata.
O con la fatica di alzarmi dal letto certificata da un timbro più grande degli altri.
Perché, a volte, la sensazione è proprio questa, che non basti essere malati. Che si debba anche dimostrare di esserlo nel modo giusto, nei tempi giusti, con i moduli giusti.
È questa la parte più amara della faccenda.
Non la malattia. Non la chemio. Non la debolezza.
La burocrazia.
Quella burocrazia che non guarda negli occhi le persone, ma conta le carte. 
Che non ascolta il racconto umano, ma misura la distanza tra una firma e un’altra. 
Che ti tratta come una pratica da smaltire e non come una persona che sta lottando.
E badate bene, io non sto chiedendo scorciatoie. 
Non sto invocando privilegi. 
Non sto cercando compassione.
Sto chiedendo rispetto.
Rispetto per chi combatte ogni giorno una battaglia che non ha scelto. 
Rispetto per chi si presenta puntuale, con dignità, anche quando il corpo direbbe di restare a letto. 
Rispetto per chi ha versato contributi per una vita intera e oggi si trova a dover mendicare ciò che gli spetta di diritto.
Perché è questo che fa più male, sentirsi trattato come se dovessi dimostrare di non essere un impostore.
E allora mi viene da pensare che forse il vero problema non sia solo la lentezza delle procedure o l’eccesso di verifiche.
Il vero problema è quando un sistema smette di vedere le persone e vede soltanto i fascicoli.
Quando la fragilità diventa sospetta.
Quando la sofferenza diventa un numero di protocollo.
Quando il diritto diventa una corsa a ostacoli.
Io ci andrò, naturalmente. 
Mi presenterò anche a questa ulteriore verifica. Con la stessa dignità con cui ho affrontato tutto il resto.
Ma una domanda continuerà a ronzarmi nella testa, ostinata come una mosca d’estate:
in un Paese che si definisce civile, quanto deve soffrire una persona prima che qualcuno si convinca che sta dicendo la verità?

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