“L’INPS e l’amore tossico”.
Ci sono amori che soffocano.
Quelli possessivi.
Quelli invadenti.
Quelli che non riescono a stare senza di te.
E poi c’è l’INPS.
Come avevo già anticipato in un mio precedente scritto, l’INPS sente la mia mancanza con una frequenza quasi commovente.
Tant’è che, non contenta della visita sostenuta davanti alla Commissione Invalidi di Massafra, ha pensato bene di convocarmi nuovamente questa mattina presso la sede centrale di via Golfo di Taranto.
Ore 9:15.
Io presente. Puntuale.
Del resto, quando ti chiama lo Stato, devi sempre presentarti con la stessa disciplina con cui un suddito medievale si presentava davanti al feudatario.
Mancava solo il trombettiere all’ingresso.
Attendo circa venti minuti in sala d’aspetto, circondato da facce stanche, occhi bassi e quel silenzio tipico dei luoghi dove la gente non aspetta un servizio, ma un verdetto.
Perché in questi posti non entri mai da cittadino. Entri sempre un po’ da imputato.
Poi arriva il mio turno.
Mi accomodo davanti ai medici.
E comincia quello che, più che una visita, assomiglia a un interrogatorio in stile telefilm poliziesco di bassa lega.
“Quanto cammina?”
“Quanto dorme?”
“Che terapia fa?”
“Che sintomi ha?”
“Ha dolore?”
“Da quanto?”
Mancava solo, “Dove si trovava la sera del 15 aprile?” e poi il quadro era completo.
Quindici minuti passati a rovistare nei cassetti più fragili del mio stato fisico.
Come se il tumore dovesse improvvisamente alzarsi in piedi e dire, “Salve, confermo tutto. Sono io il responsabile.”
Ed è questa la parte più umiliante.
Non la malattia.
Non la terapia.
Non la stanchezza.
Ma il sospetto.
Quel sospetto silenzioso che aleggia addosso a chi sta male.
Come se il cittadino dovesse continuamente dimostrare di non essere un truffatore professionista specializzato in chemio e sofferenza.
Tu porti cartelle cliniche, TAC, PET, referti, analisi, visite oncologiche… eppure sembra sempre mancare qualcosa.
Sempre un altro timbro.
Un’altra verifica. Un altro controllo.
La burocrazia italiana riesce in un’impresa straordinaria, trasformare il dolore in pratica amministrativa.
Numero protocollo del disagio.
Fascicolo della paura.
Verbale della dignità smarrita.
E mentre loro verificano, misurano, controllano, tu consumi energie che già non hai.
Perché chi è malato combatte due guerre, una contro la malattia e una contro il sistema che dovrebbe aiutarlo.
Terminato il supplizio, sono tornato a casa.
Fuori c’era un cielo grigio, pesante, di quelli che sembrano trattenere la pioggia per ore, per poi lasciarla cadere davvero.
Un cielo stanco.
Quasi burocratico pure lui.
E guardandolo ho pensato che forse il problema più grande non è la severità delle istituzioni.
Le regole servono.
I controlli anche.
Il problema è quando chi soffre smette di sentirsi una persona e inizia a sentirsi una pratica da esaminare.
Perché la malattia ti indebolisce il corpo.
Ma è l’assenza di umanità che rischia davvero di consumarti dentro.
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