domenica 27 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°181 – Settembre 2026.
"La lasagna, il primario e il mare di Taranto."

Oggi, finalmente, si comincia ad assaporare qualcosa che, fino a qualche giorno fa, sembrava appartenere a un'altra civiltà, il cibo solido.
La notizia arriva di domenica mattina.
Il primario del reparto, incurante del calendario e probabilmente anche del fatto che noi pazienti abbiamo ormai perso la cognizione del tempo, fa il suo giro di visite.
Entra nella stanza, mi guarda, controlla le varie cose che deve controllare e poi pronuncia quelle parole che, in ospedale, hanno lo stesso effetto dell'annuncio di un ministro dell'Economia quando promette una riduzione delle tasse, "Può cominciare a mangiare solido."
Non ho applaudito soltanto perché ero ancora troppo debole.
Ma dentro di me è partita la banda.
A mezzogiorno, infatti, arriva il pranzo.
E qui la faccenda prende una piega decisamente seria.
Mi presentano una lasagna al forno, del brasato e una serie di contorni.
Per un attimo ho pensato che qualcuno avesse sbagliato stanza.
Ho guardato il vassoio.
Poi ho guardato la lasagna.
Poi di nuovo il vassoio.
Sembrava quasi una festa patronale.
Dopo giorni di brodi, liquidi e cose che potevano essere tranquillamente utilizzate per lubrificare un motore, mi ritrovo davanti una lasagna.
Una lasagna vera e corposa.
Con tanto di dignità.
Il problema è che il mio stomaco non ha partecipato alla festa.
Dopo qualche boccone ha presentato formale richiesta di ferie.
"Caro Giovanni, grazie per averci pensato. Ma non siamo più abituati."
E aveva pure ragione.
Quando per diversi giorni il corpo viene alimentato con il contagocce, anche una lasagna può diventare un attentato terroristico.
Ho quindi lasciato più di qualcosa nel piatto.
La sera, prudentemente, si torna al brodo e a qualcosa di solido come secondo.
Insomma, stiamo facendo le prove generali per tornare alla normalità anche se faccio enorme fatica ad alzarmi dal letto per sedermi a tavola.
Una normalità che, a dire il vero, non so nemmeno più bene cosa sia.
Perché in questi giorni ho imparato che la normalità è una cosa strana.
È poter mangiare una lasagna senza doverla considerare una conquista.
È poter dormire una notte senza dolore.
È poter camminare senza chiedersi se il corpo collaborerà.
È poter guardare fuori dalla finestra senza avere davanti soltanto il soffitto di una stanza d'ospedale.
Ed è proprio dalla finestra della mia camera che oggi arriva il regalo più bello.
Taranto.
La mia Taranto.
Con il suo mare.
Un panorama mozzafiato.
Dolci note per gli occhi.
Resto a guardarla per qualche minuto e penso a quanto sia strana questa città.
Da una parte il mare, la luce, la bellezza.
Dall'altra le ferite.
Le ciminiere, l'acciaio, il cemento, le contraddizioni.
Una città che da decenni sembra costretta a scegliere tra il diritto a vivere e il diritto a lavorare, come se le due cose fossero incompatibili.
E mentre la guardo dalla finestra penso anche all'Italia.
Un Paese che spesso sembra avere davanti agli occhi un panorama meraviglioso e, invece di goderselo, preferisce litigare sul colore delle tende.
Abbiamo una sanità pubblica che continua a reggere grazie a medici, infermieri e operatori che fanno miracoli quotidiani, ma contemporaneamente discutiamo per mesi di riforme, slogan, numeri e promesse.
Abbiamo un mare che tutto il mondo ci invidia e continuiamo a consumare territorio.
Abbiamo città straordinarie e spesso le trattiamo come periferie dimenticate.
Abbiamo persone che aspettano mesi per una visita e poi ci sorprendiamo se qualcuno perde fiducia nelle istituzioni.
Eppure, dentro questo gigantesco teatro nazionale, succedono ancora cose semplici e importanti.
Un medico che passa anche di domenica.
Un infermiere che controlla un paziente.
Una persona che ti porta il pranzo.
Una moglie che ti sta accanto.
Un figlio che tra mille sacrifici fa da spola tra casa e il luogo dove sono ricoverato.
E un uomo, dal letto di un ospedale, che guarda il mare e pensa che, nonostante tutto, vale ancora la pena restare a guardarlo.
Forse è questa la vera normalità che dovremmo recuperare.
Non quella raccontata nei programmi televisivi.
Non quella degli slogan.
Non quella delle conferenze stampa.
Ma quella fatta di cose elementari.
Mangiare.
Respirare.
Guardare il mare.
Avere qualcuno accanto.
E magari riuscire, ogni tanto, persino a finire una lasagna.
Perché dopo tutto quello che è successo, anche una lasagna può diventare una questione filosofica.
E io, per oggi, mi accontento di questo.
La politica può aspettare.
Le polemiche pure.
Il Paese può continuare a discutere.
Io ho una missione più importante, devo sconfiggere il mio male.
E intanto, dalla finestra, Taranto continua a fare quello che sa fare meglio, restare bellissima, nonostante tutto.

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