domenica 27 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°180 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°180 – Settembre 2026.
"La domenica comincia alle sei."

Sesto giorno di degenza.
La domenica, normalmente, dovrebbe cominciare con una certa lentezza.
Una persiana che si apre piano, il profumo del caffè, magari qualcuno che dal soggiorno urla, "Giovà, il caffè è pronto!".
In ospedale no.
Qui la domenica comincia alle sei del mattino.
Una specie di caserma sanitaria dove, prima ancora che il cervello abbia avuto il tempo di capire in quale continente si trovi, qualcuno arriva per misurarti pressione, battiti cardiaci e temperatura.
Insomma, buongiorno e benvenuto nel mondo dei numeri.
Pressione: presente.
Battiti: presenti.
Temperatura: presente.
Il paziente, invece, è ancora da verificare.
Mezz'ora dopo arriva il secondo round.
Controlli vari per assicurarsi che il mio corpo, durante la notte, non abbia deciso autonomamente di cambiare programma.
Poi arriva la compressa per la protezione gastrica.
Perché lo stomaco, poveraccio, non ne ha già viste abbastanza.
Subito dopo, le compresse per la pressione.
E finalmente arriva lei, la prima flebo di Albumina.
A questo punto mi sento ufficialmente trasformato in una piccola azienda farmaceutica ambulante.
Manca soltanto il codice a barre sulla fronte.
Tutto questo fino alle 7,30.
Poi, finalmente, arriva la colazione.
Entra la signora con il carrello e, con la naturalezza di chi sta consegnando una raccomandata, mi dice, "Signor Pugliese, il tè lo lascio sul tavolino".
Il tè.
Sul tavolino.
E io penso che nella vita bisogna accontentarsi delle piccole cose.
Anche perché, in ospedale, la colazione non è propriamente un'esperienza gastronomica.
È più una comunicazione ufficiale, "Ecco a lei qualcosa da ingerire. Non faccia troppe domande".
Ma sono appena le otto.
E qui entra in scena la squadra speciale.
Due angeli in divisa da infermiere entrano nella stanza con un sorriso che, a quell'ora, dovrebbe essere vietato per legge.
"Signor Pugliese, dobbiamo rimetterla a nuovo".
E io penso: ragazze, fate pure. 
Se riuscite nell'impresa, vi chiedo anche di ridarmi il libretto di istruzioni.
Comincia così l'operazione di restauro.
Igiene.
Pulizia.
Medicazioni.
Controlli.
Sistemazione.
Mi rigenerano come se fossi un'automobile entrata in officina dopo un lungo viaggio.
Solo che io non sono una Mercedes e, soprattutto, non basta cambiare l'olio.
Ci sono ferite che non si vedono.
Ci sono stanchezze che non si possono misurare con un apparecchio.
Ci sono dolori che non fanno rumore.
E forse è proprio questa la cosa più strana della malattia, il corpo diventa improvvisamente un territorio pubblico.
Tante persone entrano, scrutano, controllano, toccano, medicano, misurano.
E tu, che fino a qualche tempo prima eri padrone assoluto del tuo corpo, ti ritrovi a delegarne la gestione ad altri.
Eppure, in questa apparente perdita di autonomia, c'è anche qualcosa di profondamente umano.
Perché quelle mani che ti aiutano a lavarti, a medicarti, a sistemarti nel letto, non stanno semplicemente svolgendo un lavoro.
Stanno restituendoti, per qualche minuto, un pezzo di dignità.
E quel sorriso che accompagna un gesto apparentemente banale può diventare una medicina che non passa dalla flebo.
Sono appena le 8,30.
La domenica è appena cominciata.
Fuori probabilmente la gente sta ancora dormendo.
Qualcuno starà preparando il pranzo.
Qualcun altro sarà già al bar davanti al primo caffè.
Io sono qui, in un letto d'ospedale, con una flebo attaccata al braccio e un'intera squadra che, fin dalle prime ore del mattino, cerca di rimettere insieme i pezzi.
E forse è proprio questa la lezione che la malattia, con la sua brutalità, prova a insegnarti.
Che la vita non è fatta soltanto dei grandi momenti.
A volte la vita è una misurazione della pressione alle sei del mattino.
È una compressa.
È una medicazione.
È un tè lasciato sul tavolino.
È un sorriso ricevuto quando non hai molta voglia di sorridere.
È una mano che ti aiuta quando da solo non ce la fai.
La sofferenza ti spoglia di molte cose, delle certezze, dell'orgoglio, dell'illusione di essere invulnerabile.
Ma, paradossalmente, può anche mostrarti ciò che conta davvero.
Le persone.
La gentilezza.
La pazienza.
La dignità.
E quella straordinaria forma di umanità che consiste nel prendersi cura di qualcuno senza chiedergli nulla in cambio.
Sono le 8,30.
La domenica è appena iniziata.
E io, per oggi, ho già capito una cosa, quando la vita ti mette a letto, non sempre ti sta chiedendo di arrenderti. 
A volte ti sta semplicemente insegnando a riconoscere chi, accanto a quel letto, continua a tenerti in piedi.

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