martedì 21 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°165 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°165 – Luglio 2026.
"L'attesa è la stanza più difficile".

Questa mattina sono entrato in clinica con quella speranza silenziosa che ci si porta dentro quando si aspetta un esame. 
Non era ottimismo. Era soltanto il desiderio, profondamente umano, di sentirsi dire: "Va meglio".
Non è andata così.
L'ecografia non ha portato buone notizie. Quelle parole sono bastate a far precipitare il mio umore. 
È strano come, in certi momenti, bastino pochi secondi per cancellare settimane di faticoso equilibrio.
Adesso sono fermo in una terra di nessuno.
Non so ancora se sarà necessario attendere la TAC o se arriveranno altre indicazioni. 
So soltanto che l'attesa è una condanna sottile. Ti lascia sospeso. 
Non puoi andare avanti, ma non puoi nemmeno tornare indietro. 
Rimani lì, in bilico tra ciò che speri e ciò che temi.
Chi non ha mai vissuto tutto questo immagina che la battaglia contro una malattia sia fatta soltanto di terapie, interventi e medicine. 
In realtà la parte più dura, spesso, è quella che non si vede.
È convivere con il dubbio.
È cercare di sorridere quando la testa continua a costruire scenari che non vorresti nemmeno immaginare.
È fare finta che sia una giornata come le altre, mentre dentro senti un rumore sordo che non dà tregua.
In questi mesi ho imparato che il coraggio non è sentirsi forti. 
Il coraggio è continuare a camminare anche quando la paura ti prende per mano e cerca di convincerti a fermarti.
Oggi, però, non voglio fare l'eroe.
Oggi mi concedo il diritto di essere semplicemente un uomo. 
Un uomo stanco. Un uomo preoccupato. 
Un uomo che avrebbe voluto ricevere una buona notizia e invece torna a casa con ancora più domande di prima.
Forse è questa la parte più crudele della malattia, non il dolore, ma l'incertezza. 
Perché contro il dolore puoi combattere. 
Contro l'incertezza puoi solo aspettare.
E aspettare, qualche volta, pesa più di qualsiasi cura.

sabato 18 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°164 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°164 – Luglio 2026.
"Il ritorno dell'ospite."

Ci sono nemici che non bussano alla porta.
Non chiedono permesso. 
Non si annunciano. 
Entrano e basta. 
Ti costringono a riconoscere la loro presenza da piccoli segnali, quasi impercettibili, che all'inizio fai finta di non vedere. 
Perché la speranza, a volte, è bugiarda. 
Ma è una bugia di cui abbiamo bisogno per continuare a vivere.
In questi ultimi giorni sentivo qualcosa di strano.
Sensazioni. Piccoli campanelli d'allarme. 
Quei segnali che solo chi ha attraversato certe esperienze impara a riconoscere. 
Mi dicevo che era soltanto una mia impressione. Che stavo esagerando. 
Che la chemioterapia aveva fatto il suo lavoro e che, almeno per un po', mi avrebbe lasciato in pace.
Volevo crederci.
Anzi, ne avevo bisogno.
Ma oggi devo guardare la realtà negli occhi. Senza abbassarli.
Lui sta tornando.
È un ospite che nessuno invita. 
Un prepotente che occupa la tua vita senza chiedere il consenso. 
È arrogante, perché pretende di decidere lui i tempi delle tue giornate. 
È cattivo, perché non colpisce solo il corpo, ma prova a scavare dentro la mente, insinuando dubbi, paure e incertezze.
Eppure c'è una cosa che ancora non ha capito.
Può tornare tutte le volte che vuole. 
Può illudersi di essere il padrone della mia storia. 
Ma la mia storia non la scrive lui.
La scrivo io.
Con le mie paure, certo. 
Perché chi dice di non avere paura mente. 
Ma anche con quella ostinazione che mi accompagna da tutta la vita. 
La malattia ti cambia.
Ti porta via molte illusioni, ma in cambio ti regala uno sguardo diverso sulle persone. 
Ti fa capire chi resta e chi scompare. 
Chi ti tende una mano in silenzio e chi, invece, preferisce voltarsi dall'altra parte perché il dolore degli altri mette a disagio.
E allora impari che il tempo è il bene più prezioso che possediamo.
Non quello del calendario.
Quello degli abbracci, delle parole sincere, delle risate, degli affetti che resistono anche quando tutto sembra vacillare.
Se lui è tornato, io sono ancora qui.
E finché potrò raccontare queste righe, finché potrò mettere un punto alla fine di ogni pagina del mio Diario di bordo, significherà che non ha vinto.
Perché la vera vittoria non è vivere senza cicatrici.
La vera vittoria è continuare a camminare anche quando ogni passo costa fatica.
E io, un passo alla volta, continuerò il mio viaggio.

mercoledì 8 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°163 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°163 – Luglio 2026.
"L'ago, l'occhio e la dignità lasciata in sala operatoria."

«Prego, è il suo turno.»
Cinque parole. Apparentemente innocue. 
In realtà equivalgono a, "Condannato, salga pure sul patibolo."
Mi alzo. O almeno ci provo. 
Le gambe sono ufficialmente in modalità budino. 
Dentro di me penso, eccomi, arrivo. 
Fuori, invece, dalla bocca non esce nemmeno una sillaba. 
Il coraggio, questo sconosciuto, in quel momento, aveva timbrato il cartellino ed era andato in ferie.
Lo confesso senza vergogna, me la stavo facendo addosso. 
E pure abbondantemente.
Mi fanno accomodare su una specie di poltrona-letto, un incrocio tra il dentista medievale e una navicella spaziale progettata da qualcuno con un evidente senso dell'umorismo.
Da quel momento il mio occhio sinistro diventa un acquario. 
Disinfettante. 
Anestetico. 
Altro disinfettante. 
Altro liquido. 
Ancora liquido. 
A un certo punto ho pensato che volessero allevarci le trote.
Poi arriva uno strumento infernale che mi tiene l'occhio spalancato. 
Praticamente il mio occhio aveva perso il diritto costituzionale di sbattere le palpebre.
Una voce, alla mia destra, impartisce l'ordine,
«Guardi in alto a destra.»
Obbedisco all'istante. 
In certi momenti la libertà di pensiero lascia educatamente il posto all'istinto di conservazione.
Ed ecco lui.
L'ago.
Piccolo. Sottile. Innocente... visto da lontano.
Poi si avvicina.
E decide che il mio occhio è il luogo ideale dove trascorrere qualche minuto di vacanza.
Una puntura.
Poi un'altra.
Poi un'altra ancora.
Io sento distintamente qualcosa che entra dove, fino a quel momento, ero convinto non dovesse entrare assolutamente niente.
Inizio mentalmente a comporre un repertorio di espressioni poco eleganti da dedicare all'operatore. 
Ma prevale l'istinto di sopravvivenza.
Meglio tacere.
Non sia mai che, per rappresaglia, decida di trasformare l'intervento in una puntata speciale di "Giochi senza frontiere".
Cinque minuti.
Solo cinque minuti.
Che, misurati con l'orologio dell'ansia, corrispondono più o meno all'intera costruzione delle Piramidi d'Egitto.
Alla fine applicano sul mio occhio una curiosa protezione, una mezza sfera di plastica trasparente. 
Sembro un cyborg costruito con i pezzi avanzati di un ovetto di Pasqua.
«Può alzarsi.»
Questa frase, finalmente, mi restituisce la fiducia nell'umanità.
All'uscita un'infermiera mi aiuta a ricompormi, mi consegna la cartella con i prossimi appuntamenti e le istruzioni per la terapia domiciliare. 
Una quantità di raccomandazioni tale da farmi pensare che ormai il mio occhio abbia un libretto di manutenzione più dettagliato della mia automobile.
Fuori ritrovo mia moglie e mio figlio.
Li vedo venirmi incontro e, in quel momento, penso che certe presenze valgano più di qualsiasi medicina.
«Fa male?», mi chiedono.
La risposta è sì.
Fa male.
Ma è un dolore sopportabile. 
L'occhio è indolenzito, la pupilla protesta vivacemente e io assomiglio a un pirata che ha perso il tesoro ma ha conservato l'ironia.
Si torna a casa.
Con un occhio malconcio, una benda spaziale e una certezza assoluta.
Se qualcuno, da oggi in poi, mi dirà, «È solo una punturina...», cambierò immediatamente argomento.

martedì 7 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°162 – Luglio 2026.

📝 Diario di bordo n°162 – Luglio 2026.
"Missione Bari: l'uomo mascherato."

Sveglia all'alba. 
Quando la sveglia ha suonato, invece di augurarmi il buongiorno mi è sembrato dicesse: "Forza Giovanni, oggi ti tocca!".
Meta della spedizione, Policlinico di Bari.
L'occhio sinistro, nel frattempo, se ne stava zitto zitto, fingendo innocenza, come quei bambini che rompono il vaso in salotto e poi guardano il soffitto facendo finta di niente. 
Lui sapeva benissimo cosa lo aspettava. 
Io pure. E, sinceramente, nessuno dei due era particolarmente entusiasta.
Come sempre la mia squadra non mi lascia mai solo. 
Mia moglie e mio figlio sono al mio fianco. Ormai siamo una compagnia itinerante che gira gli ospedali della Puglia più di quanto i cantanti facciano con i loro tour estivi.
Entriamo nel Policlinico grazie al pass per disabili. 
Almeno quello ci evita una passeggiata chilometrica. 
Il problema, però, è trovare un parcheggio.
Un'impresa degna di un documentario di National Geographic.
Mio figlio, al volante, procede lentamente tra le auto. 
Gli occhi scrutano ogni movimento. 
A un certo punto una macchina accende la retromarcia.
"Papà... ci siamo!"
Parte lo scatto.
Altro che Formula 1. 
Altro che Le Mans. 
In quel preciso momento mio figlio si trasforma in un falco pellegrino che piomba sulla preda. 
Parcheggio conquistato. 
Vittoria ai punti.
Raggiungiamo il reparto.
Qui preferisco sorvolare su qualche episodio che definire "poco elegante" sarebbe un complimento. 
Diciamo soltanto che ogni tanto basterebbe ricordarsi che davanti non ci sono cartelle cliniche... ma persone.
Poi arriva il momento della vestizione.
Mi consegnano un copricapo.
Poi dei copriscarpe.
La mascherina FFP2.
Il camice verde.
A quel punto aspettavo soltanto che mi dessero anche pinne, boccaglio e una bombola d'ossigeno.
Mi guardo allo specchio.
Non sembravo un paziente.
Sembravo l'incrocio tra un chirurgo, un apicoltore e un concorrente eliminato da MasterChef.
Mi fanno accomodare nel pre-reparto e iniziano una raffica di esami.
Fotografie.
Macchinari.
Luci.
Controlli.
Poi... l'attesa.
Davanti a me una lunga fila di pazienti.
Ognuno con il proprio turno.
Io, seduto, cercavo di sembrare rilassato. Dentro di me, invece, il cervello aveva già compilato il testamento, organizzato il funerale e scelto perfino la musica di sottofondo.
Ogni volta che si apriva la porta della sala operatoria guardavo dentro con la stessa curiosità con cui si guarda la porta del dentista quando esce quello prima di te.
Alla fine ho capito una cosa.
Nella vita possiamo affrontare problemi enormi, prendere decisioni difficili, superare ostacoli impensabili... ma quando senti pronunciare la frase: "Prego, è il suo turno", improvvisamente torni ad avere dieci anni.
Ma questa... è un'altra storia.
Perché nella prossima puntata vi racconterò cosa si prova quando un medico decide di trasformare il vostro occhio in un bersaglio per gli aghi.
Vi anticipo solo una cosa.
Non ho urlato.
Non sono svenuto.
Però, per qualche secondo, sono stato seriamente tentato di chiedere l'anestesia... direttamente al cervello.

venerdì 3 luglio 2026

📝 Diario di bordo n°161 – Luglio 2026

📝 Diario di bordo n°161 – Luglio 2026
"L'occhio ribelle e la congiura delle medicine
Buongiorno."

Ieri mattina la sveglia ha suonato con l'entusiasmo di un condannato ai lavori forzati. Destinazione Policlinico di Bari. 
Missione, convincere il mio occhio sinistro a collaborare con il resto del corpo.
Da qualche tempo quell'occhio aveva deciso di fondare un sindacato autonomo e di proclamare uno sciopero a singhiozzo. 
Prima qualche fastidio, poi la visita a Taranto e infine il verdetto, "Andate a Bari."
Così, con mia moglie e mio figlio, siamo partiti. Ormai la mia famiglia non organizza più gite al mare o in montagna. 
Noi facciamo il tour dei migliori ospedali della Puglia. 
Se continuiamo così, tra qualche mese ci consegneranno la tessera fedeltà con raccolta punti.
Naturalmente tutto privatamente. 
Perché oggi la salute è come il Frecciarossa, se paghi parti subito, se non paghi... forse ti visitano quando avrai già perduto l'occhio.
Due ore di esami. 
Due ore durante le quali mi hanno fotografato ed esaminato l'occhio più di quanto abbiano fotografato me in tutta la mia vita. 
Credo che ormai la mia retina sia più famosa del mio volto.
Alla fine arriva il professore con l'aria di chi deve comunicare il risultato di una partita già persa.
"Faremo delle iniezioni intravitreali."
E già la parola "iniezione" non mette allegria. Ma quando aggiungono "dentro l'occhio", il cervello si prende una pausa e chiede di essere richiamato più tardi.
Una al mese per tre mesi... poi si vedrà.
Io, sinceramente, preferirei vedere meglio senza le iniezioni, ma evidentemente non funziona così.
Nel frattempo è aumentata anche la collezione di medicine. 
A casa ormai il mobile del bagno sembra una farmacia comunale. 
Ogni volta che apro un cassetto mi aspetto di trovare un farmacista che mi chieda, "Ha la tessera sanitaria?"
Comincio a sospettare che il mio organismo organizzi riunioni notturne.
Il fegato dice, "Ragazzi, chi si rompe questa settimana?"
L'occhio alza la mano, "Ci penso io."
Le ginocchia applaudono.
Lo stomaco prende appunti.
E il cervello, da bravo coordinatore, conclude, "Perfetto. Giovanni non si deve annoiare."
Ma sapete una cosa?
Finché riesco ancora a riderci sopra, significa che non hanno ancora trovato la medicina più importante, quella contro la voglia di sorridere.
E quella, per fortuna, nel mio caso è ancora fuori brevetto.
Buona giornata... e se il vostro occhio oggi dovesse farvi l'occhiolino, accertatevi prima che non stia semplicemente chiedendo un'iniezione anche lui!

📝 Diario di bordo n°167 – Agosto 2026

📝 Diario di bordo n°167 – Agosto 2026 "La puntura, l’uomo nero e la realtà". Di buon’ora, questa mattina, io e mia mo...