mercoledì 30 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°182 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°182 – Settembre 2026.
"La porta si apre, la vita ricomincia."

Eccoci qua.
Sto per varcare, questa volta in uscita, la soglia della stanza che mi ha ospitato per tutti questi giorni.
La stessa porta che per tanto tempo ho visto soltanto dall'interno.
Una porta che ormai conosco bene.
Potrei quasi darle del tu.
È strano come, quando si sta in ospedale, anche una semplice porta finisca per diventare una specie di confine geografico, da una parte c'è il mondo, quello vero, quello che corre, che lavora, che protesta, che litiga, che vota, che si lamenta del governo e del prezzo della benzina.
Dall'altra ci sei tu.
Con il pigiama addosso, una flebo attaccata al braccio e la dignità appesa a un filo.
Anzi, a volte direttamente alla flebo.
Questa stanza ne ha viste di cose.
Ha visto il dolore.
Ha visto la paura.
Ha visto notti interminabili e mattine che sembravano non voler arrivare mai.
Ha visto medici entrare con facce serie e infermieri arrivare con quella loro capacità quasi soprannaturale di capire quando hai bisogno di qualcosa ancora prima che tu riesca a chiederla.
Ha visto anche qualche sorriso.
Perché, per fortuna, l'essere umano è una creatura curiosa, riesce a scherzare persino quando avrebbe tutte le ragioni per non farlo.
E forse è proprio questa una delle nostre forme più ostinate di resistenza.
Non quella dei proclami.
Non quella delle frasi motivazionali stampate sui social.
Quella semplice e silenziosa di riuscire ancora a ridere mentre la vita ti presenta un conto che non avevi ordinato.
Prima di uscire ho voluto ringraziare il dottore che mi ha operato.
Per la professionalità.
Per la serietà.
Ma soprattutto per l'umanità.
Perché in un ospedale la competenza è indispensabile, ma l'umanità è quella cosa che ti permette di non sentirti soltanto un corpo da riparare.
Un numero di cartella clinica.
Un letto.
Una diagnosi.
E poi ho ringraziato tutto lo staff medico del reparto.
Questi uomini e queste donne che ogni giorno entrano nelle stanze degli altri portandosi dietro il peso delle loro responsabilità.
Li ho chiamati, forse un po' romanticamente, angeli con il camice.
Ma non credo di aver esagerato.
Perché dopo giorni di turni, notti, corse e pazienti da seguire, altro che ali.
Avranno le batterie scariche.
Eppure continuano.
Continuano perché il loro lavoro non permette di fermarsi troppo a lungo.
E forse dovremmo ricordarcelo più spesso, soprattutto in un'epoca nella quale siamo diventati bravissimi a discutere di sanità pubblica senza mai guardare negli occhi chi quella sanità la tiene in piedi.
Parliamo di numeri.
Di bilanci.
Di tagli.
Di liste d'attesa.
Di riforme.
Di privato e pubblico.
Ma dietro ogni numero c'è una persona.
E dietro ogni persona, spesso, ce n'è un'altra che la cura.
Questa dovrebbe essere la prima lezione di qualunque politica sanitaria.
Il resto viene dopo.
Adesso torno a casa.
E già questa parola, casa, assume un significato diverso.
Casa non è soltanto un luogo.
È il posto dove puoi toglierti finalmente quella faccia da paziente e tornare, almeno un po', a essere semplicemente Giovanni.
Quello che rompe le scatole.
Quello che scrive.
Quello che ironizza.
Quello che si incazza.
Quello che osserva il mondo e, nonostante tutto, continua ad avere qualcosa da dire.
Prima di uscire, però, voglio rivolgere un pensiero particolare a due persone.
Francesco e sua moglie.
Persone che non frequentavo da qualche decennio.
La vita ci aveva portati su strade diverse, come spesso accade.
Poi, improvvisamente, quando meno te lo aspetti, qualcuno riappare.
E non lo fa per curiosità.
Non lo fa per convenienza.
Non lo fa per una formalità.
Si prodiga per te.
Si interessa.
Si preoccupa.
C'è.
E questa è una di quelle cose che la malattia, nella sua crudeltà, qualche volta riesce a insegnarti.
Ti fa capire che il tempo può allontanare le persone, ma non sempre cancella ciò che siamo stati.
E soprattutto ti fa scoprire che la solidarietà non ha bisogno di frequentazioni quotidiane, di tessere, di appartenenze o di interessi comuni.
A volte basta un ricordo.
Una vecchia amicizia.
Un affetto rimasto nascosto da qualche parte.
E allora grazie, Francesco.
Grazie a te e a tua moglie.
Perché in un momento nel quale avevo bisogno di persone, voi avete scelto semplicemente di esserci.
Adesso la porta si apre.
Fuori c'è il mondo.
Quello stesso mondo che in questi giorni ha continuato tranquillamente a girare mentre io ero fermo in una stanza.
E forse è proprio questa la cosa che più dovrebbe farci riflettere.
Il mondo non si ferma quando stiamo male.
La politica non si ferma.
Le guerre non si fermano.
Le ingiustizie non vanno in ferie.
I politici continuano a discutere.
I social continuano a indignarsi.
La televisione continua a trasformare tutto in spettacolo.
E noi continuiamo a correre.
Finché un giorno siamo costretti a fermarci.
E allora scopriamo una verità piuttosto semplice, ma che nella nostra vita frenetica dimentichiamo continuamente, non siamo indispensabili.
Ma siamo importanti.
Soprattutto per le persone che ci vogliono bene.
E forse la vera misura della nostra vita non è quante cose abbiamo accumulato, né quante persone abbiamo impressionato.
È quante persone, quando la porta si chiude dietro di noi, decidono di aspettarci dall'altra parte.
Io oggi quella porta la apro.
E torno a casa.
Non sono ancora quello di prima.
Forse non lo sarò più.
Ma sono ancora qui.
E, finché c'è una porta da aprire, c'è sempre una storia da raccontare.
Il viaggio continua.

Nessun commento:

Posta un commento

📝 Diario di bordo n°184 – Ottobre 2026.

📝 Diario di bordo n°184 – Ottobre 2026. "La fragilità che non conoscevo." La malattia non ha cambiato soltanto il mio...