giovedì 4 giugno 2026

📝 Diario di bordo n°158 – Giugno 2026.

📝 Diario di bordo n°158 – Giugno 2026.
Un anno dopo, tra bisturi, ricordi e testardaggine.

Un anno fa, proprio oggi, 4 giugno.
La mattina mi ricoveravano alla clinica Carlo Fiorino, quella che per molti di noi resterà sempre la vecchia San Camillo dei Tamburi. Poche ore dopo ero già sul lettino operatorio.
Detta così sembra una cosa veloce.
In realtà, quando ti trovi dall'altra parte della barricata, il tempo cambia mestiere. 
Un minuto diventa un'ora. 
Un'attesa di dieci minuti assume le dimensioni di una legislatura parlamentare. 
E ogni porta che si apre sembra quella dietro cui qualcuno custodisce il tuo destino.
È passato un anno.
Trecentosessantacinque giorni che, sulla carta, sembrano pochi. 
Ma quando li riempi di visite, analisi, TAC, prelievi, flebo, attese, speranze e qualche inevitabile paura, diventano una vita parallela.
Una di quelle vite che non avevi programmato.
Perché io, sinceramente, avevo altri progetti. Avevo intenzione di invecchiare lamentandomi del caldo, della politica, delle buche nelle strade del mio paese (che poche non sono), e delle bollette che ci strangolano ogni mese. 
Non avevo certo inserito nel calendario una lunga frequentazione con medici, infermieri e sale d'attesa.
E invece eccomi qui.
Un anno dopo.
Ancora in viaggio.
Perché questa storia, almeno per il momento, non ha ancora deciso di scrivere la parola "fine".
In compenso ho scritto io.
Ho scritto tanto.
Forse troppo.
Ho raccontato il mio corpo che protestava, la mia testa che cercava di restare lucida, i giorni buoni e quelli meno buoni. 
Ho raccontato ciò che vedevo attorno a me, le persone incontrate lungo il cammino, le assurdità del mondo e le meraviglie che, ostinatamente, continuano a spuntare anche nei periodi più complicati.
Ho cercato di farlo senza trasformare ogni pagina in una lamentela.
Anche se, lo confesso, qualche volta lo sconforto si è seduto accanto a me senza chiedere il permesso.
È un ospite maleducato.
Arriva quando vuole.
Apre il frigorifero.
Consuma le energie.
E spesso lascia in giro pensieri che poi tocca raccogliere.
Ma ho scoperto una cosa.
Lo sconforto è forte, ma non è particolarmente intelligente.
La vita, invece, è furba.
Trova sempre una crepa da cui entrare.
Una telefonata.
Un sorriso.
Un messaggio.
Un tramonto.
Una battuta detta al momento giusto.
O perfino una risata in una sala d'attesa oncologica, che a pensarci bene è uno dei luoghi dove si ride con più sincerità.
Perché chi ha conosciuto la fragilità spesso ha imparato ad apprezzare meglio l'ironia.
E allora oggi non faccio bilanci.
I bilanci li lascio alle aziende, ai commercialisti e ai governi che poi li sbagliano regolarmente.
Oggi registro soltanto un fatto.
Sono passati dodici mesi.
E sono ancora qui.
Più stanco di qualche anno fa.
Più acciaccato di quanto avrei desiderato.
Ma anche più consapevole.
Più ostinato.
E probabilmente più innamorato della vita.
Quella vera.
Quella che non promette nulla.
Quella che ogni tanto ti prende a schiaffi e subito dopo ti regala una carezza.
Vi voglio bene.
Davvero.
Perché in questo anno siete stati una parte importante del viaggio.
E se la strada continua, continuiamo insieme.
Magari lamentandoci un po', che è un diritto costituzionale non ancora abolito.
Ma continuando a camminare.
Che, tutto sommato, è già una piccola e bellissima vittoria. ❤️

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