sabato 26 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°179 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°179 – Settembre 2026.
"Il retrobottega del caseificio."

Raggiungere indenne la giornata odierna non è stato esattamente come fare una passeggiata sul lungomare di Taranto.
L'operazione che ho subito non era delle più semplici e, diciamolo senza troppi giri di parole, arrivare dall'altra parte non era affatto scontato.
Ma questa storia ve la racconterò con calma.
Per ora voglio raccontarvi soltanto un piccolo fotogramma della mia gloriosa entrata in sala operatoria.
Una specie di ingresso in pompa magna.
Solo che, invece del tappeto rosso, avevo una barella.
E invece dei fotografi, avevo infermieri con il camice.
Ero lì, sdraiato, con quell'aria da passeggero che ha acquistato un biglietto di sola andata senza conoscere bene la destinazione.
A un certo punto chiedo: "Scusate, posso andare in bagno?"
Uno con il camice verde, con l'aria rassicurante di chi sa esattamente dove sta andando, si offre gentilmente di accompagnarmi.
Io mi fido.
Errore.
Perché il percorso intrapreso non era esattamente quello che avevo immaginato.
Altro che bagno.
Mi fa accomodare direttamente sulla postazione dove, di lì a poco, sarei stato operato.
In quel momento ho capito una cosa fondamentale della sanità moderna, quando chiedi dove sia il bagno, è meglio specificare che non stai chiedendo indicazioni per la sala operatoria.
Io, però, avevo una preoccupazione più seria.
L'anestesista.
Chiedo di lui.
In quel momento era diventato la mia unica speranza.
Praticamente lo imploravo come si implora un pusher nel momento estremo del bisogno.
"Dov'è? È arrivato? Quando viene?".
Perché ci sono momenti nella vita in cui improvvisamente scopri che una delle persone più importante è quello che sta per farti addormentare mandandoti tra le braccia di Morfeo.
E io, avevo bisogno proprio di lui.
Poi il sipario.
Cinque ore di operazione.
Cinque ore nelle quali il tempo, per me, semplicemente non è esistito.
La medicina ha fatto il suo lavoro.
I chirurghi hanno fatto il loro.
Gli anestesisti il loro.
Gli infermieri il loro.
E io ho fatto quello che, in certe occasioni, riesce meglio anche a me, non rompere le scatole e dormire.
Poi arriva il risveglio.
E qui entra in scena il Giovanni che evidentemente era rimasto da qualche parte tra la sala operatoria e il mondo reale.
Apro gli occhi.
Guardo chi mi sta intorno.
E, ancora completamente rincoglionito dall'anestesia, domando: "Ma che ci faccio nel retrobottega di un caseificio?".
Silenzio.
Probabilmente avranno pensato che l'intervento avesse prodotto effetti collaterali non previsti.
Una figuraccia colossale.
Ma almeno, a quanto pare, il cervello aveva conservato una certa creatività.
Non so perché proprio un caseificio.
Forse perché, dopo cinque ore di sala operatoria, il mio inconscio aveva deciso che era arrivato il momento di passare dalla chirurgia alla mozzarella.
La vita è strana.
Ti prepara per mesi al momento più difficile e poi, quando finalmente riapri gli occhi, invece di pronunciare una frase solenne e filosofica, chiedi dove siano le mozzarelle.
Nel frattempo mi riportano in stanza.
E lì c'è lei.
Mia moglie.
Ad aspettarmi.
Ed è forse questo il momento che più di ogni altro mi resta dentro.
Perché quando esci da una sala operatoria dopo cinque ore, non sei più soltanto un paziente.
Sei un uomo che torna.
E qualcuno ti sta aspettando.
Dietro quelle porte, dietro i camici, le flebo, i monitor, le mascherine e tutto quell'apparato tecnologico che sembra quasi volerci ricordare quanto siamo fragili, c'è una cosa che nessuna macchina può sostituire, qualcuno che aspetta che tu torni.
La medicina può fare miracoli, ma non può ancora inventare una macchina capace di aspettare al posto di una moglie.
E forse è proprio questa la parte più umana di tutta questa storia.
In questi giorni ho capito ancora una volta quanto siamo fragili.
Ci illudiamo di essere padroni del nostro tempo, del nostro corpo, dei nostri programmi.
Poi arriva una barella.
E improvvisamente scopri che non decidi più niente.
Ti portano.
Ti operano.
Ti addormentano.
Ti risvegliano.
E tu, nel frattempo, puoi soltanto affidarti agli altri.
Forse è questa la lezione più difficile da accettare per chi, come me, ha sempre avuto la presunzione, o forse semplicemente l'abitudine di voler capire, controllare e cercare di decidere tutto.
A volte bisogna semplicemente lasciarsi prendere per mano.
Anche se quella mano porta un camice verde.
Anche se ti accompagna convinta di portarti in bagno e invece ti deposita direttamente sul tavolo operatorio.
E anche se, al risveglio, scambi il reparto per il retrobottega di un caseificio.
Il resto della storia ve lo racconterò nella prossima puntata.
Con calma.
Perché questa volta, più che mai, ho bisogno di tempo.
E forse anche voi avete bisogno di sapere che, dietro una diagnosi, un'operazione, una cartella clinica e una prognosi, esiste sempre una persona.
Con le sue paure.
Le sue debolezze.
Le sue battute idiote.
E qualcuno che, semplicemente, aspetta che torni.
Morale della puntata, nella vita possiamo anche perdere la strada per il bagno e ritrovarci in sala operatoria. 
L'importante è che, quando riapriamo gli occhi, ci sia qualcuno dall'altra parte della porta. Perché alla fine non siamo fatti soltanto di organi da curare, ma di persone da amare e di persone che ci amano.
Il resto ve lo racconterò.
Promesso.

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