"La fragilità che non conoscevo."
La malattia non ha cambiato soltanto il mio corpo.
Ha cambiato anche il modo in cui guardo le cose.
E, forse ancora di più, il modo in cui guardo me stesso.
Mi ha reso vulnerabile.
Non soltanto fisicamente, come è facile immaginare quando si attraversa una malattia lunga, difficile, capace di entrare nella vita quotidiana e di occuparne ogni spazio.
Mi ha reso vulnerabile dentro.
Sul piano emotivo, su quello delle emozioni più semplici e più profonde.
Quelle che prima riuscivo a tenere a bada, a nascondere, forse persino a ignorare.
Oggi basta poco.
Una parola detta nel momento giusto.
Un gesto di affetto.
Una telefonata.
Lo sguardo di una persona cara.
Una fotografia.
Un ricordo che riemerge senza essere stato invitato.
E gli occhi si riempiono di lacrime.
A volte mi emoziono per cose che, prima della malattia, probabilmente avrei lasciato scivolare via.
Adesso no.
Adesso tutto sembra avere un peso diverso.
Forse perché quando la vita ti mette davanti alla possibilità concreta di perderla, impari a riconoscerne il valore anche nelle cose più piccole.
E allora una carezza non è più soltanto una carezza.
È presenza.
Una parola non è più soltanto una parola.
È vicinanza.
Un abbraccio può diventare una specie di rifugio.
E una lacrima non è necessariamente tristezza.
Può essere gratitudine.
Può essere paura.
Può essere stanchezza.
Può essere amore.
Può essere semplicemente il corpo che, dopo avere resistito tanto, trova finalmente un modo per parlare.
Forse è questa una delle cose che la malattia insegna e che nessuno racconta abbastanza.
Ti cambia.
Ti toglie qualcosa, certamente.
Ti costringe a confrontarti con la paura, con il dolore, con l'incertezza.
Ma, nello stesso tempo, ti costringe a vedere cose che prima non vedevi.
Ti accorgi della fragilità degli altri perché hai finalmente incontrato la tua.
E scopri che essere fragili non significa necessariamente essere deboli.
Anzi.
A volte bisogna essere molto forti per permettersi di essere fragili.
Io non mi vergogno più delle mie lacrime.
Le lascio venire.
Non le considero una sconfitta.
Sono parte di questo viaggio.
La malattia mi ha tolto molte certezze, ma mi ha restituito una sensibilità che forse avevo dimenticato.
E oggi, mentre provo lentamente a rimettere insieme i pezzi della mia vita, penso che dovrò imparare a convivere anche con questo nuovo Giovanni.
Un uomo più fragile, forse.
Ma anche più attento.
Più consapevole.
Più capace di emozionarsi davanti alle piccole cose.
Perché alla fine la vita è fatta anche di questo.
Di giorni difficili.
Di paura.
Di dolore.
Ma anche di una lacrima che scende senza che tu riesca a fermarla.
E forse, proprio in quella lacrima, c'è ancora tutta la voglia di vivere.
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