"Missione Bari: l'uomo mascherato."
Sveglia all'alba.
Quando la sveglia ha suonato, invece di augurarmi il buongiorno mi è sembrato dicesse: "Forza Giovanni, oggi ti tocca!".
Meta della spedizione, Policlinico di Bari.
L'occhio sinistro, nel frattempo, se ne stava zitto zitto, fingendo innocenza, come quei bambini che rompono il vaso in salotto e poi guardano il soffitto facendo finta di niente.
Lui sapeva benissimo cosa lo aspettava.
Io pure. E, sinceramente, nessuno dei due era particolarmente entusiasta.
Come sempre la mia squadra non mi lascia mai solo.
Mia moglie e mio figlio sono al mio fianco. Ormai siamo una compagnia itinerante che gira gli ospedali della Puglia più di quanto i cantanti facciano con i loro tour estivi.
Entriamo nel Policlinico grazie al pass per disabili.
Almeno quello ci evita una passeggiata chilometrica.
Il problema, però, è trovare un parcheggio.
Un'impresa degna di un documentario di National Geographic.
Mio figlio, al volante, procede lentamente tra le auto.
Gli occhi scrutano ogni movimento.
A un certo punto una macchina accende la retromarcia.
"Papà... ci siamo!"
Parte lo scatto.
Altro che Formula 1.
Altro che Le Mans.
In quel preciso momento mio figlio si trasforma in un falco pellegrino che piomba sulla preda.
Parcheggio conquistato.
Vittoria ai punti.
Raggiungiamo il reparto.
Qui preferisco sorvolare su qualche episodio che definire "poco elegante" sarebbe un complimento.
Diciamo soltanto che ogni tanto basterebbe ricordarsi che davanti non ci sono cartelle cliniche... ma persone.
Poi arriva il momento della vestizione.
Mi consegnano un copricapo.
Poi dei copriscarpe.
La mascherina FFP2.
Il camice verde.
A quel punto aspettavo soltanto che mi dessero anche pinne, boccaglio e una bombola d'ossigeno.
Mi guardo allo specchio.
Non sembravo un paziente.
Sembravo l'incrocio tra un chirurgo, un apicoltore e un concorrente eliminato da MasterChef.
Mi fanno accomodare nel pre-reparto e iniziano una raffica di esami.
Fotografie.
Macchinari.
Luci.
Controlli.
Poi... l'attesa.
Davanti a me una lunga fila di pazienti.
Ognuno con il proprio turno.
Io, seduto, cercavo di sembrare rilassato. Dentro di me, invece, il cervello aveva già compilato il testamento, organizzato il funerale e scelto perfino la musica di sottofondo.
Ogni volta che si apriva la porta della sala operatoria guardavo dentro con la stessa curiosità con cui si guarda la porta del dentista quando esce quello prima di te.
Alla fine ho capito una cosa.
Nella vita possiamo affrontare problemi enormi, prendere decisioni difficili, superare ostacoli impensabili... ma quando senti pronunciare la frase: "Prego, è il suo turno", improvvisamente torni ad avere dieci anni.
Ma questa... è un'altra storia.
Perché nella prossima puntata vi racconterò cosa si prova quando un medico decide di trasformare il vostro occhio in un bersaglio per gli aghi.
Vi anticipo solo una cosa.
Non ho urlato.
Non sono svenuto.
Però, per qualche secondo, sono stato seriamente tentato di chiedere l'anestesia... direttamente al cervello.
Nessun commento:
Posta un commento