"L'ago, l'occhio e la dignità lasciata in sala operatoria."
«Prego, è il suo turno.»
Cinque parole. Apparentemente innocue.
In realtà equivalgono a, "Condannato, salga pure sul patibolo."
Mi alzo. O almeno ci provo.
Le gambe sono ufficialmente in modalità budino.
Dentro di me penso, eccomi, arrivo.
Fuori, invece, dalla bocca non esce nemmeno una sillaba.
Il coraggio, questo sconosciuto, in quel momento, aveva timbrato il cartellino ed era andato in ferie.
Lo confesso senza vergogna, me la stavo facendo addosso.
E pure abbondantemente.
Mi fanno accomodare su una specie di poltrona-letto, un incrocio tra il dentista medievale e una navicella spaziale progettata da qualcuno con un evidente senso dell'umorismo.
Da quel momento il mio occhio sinistro diventa un acquario.
Disinfettante.
Anestetico.
Altro disinfettante.
Altro liquido.
Ancora liquido.
A un certo punto ho pensato che volessero allevarci le trote.
Poi arriva uno strumento infernale che mi tiene l'occhio spalancato.
Praticamente il mio occhio aveva perso il diritto costituzionale di sbattere le palpebre.
Una voce, alla mia destra, impartisce l'ordine,
«Guardi in alto a destra.»
Obbedisco all'istante.
In certi momenti la libertà di pensiero lascia educatamente il posto all'istinto di conservazione.
Ed ecco lui.
L'ago.
Piccolo. Sottile. Innocente... visto da lontano.
Poi si avvicina.
E decide che il mio occhio è il luogo ideale dove trascorrere qualche minuto di vacanza.
Una puntura.
Poi un'altra.
Poi un'altra ancora.
Io sento distintamente qualcosa che entra dove, fino a quel momento, ero convinto non dovesse entrare assolutamente niente.
Inizio mentalmente a comporre un repertorio di espressioni poco eleganti da dedicare all'operatore.
Ma prevale l'istinto di sopravvivenza.
Meglio tacere.
Non sia mai che, per rappresaglia, decida di trasformare l'intervento in una puntata speciale di "Giochi senza frontiere".
Cinque minuti.
Solo cinque minuti.
Che, misurati con l'orologio dell'ansia, corrispondono più o meno all'intera costruzione delle Piramidi d'Egitto.
Alla fine applicano sul mio occhio una curiosa protezione, una mezza sfera di plastica trasparente.
Sembro un cyborg costruito con i pezzi avanzati di un ovetto di Pasqua.
«Può alzarsi.»
Questa frase, finalmente, mi restituisce la fiducia nell'umanità.
All'uscita un'infermiera mi aiuta a ricompormi, mi consegna la cartella con i prossimi appuntamenti e le istruzioni per la terapia domiciliare.
Una quantità di raccomandazioni tale da farmi pensare che ormai il mio occhio abbia un libretto di manutenzione più dettagliato della mia automobile.
Fuori ritrovo mia moglie e mio figlio.
Li vedo venirmi incontro e, in quel momento, penso che certe presenze valgano più di qualsiasi medicina.
«Fa male?», mi chiedono.
La risposta è sì.
Fa male.
Ma è un dolore sopportabile.
L'occhio è indolenzito, la pupilla protesta vivacemente e io assomiglio a un pirata che ha perso il tesoro ma ha conservato l'ironia.
Si torna a casa.
Con un occhio malconcio, una benda spaziale e una certezza assoluta.
Se qualcuno, da oggi in poi, mi dirà, «È solo una punturina...», cambierò immediatamente argomento.
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