martedì 15 settembre 2026

📝 Diario di bordo n°172 – Settembre 2026.

📝 Diario di bordo n°172 – Settembre 2026.
"La vigilia della paura".

Questa mattina è stata una mattinata di passione.
Il pre-ricovero in day hospital è cominciato presto, con tutti quegli accertamenti che precedono un'operazione e che, messi uno accanto all'altro, sembrano quasi voler misurare non soltanto il corpo, ma anche la capacità dell'uomo di sopportare ciò che gli sta accadendo.
Esami, domande, attese, facce serie.
E io lì, a cercare di resistere al dolore.
Resistere è stata dura. 
Anzi, di più.
Ci sono momenti nei quali il corpo sembra diventare improvvisamente estraneo e la mente corre più veloce di qualsiasi medico. 
Pensa, immagina, anticipa. 
Costruisce scenari che forse non accadranno mai, ma che nel frattempo riescono a fare male lo stesso.
Eppure sono rimasto lì.
Ho resistito.
Non perché io sia un eroe. 
Non mi sono mai sentito tale e continuo a pensare che gli eroi appartengano ai racconti, mentre noi apparteniamo alla vita, quella vera, fatta di paura, stanchezza, dubbi e qualche piccolo atto di coraggio quotidiano.
Al termine degli accertamenti è arrivata la conferma, l'operazione si farà.
Ma, come spesso accade in questa mia storia, non c'è mai una notizia che arrivi da sola.
Si è aggiunto altro.
E quel semplice "altro" pesa come una montagna. 😓
Sarà dura.
Lo so.
La data dell'intervento è stata spostata al 23 settembre. Il ricovero è previsto per il giorno prima.
Avrò quindi ancora qualche giorno.
Qualche giorno per pensare, per avere paura, per cercare di non averne.
Qualche giorno per guardare mia moglie, mio figlio, le persone che mi vogliono bene e capire che, in fondo, la forza non nasce dentro di noi come qualcosa di misterioso. 
A volte ce la prestano gli altri, senza nemmeno accorgersene.
E forse è proprio questa la cosa più umana di tutta questa vicenda.
Io non so cosa troverò davanti a me il 23 settembre.
So soltanto che ci arriverò.
Con le mie paure, con la mia fragilità, con il corpo stanco e con quella ostinata voglia di continuare a raccontare.
Perché raccontare ciò che accade, anche quando fa paura, significa non permettere alla malattia di prendersi tutto.
Non ancora.

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