“Il corpo presenta il conto”.
Ci sono giorni in cui il corpo smette di essere un compagno di viaggio e diventa un ufficio pubblico, freddo, lento, ostile.
Ti obbliga a fermarti, ti mette davanti allo sportello della tua fragilità e ti consegna un numero d’attesa senza nemmeno guardarti negli occhi.
Questa mattina si partiva per l’ultima (momentanea) seduta di chemio.
“L’ultima”.
Una parola che da sola dovrebbe avere il sapore della liberazione.
E invece no.
Perché la malattia ti insegna subito che non esistono traguardi lineari.
Ogni volta che credi di aver intravisto la fine del tunnel, arriva una curva, un intoppo, un altro timbro da mettere sulla pelle.
Fa caldo.
Quel caldo strano di maggio che dovrebbe profumare di vita, di mare, di passeggiate lente. E invece io, da tre giorni, vivo dentro un corpo che sembra svuotato.
Debolezza continua.
Giramenti di testa.
Vertigini.
Come se qualcuno mi avesse tolto corrente dall’interno.
Un blackout umano.
Arrivo a Villa Verde intorno a mezzogiorno.
I corridoi hanno sempre quell’odore sospeso tra disinfettante e speranza consumata. Sabrina, l'infermiera del reparto, mi accompagna nella stanza dedicata a “noi pazienti oncologici”.
Già questa definizione meriterebbe un romanzo.
“Pazienti oncologici”.
Una categoria.
Una specie sociale.
Un popolo silenzioso che aspetta.
Aspetta esami, aspetta flebo, aspetta risultati, aspetta parole buone dette male.
Sabrina si allontana.
Poi ritorna dopo qualche minuto.
Ha quello sguardo professionale che gli infermieri imparano per proteggersi dal dolore degli altri.
“Non possiamo fare la chemio.
Hai l’emoglobina troppo bassa.”
E allora tutto si chiarisce.
La debolezza.
Le vertigini.
Il senso di vuoto.
L’anemia.
I globuli rossi che non bastano più a portare ossigeno in giro per questo corpo stanco.
In pratica, il mio sangue ha deciso di rallentare. Forse per protesta.
Forse per sopravvivenza.
Mi spiegano che dovrò fare una terapia specifica e che ci rivedremo mercoledì prossimo per ripetere le analisi.
La chemio può aspettare.
Il corpo no.
Esco dalla clinica con una sensazione difficile da raccontare.
Certo, c’è delusione.
Perché quando affronti tutto questo inizi a vivere di piccole scadenze, una terapia fatta, un esame superato, una flebo finita.
Sono le tacche sul muro del detenuto che conta i giorni.
Ma dentro di me oggi si è infilato anche un altro pensiero.
Più scomodo.
Più profondo.
Perché ad un certo punto capisci che la malattia non ti cambia soltanto il fisico.
Ti cambia il modo di guardare il tempo.
Ti accorgi che il futuro, quello che prima sprecavamo con arroganza, diventa improvvisamente una materia delicata.
Fragile.
Quasi sacra.
E forse la verità più feroce è proprio questa,
noi uomini viviamo credendoci eterni, finché un valore del sangue scritto su un foglio non ci ricorda brutalmente che siamo soltanto carne che prova a resistere.
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