"Le quattro ore e il ricordo di Bakari Sako".
Oggi ho iniziato l’ultimo ciclo di chemioterapia prima della TAC.
Quattro ore.
Quattro ore sdraiato su un lettino che sembra progettato apposta per insegnarti la pazienza e la fragilità umana.
Le flebo scendono lente.
Talmente lente che il tempo perde significato.
Ti sembra quasi di sentire il rumore delle medicine che entrano nelle vene e si prendono pezzi di te per provare a salvarti il resto.
E mentre il corpo resta fermo, la testa invece cammina.
Cammina troppo.
So già che la “botta” arriverà tra domani e dopodomani. Ormai conosco il copione.
Prima il silenzio del corpo.
Poi la stanchezza che ti schiaccia come cemento fresco.
Quella sensazione strana in cui anche alzare un bicchiere sembra una scalata sulle montagne.
Eppure oggi, steso lì, non pensavo soltanto alla malattia.
Pensavo a quanto sia malata anche questa società.
Pensavo a Bakari Sako.
Un uomo venuto qui per lavorare.
Non per rubare. Non per fare del male.
Per lavorare.
Una parola che ormai molti politici pronunciano solo durante le campagne elettorali, come i preti stanchi recitano certe preghiere senza crederci davvero.
Bakari si alzava all’alba per guadagnarsi la giornata sotto il sole e nella fatica dei campi.
E invece qualcuno gli ha consegnato la morte. Una morte vigliacca, miserabile, figlia di un degrado morale che fa paura più della cronaca stessa.
E sapete qual è la cosa che mi tormenta?
Che spesso questi episodi vengono raccontati come “emergenze”.
Come fatti isolati.
Come schegge impazzite.
No.
Le schegge impazzite non nascono dal nulla.
Nascono dentro un clima fatto di odio seminato lentamente.
Di linguaggi violenti normalizzati.
Di televisioni che urlano.
Di social trasformati in fogne pubbliche.
Di adulti che hanno smesso di educare e hanno iniziato semplicemente a sfogarsi.
Poi un giorno arriva il morto.
E tutti fingono stupore.
Però, in mezzo a questo dolore, oggi una piccola cosa mi ha fatto respirare meglio.
Alcuni consiglieri comunali di Statte, hanno proposto una giornata di ricordo e riflessione per Bakari Sako qui a Statte.
E dalle ultime notizie ricevute, pare che ci sia apertura al dialogo da parte dell’amministrazione comunale.
E io questa cosa la considero importante.
Perché ogni tanto bisogna avere il coraggio di fermarsi.
Di dire pubblicamente da che parte si sta.
Non basta indignarsi per quarantotto ore sui social con la foto profilo commossa e la frase prefabbricata sulla pace nel mondo.
Quella è ginnastica dell’apparenza.
Serve costruire memoria.
Serve educare.
Serve mettere i ragazzi davanti alle conseguenze dell’odio.
Mi ha colpito molto che abbiano collegato questa iniziativa al 21 maggio, giornata mondiale per la diversità culturale, il dialogo e lo sviluppo.
Parole enormi.
Diversità. Dialogo. Inclusione.
Ma poi arriva la realtà e ti presenta il conto.
E allora forse il vero compito di una comunità non è semplicemente commemorare un uomo ucciso.
Il vero compito è decidere che tipo di paese vuole essere.
Perché Statte può scegliere.
Può scegliere di essere il solito paese che dimentica tutto dopo una settimana, inghiottito dal pettegolezzo, dalle tifoserie politiche e dalle inutili guerre da bar.
Oppure può scegliere di trasformare il nome di Bakari in qualcosa che resti.
Un seme.
Una domanda.
Uno specchio.
Perché alla fine il problema non è solo chi ha colpito Bakari.
Il problema è capire quanti, intorno a noi, abbiano smesso di vedere un essere umano quando guardano il volto di un altro uomo.
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